Torna a splendere il Teatro Romano di Terracina, aperto al pubblico nei Weekend con visite guidate

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Lo scavo del teatro romano di Terracina, una struttura comunque già evidenziata dal Lugli nella sua Forma Italiae, sta suscitando un notevole interesse, sia a livello scientifico, quanto a quello mediatico.

Qualche breve cenno sulla sua storia e su quella degli scavi può aiutare a comprenderne l’iter storico, architettonico ed archeologico.

Un graffito che rimanda ad un episodio del 28 gennaio del 52 a.C. (la morte di Clodio Pulcro, ucciso dai seguaci di Annio Milone, poi difeso da Cicerone) e tracciato nell’intonaco di un ambiente della parete est dell’accesso alla struttura, consente di attribuire una precisa cronologia all’edificio, momento confortato anche dall’uso dell’opera incerta impiegata quale paramento esterno dei setti murari. Possiamo quindi tranquillamente parlare di un progetto iniziato intorno al 60 a.C. e portato a termine qualche anno dopo.

Con Augusto assistiamo ad una rivisitazione dell’impianto, testimoniata da interventi strutturali in opera reticolata e dal forte impiego di marmi pregiati nel rivestimento della scena. A questo momento storico dovrebbe appartenere anche la tribuna d’onore (il tribunal) realizzato immediatamente al di sopra dell’accesso all’orchestra sempre del lato orientale.

Con i Flavii il teatro venne nuovamente interessato da momenti di recupero, testimoniati dall’impiego dell’opera mista (mattoni e cubilia).

Al lento declino della città (IV sec. D.C.) seguì anche quello del teatro. Il reimpiego di epigrafi onorarie, sopravvissute sino ai nostri giorni solo grazie all’impronta in negativo impressa nella calce, delle lastre con modanature diverse collocate ai piedi del pulpitum, confortano in questa ipotesi di lavoro.

Una serie di cisterne, costruite sui gradoni della cavea e reimpiegando la muratura del tribunal, denunciano l’abbandono definitivo dell’area almeno per quanto concerne l’utilizzo teatrale, questo perché l’area venne “vissuta” in maniera diversa.

Gli scavi hanno accertato come l’area dell’orchestra, anche in seguito ad un parziale interro, venisse destinata alle calcare per la realizzazione di quella calce che già Procopio, nel De bello Gothico, enfatizza come di ottima qualità.

Una facies bizantina è testimoniata dalla presenza, sovrapposta all’antico, di strutture abitative, comunque sopravvissute per non più di due secoli. Il progressivo, inesorabile interro dell’area, che vide coinvolto insieme al teatro anche l’intero Foro, oltre che dal livello del piano di calpestio della casa torre di Horatius Melior e di quello della Torre dei Rosa, viene testimoniato anche da un elemento che, all’occhio esterno, viene spesso sottovalutato.

Infatti, la serie di incavi orizzontali visibili nell’ingresso sud del teatro, realizzati scavando il duro cementizio romano, altro non sono che tombe medioevali.

Gli scavi, iniziati nel 1992, hanno restituito una, per molti versi, inaspettata situazione ottimale per quanto concerne la ima e la media cavea, miracolosamente sopravvissute alle spoliazioni tardo antiche e medievali, salvo che nel lato nord dove pesanti strutture, forse con finalità difensive, ne hanno alterato lo status.

I reperti statuari ed epigrafici qui rinvenuti, rimarcando ancora come l’archeologia non sia una caccia al tesoro, sono al momento in fase di studio. Il certosino lavoro di studio è finalizzato anche ad operare un preciso distinguo tra quelli destinati all’arredo architettonico del teatro e quelli invece trasportati in antico con destinazione di calcificazione.

Al momento, sono visibili, nell’interno dell’ex Museo Pio Capponi, due statue femminili legate al culto isiaco, un testa tardo repubblicana, l’ara di Iuppiter Axur, l’epigrafe con l’elogium del triumviro Marco Emilio Lepido  e la colossale statua in giallo antico raffigurante un Dace.

Pietro Longo


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