Il dadaismo: una storica avanguardia del Novecento

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La storia mentale sottintesa al dipinto è in chi lo guarda, o meglio in chi lo “legge”, “cioè sono gli spettatori che fanno il dipinto”.
Marcel Duchamp

Il dadaismo è il movimento artistico-letterario d’avanguardia, nato in Svizzera, a Zurigo, nel 1916, che si diffuse poi in Francia e in Germania. L’ultima grande mostra del gruppo fu organizzata nel 1922 a Parigi. In questa città, dove nel 1919 si trasferì la direzione del movimento, il gruppo degli artisti e scrittori, poeti, critici e musicisti di diversa estrazione era composto da Guillaume Apollinaire, Louis Aragon,  Andrè Breton, Paul Éluard, Marcel Duchamp, Pablo Picasso e il musicista Erik Satie.

Il dadaismo si basava sulla negazione di tutti i valori razionali e sull’esaltazione di quelli istintivi, elementari, infantili, gratuiti e arbitrari dell’individuo e quindi sull’anarchia, sull’eversione e sul trionfo dell’irrazionale e dell’atto gratuito fino alla dissoluzione psicologica e alla dissacrazione linguistica. Il  gioco dissacratorio dei dadaisti è evidente anche nella scelta del nome, perché il termine dada, trovato per caso, non ha alcun senso e significato, forse solo il balbettio di un bambino, «un prodotto della bocca».

Durante il primo conflitto mondiale alcuni intellettuali, fondatori del movimento, tra cui il letterato romeno, estensore dei manifesti del dadaismo, Tristan Tzara (1896-1963) e l’artista alsaziano Hans Arp (1866-1966) si rifugiarono a Zurigo dove al Cabaret Voltaire (primo e più importante centro di diffusione del movimento fondato dal regista teatrale Hugo Ball), diedero vita al Dada, corrente artistica caratterizzata dallo spirito di rivolta contro le istituzioni, la società, la morale e l’arte occidentale e dal rifiuto drastico della tradizione artistica e letteraria.

Peculiarità del dadaismo fu il non proporre nulla di concreto, ma impegnarsi a distruggere tutte le convenzioni estetiche del passato, della tradizione e dell’arte ufficiale. La funzione principale del dadaismo fu demolire una concezione cristallizzata dell’arte a vantaggio di un’arte nuova che nelle sue manifestazioni finiva per rivelarsi anche uno stile di vita provocatorio e dissacrante nei confronti della tradizione, ma finalizzata a riscoprire nuove e rinnovate fonti di creatività.

Scopo dei dadaisti, con il loro atteggiamento di aperta ribellione contro ogni tipo di norma e convenzione e in polemica perfino con le altre avanguardie, era “inventare” una nuova arte figurativa con mezzi diversi e inconsueti di espressione per una società moderna. Volevano colpire il buon senso, il razionalismo e la logica privilegiando l’irrazionalità e il nonsenso.

I dadaisti utilizzavano tecniche come la fotografia, il frottage e il collage; impiegavano strumenti come l’aerografo e trasformavano oggetti trovati e “rifatti”, di uso quotidiano, in opere d’arte (ready made, “già fatto”). Per loro l’arte era un gioco che non richiedeva una specifica abilità manuale o artigianale, era un fatto mentale per cui era possibile riconoscere nel più banale oggetto decontestualizzato l’opera d’arte.

Sintomatiche di questa impostazione erano le opere dello scultore Hans Arp, i collage creati facendo cadere a terra pezzi di carta che, raccolti casualmente venivano poi incollati sulla tela. Tipiche di Dada sono infatti tecniche come l’assemblage polimaterico, il fotomontaggio, le sculture costituite da oggetti della vita comune; ovvero tutto ciò che veniva considerato “antiarte”.

Gli artisti più famosi che presero parte al movimento dadaista, che dopo la guerra si trasferì in parte in America, a New York, furono Kurt Schwitters (1887-1948), Man Ray (1890-1976), Marcel Duchamp (1887-1968), Francis Picabia (1879-1953).

Le opere di  Kurt Schwitters prendono in generale il nome Merz (perché nel suo primo collage utilizzò un pezzo di giornale con stampate le lettere merz, dalla parola completa commerzbank).                                                                                                  Famoso dadaista fu Man Ray soprattutto per le sue rayograph (procedimento che consiste nell’appoggiare direttamente gli oggetti da riprendere sulla pellicola fotografica e nell’esporla poi a una fonte di luce in modo che la pellicola resti impressionata, senza l’uso della macchina fotografica). Man Ray definì i risultati di questa operazione «ossidazioni di desideri fissati dalla luce e dalla chimica, organismi viventi».

Marcel Duchamp fu il teorico del gruppo e l’autore delle opere più scandalose, il principale artefice della messa a soqquadro dei valori e delle forme dell’arte occidentale. Egli dichiarò, infatti, che nell’opera d’arte non ha valore l’abilità tecnica di realizzazione, ma soltanto l’ideazione: ciò che conta è l’originalità dell’accostamento progettato dall’autore (ready made, oggetti di uso comune tolti dal loro contesto). Famoso il comune orinatoio che viene chiamato con un nome che lo nobilita e al tempo stesso suggerisce dei giochi d’acqua verso l’alto che sono chiaramente l’opposto della funzione per cui l’orinatoio è stato pensato (infatti l’orinatoio è appoggiato a testa in giù). Duchamp, utilizzando una originalissima dose di ironia, amava spiazzare gli osservatori delle sue opere giocando sui nomi e le definizioni delle cose in modo irrispettoso.

L’idea di privare gli oggetti del loro comune significato per innalzarli a vere e proprie opere d’arte, degne di essere esposte in mostre e musei, fu sviluppata oltre che da Duchamp anche da Francis Picabia che dipinse ingranaggi, «macchine inutili», e attribuì alle sue opere titoli ironici e privi di senso che volevano fuorviare l’osservatore.

Scorrendo l’elenco delle principali opere dadaiste degli artisti più famosi, non si può non rimanere colpiti da quanto abbiano influito sull’arte del secolo scorso e sulla cultura in generale.


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