La struttura della Terza Cantica: il Paradiso

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Lo maggior don che Dio per sua larghezza

fesse creando, ed a la sua bontate

 più conformato, e quel ch’ei più apprezza,

 fu de la volontà la libertate,

 di che le creature intelligenti,

 e tutte e sole, fuoro e son dotate.

Canto V 19,23

         Il Paradiso, la cantica della salvazione, è il luogo dove Dante, homo viator, giunge finalmente a contemplare il mistero dei misteri: la Trinità. Il poeta arriva a contemplare il regno dell’eterna beatitudine, l’Empireo immobile, ma ad accompagnarlo fin lassù, e fargli da maestra e guida, fin dove è “umanamente” possibile, è Beatrice, la donna in cui si è incarnato il sogno amoroso e poetico giovanile.

Il Paradiso è costituito da nove cieli concentrici, mobili e luminosi, distribuiti nello spazio secondo la concezione tolemaica e tutti compresi entro l’Empireo. Dal Paradiso terrestre il poeta sale con Beatrice al cielo della Luna e poi, di cielo in cielo, sino all’Empireo, dove si trovano con gli angeli, le anime dei beati. Prima di vedere queste anime tutte raccolte nell’Empireo, Dante, per grazia divina, le incontra nei singoli cieli dai quali le loro indoli furono particolarmente improntate, in maniera da poter capire i diversi gradi della loro beatitudine.

Nel primo cielo, della Luna, il più basso, Dante vede gli spiriti di Piccarda Donati e Costanza Normanna, che per violenza altrui non tennero compiutamente fede ai voti religiosi. Nel terzo canto Piccarda rievoca sobriamente le dolorose vicende che impedirono a lei e a Costanza d’Altavilla, madre del grande imperatore Federico II,  di adempiere al loro voto religioso.

Nel secondo cielo, di Mercurio, il poeta incontra gli spiriti dell’imperatore Giustiniano e del ministro del conte di Provenza, Romeo da Villanova, uomo di “umile” origine e “giusto”, che operarono in modo virtuoso nel mondo per desiderio di gloria terrena. Nel sesto canto Giustiniano, cui «a Dio per grazia piacque» di ispirare «l’alto lavoro» di sistemazione delle leggi romane in un unico Corpus iuris,  traccia sinteticamente la storia provvidenziale di Roma e del suo Impero, da Enea a Carlo Magno, unificatrice del mondo per l’avvento del cristianesimo.

Nel terzo cielo, di Venere, vi sono gli spiriti amanti di Carlo Martello, Cunizza da Romano, sorella del famoso tiranno della Marca Trevigiana, Ezzelino III, e Folchetto di Marsiglia, eccellente poeta provenzale. Carlo Martello, figlio primogenito di Carlo II d’Angiò, che fu certamente legato a Dante da affettuosa amicizia, parla delle varie disposizioni naturali degli uomini, necessarie alla vita sociale.                                         

Nel quarto cielo, di Sole, in forma di duplice corona, il poeta incontra gli spiriti “sapienti” di san Tommaso, di san Bonaventura e di altri ventidue. Il domenicano san Tommaso narra la vita ed esalta le virtù, specie l’amore alla povertà,  di san Francesco d’Assisi, e deplora la corruzione dei domenicani, mentre il francescano san Bonaventura  tesse l’elogio della vita della sapienza e della forza di san Domenico, lamentando che l’Ordine francescano si allontana dalle regole del suo fondatore.

Nel quinto cielo, di Marte, in forma di croce luminosa si trovano gli spiriti combattenti di Carlo Magno, Orlando, Cacciaguida, deceduti per la difesa della fede. Il trisavolo di Dante, Cacciaguida, nel ricostruire le tappe principali della sua esistenza terrena, rievoca le condizioni di Firenze nel bel tempo in cui la città viveva in pace, e spiega al poeta le oscure profezie, da lui udite durante il viaggio, prefigurandogli lo scenario di  sofferenze dell’esilio che il futuro gli riserverà. Da questo incontro il tema storico-politico si sviluppa in stretta connessione con il motivo autobiografico, filone tematico fondamentale dell’intero poema.

Nel sesto cielo, di Giove, in figura prima di lettere, che formano le parole Diligete iustitiam qui iudicati terram (Amate la giustizia voi che governate il mondo), e poi di aquila, ci sono gli spiriti “giusti” di David, Rifeo, Costantino, Traiano e altri.

Nel settimo cielo, di Saturno, disseminati lungo una scala che s’innalza fino all’Empireo, si trovano gli spiriti contemplanti di san Pier Damiani e san Benedetto. Il primo si scaglia contro la corruzione delle alte gerarchie della Chiesa suscitando un forte grido d’indignazione da tutte le altre anime; il secondo parla della sua vita e deplora con amarezza la corruzione dell’Ordine.

Nell’ottavo cielo, delle Stelle fisse, il poeta assiste al trionfo di Cristo e di Maria e da alcuni santi, Pietro, Giacomo e Giovanni è esaminato intorno alle tre virtù teologali: Fede, Speranza e Carità. San Pietro con terribili espressioni bolla papa Bonifacio VIII, tanto da far impallidire Beatrice e arrossire le anime dei beati. Anche Beatrice pronuncia sprezzanti parole contro i falsi maestri di dottrine religiose      e contro i vacui predicatori. In questo modo Dante dimostra che anche tra i beati l’interesse e le preoccupazioni verso le cose terrene fanno parte della loro vita ultraterrena.

Nel nono cielo, del Primo Mobile, Dante assiste al trionfo delle gerarchie angeliche e da Beatrice apprende la rispondenza dei nove cerchi angelici alle nove sfere celesti, il tempo, il luogo, il modo della creazione degli angeli e dei cieli.

Nell’Empireo il poeta contempla la rosa mistica dei santi e dei beati, tra i quali e Dio volano incessantemente gli angeli, poi, per intercessione della Vergine, pregata da san Bernardo, che prende accanto a lui il posto di Beatrice, è fatto degno di levare lo sguardo a Dio, di cui conosce il mistero in luminosa visione.           

 


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