La Legge del desiderio

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La legge del desiderio                                                                               Radici bibliche della psicoanalisi                                                                               di Massimo Recalcati  (Seconda parte)

Il desiderio è quella forza che rende la vita più viva, che dà la vita al nostro io.                                                   Il nostro io è mosso dal desiderio. (Massimo Recalcati)                                                                                                                                                        

            Recalcati si sofferma a lungo, con un’analisi psicanalitica, sul racconto biblico del giudizio del re Salomone che, come uomo saggio, è chiamato ad accertare a chi appartiene il figlio tra le due madri che rivendicano il diritto di essere la vera madre. Inoltre riflette sul segreto di Maria, sulla sua maternità, sul mistero della generazione della vita e dell’accoglienza del figlio che non gli appartiene perché è il figlio di Dio e porta con sé il marchio indelebile dell’unione dell’immanenza (madre umana di Cristo) e della trascendenza (madre del figlio di Dio).

Maria, nel racconto evangelico, scandisce l’inizio e la fine  della vita di Gesù destinato a morire sulla croce. E questa perdita del figlio viene accolta da Maria perché rispetta profondamente il desiderio e la libertà del figlio. Il desiderio di Maria non può essere dissociato dal segreto del figlio amato, che rivendica la libertà del suo desiderio. Il desiderio del figlio non coincide, infatti, con quello della madre, come ricordano gli episodi della scomparsa di Gesù dodicenne a Gerusalemme e la richiesta della madre nel corso delle nozze di Cana. Il legame tra madre e figlio non esclude mai l’abbandono e la separazione. La Legge del desiderio di Gesù non può restare al servizio di sua madre perché egli liberamente deve seguire la sua strada, la sua volontà. E la gioia della madre è gioire della vita differente del figlio e della sua lontananza.

Recalcati  esamina, inoltre, la vicenda della tragedia greca di Edipo re di Sofocle che assomiglia alla parabola lucana del Figliol prodigo. In ambedue le narrazioni centrale è il legame tra genitori e figli e il loro conflitto dimostra che l’appartenenza e l’erranza di Edipo e del figliol prodigo sono due poli fondamentali del processo di umanizzazione e formazione della vita. Il padre, nella sua doppia posizione di accoglienza e di abbandono, è identificato come ostacolo all’affermazione della vita del figlio  perché sbarra la strada alla libertà del figlio.

La Legge del padre, che non è antagonista al desiderio del figlio, non esige l’annientamento della vita del figlio, ma la libertà di esistere e di realizzare la sua vita differente. La morte necessaria del padre, del Dio biblico, permette l’esperienza della incarnazione umana di Gesù che si pone come servo e non come padrone onnipotente. La paternità non è dominio sul figlio, ma dono della libertà del figlio. È un padre del perdono che rinuncia alla Legge del castigo e dell’erranza e che non condanna il figlio alla morte, ma concede libertà al figlio giusto che si riconcilia con il padre. Il padre evangelico della parabola di Luca sostiene il figlio nel suo desiderio di separazione, sapendo il rischio del viaggio che il figlio corre per la sua stessa vita.

Molto importante è l’esperienza del ritrovamento del figlio che è simile alla gioia piena  del ritrovamento della pecorella smarrita da parte del pastore e della moneta perduta in casa dalla donna. È un ritrovamento che consente una resurrezione, un ritorno alla vita, una vittoria sul trauma della perdita. Questa esperienza, piena di gioia, è strettamente legata al perdono del padre come nuova forma della Legge dell’amore e della grazia. Il perdono causa il pentimento del figlio e quindi una nuova vita.

Il padre, simbolo della Legge formale e legalistica, non punisce il figlio che ha sperperato il patrimonio.  Il figlio minore ritrova la sua strada soltanto servendosi del padre che gli dona, con il suo abbraccio misericordioso, la possibilità di un’altra occasione per ricominciare a vivere. «Era morto ed è tornato alla vita», e può, dopo il travaglio del viaggio, dopo l’abisso della perdita di sé stesso, ripartire e rinascere.                                Il perdono del padre, che non chiede nulla in cambio, alcun compenso, consente l’affermazione della vita sulla morte e la grazia infinita di un incontro e di un nuovo inizio al figlio ritrovato e di realizzare un rinnovato rapporto con la Legge dell’amore, una vita nuova che non cancella la frattura, la lacerazione e la ferita.

