“La Notte Più Buia” Un romanzo sui generis di Roberto Gramiccia

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Un romanzo sui generis che, come un saggio, racconta una generazione

Roberto Gramiccia, La notte più buia. Cronache di una generazione.Mimesis Edizioni, 2022, pp. 290, 22€.

di Sergio Salvatori

Uno slogan in voga negli anni Settanta, il decennio più politico della vicenda storica italiana del Novecento, recitava: “Il privato è politico”. Vale a dire che la sfera intima dell’individuo non aveva ragione di esistere se non all’interno (e in funzione) di una collettività in nome della quale valesse la pena lottare con pensieri, parole, opere. La comunità era ovunque: era koinè il mondo, la nazione, la città, il quartiere, la sezione di partito, il consiglio di fabbrica, il collettivo studentesco, riproducendo, per alcuni, quel modo di concepire l’organizzazione della società come forma di autogoverno e democrazia diretta, riproducibile a tutti i livelli della stratificazione sociale.

Un’intera generazione di italiani è cresciuta, magari senza saperlo, dentro la dialettica hegeliana e i suoi relativi affluenti, primo fra tutti, certamente, il marxismo. Non tanto quella degli anni Ottanta, figlia del benessere, ma quella dei Cinquanta, della disponibilità, del benessere e della giustizia promessi alla fine della guerra. Viene in mente un’amara considerazione di Primo Levi “Se(…)alla liberazione dei Lager, qualcuno ci avesse predetto che il mondo libero, da cui stavamo per essere riassorbiti, sarebbe stato meno che perfetto, non gli avremmo creduto. Ci sarebbe sembrata un’assurdità, un’ipotesi talmente sciocca da non poter essere presa in considerazione.”

Meditiamo, vien fatto di dire, che questo è stato. Da qui, al movimento di contestazione nato nel 1968 si affiancò una forma di ribellione più estrema, basata sul concetto di “Resistenza tradita”, che sfocerà nel tragico fenomeno della lotta armata. Il privato, dicevamo, era politico. Si possono individuare nel sequestro e delitto di Aldo Moro del 1978, nella strage di Bologna del 1980 e nella scomparsa di Enrico Berlinguer gli eventi che suggellarono la fine di un’epoca gloriosa e l’inizio di un riflusso individualistico che in Italia prese i connotati delle tv private, dell’edonismo sfrenato, del libero mercato e, quel che più sconcerta, del mutamento giovanile nel passaggio dalla figura degli Hippies a quella degli Yuppies, i cosiddetti “giovani di successo”.

La notte più buia. Cronache di una generazione(Mimesis), di Roberto Gramiccia, testimonia di questi passaggi salienti senza dimenticare il contesto mondiale in cui si svolgono: la guerra fredda, il Vietnam, la continuità con le pratiche e le mentalità fasciste in molta parte dell’Europa moderna e l’emergere di soggetti nuovi sullo scacchiere internazionale: la Cina, l’America Latina, le terre incendiate dalla cosiddetta “decolonizzazione”. In questo bel volume,pubblico e privato si fondono a restituire nella sua interezza il ritratto di una generazione. Lo fanno in uno stile fluido, godibile, senza preoccupazioni accademiche che in altri intellettuali, passati dalle barricate alle poltrone dell’establishment, sfociano spesso nell’autoreferenzialità:l’io, scriveva Gadda, è “il più lurido dei pronomi”. Questa di Gramiccia, non è un’autobiografia in senso stretto. E’sì una lunga rielaborazione di episodi privati e privatissimi (anche con risvolti erotici) ma, come un filo di perle, uniti insieme con l’obbiettivo puntato anche, se non soprattutto, sugli altri, sugli ultimi in particolare:sulle vicende di mezzo secolo di vita italiana.

Scritto durante la pandemia da Covid-19, che ha dimostrato come il sistema capitalistico possa produrre contraddizioni letali (p. 275), questo libro fa del suo autore, medico, uomo di lettere, esperto d’arte contemporanea e animatore culturale, un filosofo – nullusmedicusnisiphilosophus, ricordaGramiccia con Galeno – e una sorta di antropologo della modernità. Di un mondo complesso fatto di chiralità e asimmetrie da dove nascono la Storia e la vita.Il bisogno di un bilancio, di un’urgenza affabulatoria alla Vecchio Marinaio di Coleridge, portano l’autore ad abbandonare la linea retta del tempo cronistico per una sinusoide narrativa (brevi capitoli in sé compiuti e autonomi), di balzi in avanti e ritorni indietro che trovano il modo di far convivere senza soluzione di continuità l’infanzia popolare, vissutanella pasoliniana Torpignattara, i primi amori e la scoperta della sessualità, il liceo privato De Merode in Piazza di Spagna e l’iniziazione civica e politica di un ragazzo precocemente scandalizzato dalle innumerevoli ingiustizie sociali del suo tempo. E ancoragli scontri con i fascisti, il “collettivo di Medicina”, gli anni di piombo e la caduta del Muro, fino al deserto attuale.

Particolarmente intense ci appaiono le pagine in cui Gramiccia – a cui Sandro Curzi e Rina Gagliardi affidarono, dal 2000 al 2010, le pagine d’arte dell’organo di Rifondazione Comunista, «Liberazione» – ricorda i giovani artisti che negli anni Ottanta gravitavano intorno all’ex Pastificio Cerere a San Lorenzo. Nonché numerosi talenti straordinari e meno fortunati ai qualiun sistema dell’arte drogato ha dato assai meno rilievo di quanto meritassero davvero. Per non parlare degli amici come il fotografo e artista Claudio Abate, Renato Mambor e i maestri Kounellis e Calabria e Mario Monicelli, del quale viene riportato un ritratto vibrante e vivacissimo.Il tutto circoscrive il perimetrodi una lunga, sofferta, amata educazione sentimentale.

Una parte consistente del libro è dedicata alla medicina dissanguata dai continui tagli alla spesa pubblica e dalla rinuncia all’anamnesi, vale a dire ad un approccio clinico che tenga in considerazione il malato e la sua storia non meno della malattia che lo ha colpito, tema al quale Roberto Gramiccia dedicherà il suo esordio letterario con La medicina è malata per i tipi di Gangemi, nel 1999, vincendo il Premio Vanvitelli. Anàmneŝî, termine greco che diviene qui metafora di un paradigma di osservazione della società, una società sempre meno attenta alle fragilità di cui essa stessa è intrisa (si veda, dello stesso autore,Elogio della fragilità,Mimesis, 2016). Il tutto sotto l’occhio ormai disattento di una sinistra svogliata e diasporica con la quale Gramiccia, tra i suoi figli più critici, si misura ad ogni piè sospinto.

Libro fatto di molte “cose”, come si vede, e molte figure nobili, da Leopardi a Gramsci, da Spinoza a Gadamer, da Salgari a Pavese. Ambizioso, dunque, ma che a tutti vuole e riesce a rivolgersi, segnatamente ai giovani, con un tono accattivante che, sistematicamente, rifugge dal sollievo gratuito dell’autocompiaciuto,per lanciare, piuttosto, la sfida ad una resistenza umana e culturale, che, con convinzione, ci sentiamo di raccogliere e rilanciare.


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