Tic, nevrosi e misteri di oggi nel romanzo ‘Follia a due’ di Marco Marinoni

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Marco Marinoni ha 47 anni, vive in Liguria, a Finale Ligure, dal 2004 e insegna Musica Elettronica al Conservatorio di Latina. Originario della bassa lombarda, tra Pavia e Piacenza ma è cresciuto nell’hinterland milanese. A trent’anni ha deciso di abbandonare i ritmi soffocanti della metropoli e trasferirsi a Finale Ligure, dove aveva con la famiglia la “casa delle vacanze”, così ora vive davanti al mare e non tornerebbe indietro per nessun motivo.

“Come scrittore, ho iniziato abbastanza tardi, il mio primo romanzo è stato pubblicato nel 2015. Altri tre sono venuti dopo quello e posso vantare piazzamenti in alcuni importanti concorsi, come il Gran Giallo del Mystfest di Cattolica, di cui sono stato finalista, o il Gialloluna Neronotte di Ravenna, in cui ho vinto il primo premio sia nella sezione Racconto Inedito che in quella Romanzo Inedito. Il Gialloluna mi ha, per così dire, aperto le porte delle case editrici prima medie poi grandi. L’immagine divisa, un giallo d’investigazione classica, è uscito per l’editore Clown Bianco l’anno scorso e ora Follia a due, con Mursia: il mio reale debutto nel mondo editoriale”.

Le letture dell’adolescenza e quelle di oggi.
Sono più o meno le stesse. Come lettore ho sempre amato i generi che oggi frequento da scrittore, ovvero il giallo, il thriller e il noir. Oltre all’horror, il mio primo innamoramento letterario. L’autore che più mi ha influenzato come stile è senza dubbio Stephen King, che leggo oggi con la stessa passione di quarant’anni fa. Ritengo che la sua monografia sulla scrittura, On writing, sia uno dei contributi teorici più importanti nel settore, assieme alle Sei passeggiate nei boschi narrativi di Umberto Eco.

Qual è l’autore/autrice che guardi come un faro per la tua produzione letteraria?
Ci sono due scrittori che hanno influenzato profondamente la mia formazione letteraria: Stephen King e Agatha Christie. Entrambi hanno infiammato la mia fantasia di bambino prima e di adolescente poi. La mia tesina per l’esame di terza media verteva sui meccanismi logico deduttivi alla base de L’assassinio di Roger Ackroyd della Christie, un romanzo rivoluzionario in cui la Regina violava alcune delle regole “auree” dettate da Willard Huntington Wright nel 1929, meglio noto come S. S. Van Dine. I romanzi della Christie hanno rappresentato una scuola di formazione per il mio pensiero, erano sfingi che approcciavo di volta in volta da angolazioni differenti, per cercare di comprendere i meccanismi della mente umana e dell’investigazione.

Il tuo stile di scrittura da quando hai cominciato a pubblicare a oggi è cambiato?
Forse è un po’ presto per compiere una ricognizione stilistica sulla mia scrittura. Follia a due è il mio quarto romanzo, aspetterei ancora una decina di libri prima di lanciarmi in considerazioni longitudinali. Quello che posso dire è che la mia editor Lidia Sirianni, che è anche la mia insostituibile agente, nelle cui manine passa ogni parola che scrivo, ultimamente usa molto meno la “matita rossa” nelle revisioni dei miei testi. Questo mi lascia ben sperare in un progressivo miglioramento della mia penna.

Quanto è importante il ‘nero’ nella storia della narrativa italiana?
Da Carolina Invernizio e Augusto De Angelis a oggi molta acqua è passata sotto i ponti ma il fascino di una storia d’investigazione si è preservato intatto. Si tratta dell’incantesimo con cui il mistero non cessa di avvolgere la mente umana, e il desiderio di conoscenza proprio della nostra specie si travasa nella tensione verso la risoluzione dei meccanismi logico-deduttivi propri della letteratura gialla. Una catarsi per la nostra anima costantemente in cerca di ordine ma in grado di innamorarsi del disordine, a volte per gioco. Il “nero” è questo: un gioco intellettuale. Questi gli elementi trans-temporali, la parte di “eterno” del giallo e del nero. La parte che nel tempo si è evoluta riguarda secondo me principalmente la crescente importanza che l’attualità e i fatti di cronaca ricoprono nella costruzione di un meccanismo d’investigazione. E in questo senso, l’importanza delle ambientazioni, della localizzazione, è il cardine, il perno intorno a cui ruota questo nuovo universo letterario.