L’autore affronta anche il problema del tradimento, soprattutto nel rapporto tra maestro e allievo e in particolare il tradimento di Giuda l’Iscariota e di Pietro, entrambi discepoli e compagni di strada di Gesù. Il tradimento di Giuda, «incarnazione del politico», nella notte del Getsemani è la risposta rancorosa a un inganno subìto, alla delusione del maestro per la mancata  liberazione politica della Palestina dal dominio romano. Per l’amato Pietro, il discepolo più fedele, il tradimento avviene per paura, per debolezza e per fragilità umana, per il profondo amore che egli prova per il suo maestro.

Il tradimento è strettamente collegato con la prossimità intima, con gli amici, con i compagni di viaggio e con gli allievi più cari. Il trauma del tradimento, che avviene nell’ultima cena, nell’intimità del convivio, implica il tradimento della parola, del desiderio, lo sfaldamento di un patto simbolico tra maestro e allievo.

L’allievo zelota Giuda, deluso da Gesù, vuole la morte del maestro, l’eliminazione politica di chi ha deluso il suo amore e vende la vita del maestro, consegnandolo per trenta denari, ai sacerdoti. Il triplice tradimento di Pietro, l’apostolo scelto come suo erede da Gesù, è il più doloroso perché è l’allievo più fidato e premuroso, è l’uomo della fede granitica che riceve le chiavi del Regno, perché la fiducia che il maestro pone in lui è assoluta. Pietro con la sua umana incoerenza, contraddizione e fragilità tradisce il suo maestro che ama e piange amaramente per lui, mostrando la sua umanità vulnerabile.

Recalcati nella notte buia del Getsemani mette in risalto come Gesù vive l’esperienza del tradimento, del doloroso distacco dai suoi allievi e amici, dell’abbandono assoluto e dell’estrema solitudine e si ritira nell’angoscia estrema della morte e nel silenzio abissale con i suoi discepoli che sprofondano nel sonno. Gesù è avvolto in una tristezza infinita perché desidera continuare a vivere, perché la sua parola è una parola di vita e non di morte. Getsemani è anche la notte  della preghiera, dove Gesù consegna sé stesso alla Legge del suo desiderio, del suo destino non subìto ma scelto.

La notte scura nell’orto del Getsemani apre il ciclo della passione imminente di Gesù con la brutalità dell’arresto, con le percosse, con la violenza del supplizio, con la crocifissione e con la paura della morte. Questo ciclo terribile non è dominato dal sacrificio, ma dalla donazione senza riserve di sé stesso, restando fedele, con gesto di libertà e con un atto di amore, al proprio desiderio.

Gesù durante la sua passione rivolge una prima preghiera di aiuto al Padre perché si sente abbandonato e vive l’esperienza del silenzio assoluto del Padre a cui chiede, come uomo e unico figlio, di dispensarlo dal bere il calice amaro della sua passione, della sua morte e la sospensione della Legge inumana della morte nel nome della Legge del desiderio della vita. Con una seconda preghiera Gesù chiede, di fronte al silenzio di Dio, che si compia la volontà del Padre perché la preghiera non cerca consolazione, ma genera assunzione del suo desiderio e si affida, con il dono di sé,  alla Legge del Padre e al mistero di Dio nelle mani del Padre. «Non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Conclude in questo modo la passione, il travaglio di Gesù che si affida all’Altro.

La paura della morte appare a Gesù come l’altra faccia, simmetrica, della paura della vita. Gesù non evita la morte, ma la incontra accettando il suo calice amaro e chiede al Padre di essere risparmiato perché ama profondamente la vita. E nella crocifissione Gesù incontra la morte e subito dopo la resurrezione, perché la morte non può essere l’ultima parola sulla vita. La resurrezione pasquale rende possibile a Gesù di uscire dalle tenebre del sepolcro e poter vivere in eterno.

La vita viva è la vita animata dalla forza del desiderio indistruttibile e antagonista alla Legge del sacrificio, è la vita che adempie alla Legge dell’amore. Secondo la predicazione di Gesù, che non è mai sazio della vita,  l’uomo non è fatto per la Legge che, attraverso norme e precetti legalistici, opprime la vita, ma è la Legge che è fatta per l’uomo. La Legge del desiderio umano libera la vita dalla paura della morte perché non tutto è deciso dalla morte. Vincere la paura della morte è la sfida più grande della testimonianza di Gesù.

La resurrezione non è una storia consolatoria a lieto fine, ma una chiamata a restare fedeli alla Legge del desiderio. Le apparizioni di Gesù, dopo la sua morte di fronte ai suoi discepoli, hanno il potere di riattivare il desiderio rendendo più forte la loro fede. Il magistero della resurrezione ci porta a pensare che il resto è indistruttibile e che sempre qualcosa, di chi non è più con noi ed è assente, resta con noi.

