Basket amarcord. Nel 1966 il Cos Latina partecipava alla serie D di basket, un campionato di alto livello ed impegnativo.
Il roster era bene assortito. In alto da sinistra: Chieruzzi, Zanda, Avvisati, Marinelli, Bompan, Biancalani, Coccia, il presidente. Seduti: Carolini, Rubinato, Pasquarella, Cani, Gatti.
Don Vincenzo Russo – siciliano, insegnante di religione al liceo scientifico “Grassi” – era l’anima dell’Oratorio Salesiano negli anni Sessanta.
Il sacerdote, dopo una lunga permanenza a Latina, decise poi di lasciare l’abito talare per andare a vivere in Inghilterra con la famiglia.
II cinema era il ritrovo domenicale, una bella sala dedicata a Don Bosco, ora in gestione a privati.Tanti film western e cartoni animati animavano i pomeriggi.
Le partite di calcio e basket, sotto l’egida del Cos (Centro Oratoriano Sportivo) erano uno dei momenti più attesi nella vita dell’Oratorio.
Tanti ragazzi sono cresciuti sul campo di via Sisto V, seguiti da dirigenti e allenatori seri e preparati.
Vincenzo D’Amico è stato ceduto per una manciata di palloni dal Cos all’Almas, poi alla Lazio. A soli dodici anni era un piccolo fenomeno: ogni sera, sotto i riflettori, arrivava a contare mille palleggi. Anche Bruno Conti – campione del mondo in Spagna nel 1982 – ha vestito la casacca del Cos Latina.
L’aggregazione era tanta all’interno del centro “Don Bosco”. Lo sport era in testa a ogni energia, non mancavano laboratori teatrali, gite, boy-scout, incontri culturali, musica, biciclettate.
In trasferta si andava con una Fiat 600 multipla che accoglieva anche otto giocatori.
Don Russo riuscì ad imbarcare la fortissima squadra di basket per la Sardegna, impegnata in serie D con coach Luciano Marinelli, dopo aver fatto scaricare tutti i giornali provenienti da Roma Fiumicino e diretti a Cagliari Elmas.
Il Cos vinceva partite importanti grazie a un quintetto interamente composto da latinensi, erano in campo anche Cani e Gatti, gli arbitri talvolta sorridevano quando effettuavano il rituale riconoscimento.
Ricordi e aneddoti di un basket pontino e di un modo di vivere lo sport ancora agli albori, forse, ma decisamente più umano, genuino ed inclusivo proprio perché “parrocchiale”.
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