Sei uscito con il romanzo ‘Follia a due’ per la casa editrice Mursia, che ha una storia molto articolata: il protagonista è un reduce di guerra dall’Afghanistan, poi il suo ritorno a una vita ordinaria con la famiglia viene sconvolta da uno strano incidente che gli porta via moglie e figlio. Quando hai disegnato questa trama a cosa ti sei ispirato?
Ci sono diversi stream narrativi all’interno di Follia a due, ciascuno legato a particolari esperienze e periodo della mia vita. La folie à deux, disturbo psichiatrico nel quale un sintomo di psicosi (spesso una convinzione delirante, di tipo paranoico) viene trasmessa da un individuo all’altro, che nel romanzo diventa anche metafora della guerra, è uno di questi filoni, come anche quello degli omicidi stradali, e quello del commercio illecito nel deep web, mondo segreto a sua volta metafora dell’inconscio pulsionale freudiano.
L’idea alla base di Follia a due arriva da un passato lontano: durante i miei studi universitari di psicologia clinica all’Università Cattolica di Milano, negli anni Novanta, ebbi l’opportunità, grazie al prof. Silvio Stella, mio docente e in seguito relatore di tesi che prima di trasferirsi a Milano aveva insegnato ed esercitato per molti anni a Torino, di studiare i registri e le cartelle cliniche dell’ospedale psichiatrico Villa Azzurra di Grugliasco, il terribile istituto per bambini diretto da Giorgio Coda, psichiatra tristemente noto nell’ambiente per i suoi metodi brutali e soprannominato “l’elettricista” a causa della propensione a trattare anche i pazienti minorenni con la terapia elettroconvulsiva, oggi fortunatamente fuori legge. La parola che figurava più spesso all’interno di quei documenti era ‘elettromassaggio’ e i resoconti erano molto crudi. Al tempo mi annotai come non tutti i piccoli pazienti venissero indicati con nome e cognome sulle cartelle ma, al contrario, alcuni solo con le iniziali puntate. Uno, in particolare, era oggetto di trattamenti particolarmente efferati e lo psichiatra pareva avere sviluppato nei suoi confronti un atteggiamento ambivalente. Le storie di quasi tutti questi giovani pazienti sono state in seguito ricostruite durante il processo che vide Coda riconosciuto in prima istanza colpevole e condannato per maltrattamenti. Alcuni di loro, tuttavia, non hanno mai avuto un’identità. Le loro tracce si sono perse. Parallelamente alle mie ricerche di studente universitario, attraverso i racconti dei membri del ramo piemontese della mia famiglia appresi come Coda negli anni Sessanta fosse stato un assiduo frequentatore di molti salotti di antiche e ricche famiglie torinesi. A volte in quelle case sperse nelle colline, tra vigneti e giardini ornamentali, si consumavano fatti di sangue, che le famiglie influenti facevano il possibile per nascondere. Qualche volta quei fatti di sangue coinvolgevano bambini. Non voglio raccontarvi altro, poiché rischierei di togliervi il piacere della lettura del mio libro, che è opera di finzione letteraria… ma la figura di Giorgio Coda, cui mi sono liberamente ispirato per tratteggiare uno dei personaggi, si porta dietro molte ombre e misteri che meriterebbero di essere indagati più a fondo, se non altro per tentare di restituire un’identità alle sue vittime che ancora non ce l’hanno.
O forse, certe cose, è meglio lasciarle scivolare via nel passato…

I personaggi dei tuoi romanzi come nascono?
I personaggi dei miei libri nascono dalla mia instancabile curiosità e dalla mia passione per gli esseri umani. C’è, nell’animale-uomo, un infinito inconoscibile che chiamiamo “mente” o “anima” che va molto oltre il concetto di “macchina desiderante” caro all’anti-edipo di Deleuze e Guattari e solo in minima parte può essere compreso dalla teoria freudiana, che vede la libido come un moto pulsionale dal basso verso l’alto, dalle profondità della vita inconscia verso la superficie del pre-conscio e della coscienza. Per me alto e basso si incontrano più frequentemente nell’enantiodromia junghiana e la fascinazione che il mistero della mente esercita sulla mia curiosità intellettuale è alla base della mia attività di scrittore. L’osservazione della realtà attorno a me, per strada, nei locali che frequento, nel conservatorio in cui insegno, tra i miei amici e anche tra le persone con cui mi incrocio anche solo per un attimo, una varietà meravigliosa di mondi possibili che la pratica narrativa, la passione per il raccontare, mi dà la possibilità e il privilegio di immaginare e portare ad esistere. A volte, le persone che siedono davanti a me in treno notano che li osservo di nascosto, a volte mentre digito sul mio laptop e si incuriosiscono. Allora spiego loro, scusandomi, che no, non li stavo fissando, è solo che a volte mi perdo guardando qualcosa mentre penso ad altro… in realtà, li sto… esaminando, apprendendo, per metterli in qualche mia storia!