Il vuoto del sepolcro impone l’esperienza del lutto irreversibile della perdita, del dolore, ma l’assenza non è segno della morte, ma della vita che continua oltre la morte. Per Gesù la morte non può essere l’ultima parola sulla vita; bisogna cercarlo non tra i morti ma tra i vivi. La vita non può mai essere tutta distrutta dalla morte poiché un resto indistruttibile sopravvive alla perdita «Chi crede in me, anche se muore, vivrà», dice Gesù (Giovanni 11,25).

La resurrezione, che è vita, non può negare il dramma della fine tragica, della crocifissione e non cancella le ferite della sofferenza e il trauma della morte, non nega il nostro destino mortale. La croce è il simbolo dell’attraversamento del buio della morte, del suo gelo, della sua ferocia e della sua ingiustizia.  Nel risorgere Gesù mostra che  la morte non coincide con la fine della sua Parola. La fede si nutre dell’assenza e implica l’incontro con un ignoto che si sottrae al contatto; essa non può fondarsi sull’evidenza del toccare e del vedere. «Felici sono coloro che, pur non avendo visto e toccato, crederanno (Giovanni 20.28)».

Poiché argomento centrale di questo libro è il tema della Legge nel suo rapporto con il desiderio, Recalcati non ignora il notevole e determinante contributo di Paolo di Tarso, erede della parola di Gesù, che si impegna a rafforzare il rapporto tra Legge e desiderio, introducendo la centralità della grazia come eredità irrinunciabile del pensiero e della testimonianza di Gesù. La Legge senza grazia si separa dal desiderio. Non esiste una Legge senza grazia che assume la forma concreta del perdono. La salvezza scaturisce dalla fede e la Legge che più conta non è quella normativa, del divieto, della proibizione e del castigo, dell’osservanza esteriore di mere regole formali, di un formalismo zelante, ma quella della fede capace di generare la vita attraverso il desiderio.

Secondo la riflessione dell’apostolo Paolo, l’uomo non si salva soltanto con le opere, con il rispetto e l’obbedienza nei confronti della Legge ma con la fede, con «il dono della grazia». Il nucleo fondamentale della riflessione paolina è costituito proprio dalla relazione profonda che unisce la nuova Legge alla fede.

L’esistenza della Legge è strettamente legata al peccato, al desiderio perenne della sua trasgressione. Però non si tratta di abolire la Legge ma di portala a compimento per rendere umana la vita. La Legge, che è fatta per l’uomo, è al servizio della vita e non contro la vita. Fede e grazia sono cardini di una nuova rappresentazione della Legge del desiderio. Solamente la Legge della fede in Dio e del dono gratuito della grazia, e non la Legge delle opere, può salvare l’uomo dal peccato. Non c’è salvezza nelle opere della Legge, ma solo «nel salto a fondo perduto della fede».

Paolo non intende annullare la Legge, ma assume il desiderio come nuova forma della Legge che, attraverso la grazia, dono gratuito di Dio che prescinde dalle opere dell’uomo, offre un’altra immagine della Legge, non più basata sull’osservanza scrupolosa di una quantità infinita di regole e di precetti formali, ma basata sulla fede e sulla grazia gratuita, che dà e genera una nuova vita.

Per Paolo l’evento della morte di Cristo è la massima manifestazione della grazia divina. Il rapporto tra desiderio e fede è la forma della nuova Legge che si iscrive nel cuore dell’uomo, che non è esonerato dalla responsabilità soggettiva, dall’assunzione etica dei suoi atti  e delle sue conseguenze. La nuova Legge si basa sull’amore per l’Altro, sul depotenziamento dell’Io: «Amerai il prossimo tuo come te stesso».                                 Per Paolo il compimento della Legge coincide con la pienezza dell’amore. «Chi ama il prossimo adempie la Legge», che è vincolata alla  donazione dell’amore. Paolo con la sua conversione, con la sua metamorfosi del nome, abbandona la rappresentazione antiquata della Legge e abbraccia la Legge dell’amore, della fede nella parola di Gesù che apre a un nuova vita. Questa Legge, che costituisce l’eredità fondamentale del messaggio cristiano,  non è nemica del desiderio ma il suo fondamento simbolico.

Con chiarezza e profondità di analisi Recalcati offre ancora una volta ai suoi lettori la possibilità di esplorare le radici psicanalitiche del cristianesimo. L’eredità essenziale, assunta e sviluppata con grande rigore dalla psicoanalisi di Freud e Lacan,  sta proprio nella Legge che non è nemica del desiderio, ma il suo fondamento più radicale.

 

 

 

 

 

 


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