Antonio Pennacchi, il romanzo eterno della vita

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Antonio Pennacchi o Pier Vittorio Tondelli? Fulvio Tomizza o Melania Mazzucco? Quattro i miei scrittori italiani preferiti, diversi tra loro ma frutto di una grande passione per la lettura. Antonio ci ha lasciato alla chetichella in una calda serata di agosto, ogni sua opera ha rappresentato per me rivelazione, ossessione e scoperta. Ricordo quando ripeteva spesso: “Ho avuto un infarto, ogni tanto durante la notte mia moglie mi tocca, vuole accertarsi che sia ancora vivo”. Gli piaceva scherzare anche su quel cuore che poi lo ha tradito improvvisamente. A farmi scoprire il Pennacchi scrittore è stato suo cugino Gianni Lauretti, avvocato penalista che ogni tanto avvertiva Antonio di calmarsi in certe situazioni ma non otteneva consenso. Antonio era solito dire: ” Querelate pure, non ho paura, andate avanti nel volermi male”. Uno scrittore un poco umbro, un poco ferrarese ma soprattutto pontino di Latina. Difetti e virtù di Antonio li abbiamo conosciuti, scoprirne l’anima è stato difficile ma esaltante. Ha descritto vicende reali, vissute, sofferte, respirando il romanzo con un filo diretto con il lettore. L’impegno non è mai mancato. Da ragazzo è diventato uomo in fretta, passando per la fabbrica sino a diventare un protagonista nella cultura del nostro paese. Immediatezza e semplicità letteraria, uno stile che piace, una volta mi disse: “Stimo Nori, la sua è una penna innovativa”. Parole sante, aveva visto nel collega di Parma uno stile inconfondibile, postmoderno.Si è interessato di politica, sindacato, un rivoluzionario dai mille risvolti, imprevedibile e stravagante. Antonio parlava di Codigoro e dell’Abbazia di Pomposa, di Latina Scalo e dell’Antica Norba, sognava di navigare attraverso i canali dell’Agro. Mille idee, toni pacati e poi drammi nel suo geniale modo di pensare la vita e gli avvenimenti. Dimenticavo. Quale libro di Pennacchi ho letto con maggior piacere? Sicuramente , edito da Vallecchi.


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