Dopo la tragedia a La Spezia riceviamo e pubblichiamo una riflessione del prof Gianmarco Proietti

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Ci sono notizie davanti alle quali bisognerebbe avere il coraggio di fermarsi, prima di commentare e di invocare risposte immediate.
Quanto accaduto a La Spezia, e ciò che è seguito a Frosinone, entra in un luogo che dovrebbe essere protetto come la scuola, e lo fa con una violenza che non può essere archiviata né banalizzata.
Non siamo di fronte a mostri né a semplici emergenze di ordine pubblico, ma al segno di un disagio profondo che attraversa ragazze e ragazzi e che spesso resta invisibile, muto, fino a quando esplode.
La scuola è ogni giorno attraversata da emozioni fortissime: legami, rifiuti, paure, identità che si cercano e a volte si feriscono.
Per questo considero parziale e lontana da una logica educativa e preventiva l’idea che la risposta consista nell’abbassare l’età imputabile o nel rafforzare la repressione.
Le scorciatoie securitarie, dai metal detector all’inasprimento delle sanzioni, rischiano di essere una distrazione dal problema principale e di colpire ancora una volta i più fragili.
Non servono simboli di controllo, ma una comunità adulta capace di stare, di ascoltare, di non avere paura della fragilità adolescenziale.
Servono più tempo scuola, scuole aperte, attività educative e sociali, educazione all’affettività, patti educativi forti con il territorio.
Serve riconoscere che crescere oggi è più difficile e che nessuno dovrebbe farlo da solo.
Il rispetto per chi non c’è più passa anche da questo: dal rifiuto di usare il dolore e dalla scelta di trasformarlo in responsabilità collettiva.

Gianmarco Proietti (Docente del Liceo scientifico Grassi di Latina )


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