A un certo punto del romanzo, il protagonista Fausto viene affiancato da una donna, Valentina, fondamentale per la soluzione finale. Come mai questa scelta di puntare su una coppia (assortita) per la seconda parte della storia?
Fausto e Valentina sono investigatori loro malgrado, feriti dalle esperienze della vita ma coriacei e decisi a scoprire la verità per avere giustizia. Valentina è una ragazza che ha lottato per emergere e guadagnarsi la propria indipendenza, anche economica, in una grande città, provenendo da una realtà rurale come quella di Castelferro, un piccolo paese sperso nelle campagne dell’alessandrino. La dignità e la natura coriacea, la resilienza diremmo con un termine oggi di moda, di chi ha lottato duro per farcela, senza mai venire meno ai propri sogni, è il tratto di carattere che accomuna Valentina a Fausto e ne fa una compagna d’indagine a mio avviso credibile e interessante.

Il romanzo ‘Follia a due’ è il terzo della collana ‘Giungla gialla’ della casa editrice Mursia, un progetto ambizioso del direttore Fabrizio Carcano per dare voce a scrittori originali e per dare voce alle diverse realtà italiane che hanno così tanto da dire: cosa ne pensi del giallo e noir italiano che batte tanto i suoi territori?
La collana Giungla Gialla è un progetto nuovo, originale e ambizioso, attraverso il quale l’editore storico Mursia desidera rilanciarsi. L’idea potente è quella di ancorare delle storie gialle, thriller e noir al territorio, valorizzando le ambientazioni e quindi la storia del territorio, ma anche la storia di un genere letterario che ha sempre tratto la sua linfa vitale dai luoghi che diventano un elemento simbolico ed evocativo. Oltre a questo, Giungla Gialla ha in sé il potere dell’attualità. Sia Carcano che molti degli autori, alcuni dei quali sono già editi, altri che usciranno presto nella collana, sono legati al mondo del giornalismo e della cronaca: questo è l’altro tratto vincente su cui si fonda questo progetto che, secondo me, cambierà nei prossimi anni il panorama del giallo italiano.

Come nasce la figura di Fausto, protagonista in ‘Follia a due’?
La figura di Fausto nasce dalle mie letture di libri in cui i soldati reduci dalla missione italiana in Medio Oriente, intervistati, raccontano la loro esperienza al fronte. Sono rimasto molto impressionato da quelle storie che raramente arrivano a destare l’interesse dei media generalisti ma sono piene di coraggio, abnegazione, onore, desiderio di giustizia e amore per la pace. I giovani come Fausto, pronti a dare la vita per difendere la pace e la civiltà dagli attacchi dei terroristi, proteggono le fondamenta su cui si regge la nostra civiltà, la società occidentale, il mondo che conosciamo. Senza il loro coraggio e la loro dedizione non potremmo girare per strada fiduciosi, fruire della bellezza della nostra storia passata, vivere sperando in un futuro migliore, più libero. Ispirandomi alle loro vicende ho costruito il personaggio di Fausto, un reduce che è rimasto gravemente ferito in un attentato ad Adraskan, viene rimpatriato con la pensione dell’esercito, riabbraccia la sua famiglia, frequenta le sedute di fisioterapia riabilitativa, prova a ricostruirsi una vita come civile, l’anima segnata per sempre dalle cicatrici dei ricordi terribili e improvvisamente si vede crollare addosso il mondo una seconda volta. Non si fermerà fino a quando non sarà riuscito a dare un volto all’assassino della sua famiglia e farà tutto ciò che sarà necessario per avere giustizia, spingendosi in caso anche oltre i confini della legalità.

C’è un altro grande protagonista in questo romanzo, la città di Torino. Quanto è importante incastonare i personaggi di un romanzo all’interno di una città universale come quella della Mole Antonelliana?
Ricordo una conversazione che ebbi nell’estate del 2018 con Andrea G. Pinketts, grande autore non solo di gialli ma romanziere tout-court. Ci trovavamo presso il Festival AG NOIR di Andora, in un bellissimo stabilimento balneare, era luglio e lui, malgrado già non stesse bene, stava presentando alcuni autori meno famosi, tra cui il sottoscritto. Il libro che portavo in quell’evento era La luna delle fragole, il mio thriller metropolitano di ambientazione romana del 2018. Non ricordo bene come ma il discorso finì sull’importanza o meno di chiarire al lettore l’ambientazione delle nostre storie. Entrambi ci trovammo d’accordo nel ritenere fondamentale e centrale la cornice geografica in cui gli eventi narrati si svolgono. Ricordo che Andrea parlò dell’ambientazione come di un vero e proprio personaggio, in più rispetto a quelli in carne e ossa, o meglio di carta e inchiostro. Quello era anche il mio punto di vista, e argomentai come i luoghi letterari e i luoghi delle storie che raccontiamo siano, con il loro potenziale evocativo, il ponte principale in grado di reggere quel particolare meccanismo di telepatia per cui una storia inventata da una persona a un certo punto, mediante la lettura, si viene a trovare, a esistere, nella mente di un’altra persona. Questo è il ruolo di Torino in Follia a due, di Roma in La luna delle fragole, o della mia Liguria ne L’immagine divisa. Un ruolo centrale, irrinunciabile.

Il giallo e noir italiani come sono cambiati nel corso del tempo?
La scuola italiana del giallo viene da lontano e inizia a esprimersi con chiarezza d’intenti negli anni Cinquanta e Sessanta del ‘900. Follia a due è un giallo che rivendica con forza la sua appartenenza alla scuola torinese del giallo italiano. L’altra scuola, è ovviamente quella milanese di Scerbanenco, Pinketts, Biondillo, della Gioventù Cannibale, di Alda Teodorani e dell’area emiliano-romagnola del Gruppo 13, con Macchiavelli, Lucarelli e Fois. La scuola torinese nasce con Fruttero & Lucentini, che ambientano nel capoluogo piemontese i due capostipiti del genere La donna della domenica e A che punto è la notte, veri capolavori del giallo. La scuola torinese negli anni successivi ha vissuto una fioritura di autori assolutamente rigogliosa. Cito solo alcuni nomi che hanno frequentato e frequentano le ambientazioni piemontesi: Blini, Ballacchino (anche lui in Giungla Gialla!), Schifitto, De Filippis, Barbieri, Ferrari, Longo, Tamietti, Corbo, Gianna Baltaro con Le nebbie del gambero d’oro, Marcato e Novelli con Il commissario di Torino, Leone Di Fausto con il vice questore Giuseppe Pedante, Gioele Urso con il commissario Montelupo… potrei continuare a lungo, ma il punto è che tutti questi autori hanno una forte carica identitaria, legata alla scelta delle ambientazioni e a personaggi ricorrenti. Follia a due si inscrive in questo filone, come thriller metropolitano torinese. Per rispondere alla tua domanda e ricollegandomi anche alla domanda precedente, credo che oggi ci sia il rischio di perdere questa connotazione geografica che rende uniche le nostre storie, le cala nella quotidianità delle nostre città e le mette in relazione fertile con il nostro passato recente o remoto. La “internazionalità” di alcuni thriller recentemente prodotti “in serie” e volti principalmente al mercato di lingua inglese, con l’obbligato corollario di dover risultare accattivanti per le produzioni cinematografiche globali, rischia di oscurare la potenza e l’originalità degli autori più legati a un dialogo con il nostro territorio.

Quanto l’ordinario della vita influenza il tuo modo di vedere e intendere la narrativa?
Ritengo sia più interessante domandarci quanto la mia attività di scrittore influenzi la mia vita reale. La mia attività di giallista nasce come un’indagine intorno alla predisposizione della natura umana al male. È come se quando scrivo un giallo attivassi un “focale”, un meccanismo di osservazione, una lente che privilegia le pulsioni oscure, più selvagge della persona. Nella vita reale, queste pulsioni permangono ma sono celate, restano sottotraccia, come un fiume nero che scorre nelle cavità dell’Io. È importante che il corso di quel fiume resti inscatolato, imprigionato nelle profondità dell’anima, in modo da poter lasciare agire in superficie le pulsioni di vita, quelle che cercano la felicità, la realizzazione, la condivisione, che credono nella fondamentale bontà delle persone. Scrivere mi permette di tenere a regime le linfe di quel fiume sotterraneo. Quando scrivo mi immergo in quelle acque nere, ed è un’attività necessariamente solitaria. Poi torno su, respiro, e vivo al sole, con gli altri, in pace.


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