Nei bar e posti di ristorazione a Latina nei pressi del grande campo profughi “Rossi Longhi” – uno dei più affollati d’Europa – erano pronti a servire qualcosa che piaceva agli ospiti della struttura per rifugiati per motivi politico o commerciali, quasi tutti provenienti dall’Est europeo. Bere il caffè alla turca era inevitabile.
La mattina presto davanti al campo stazionavano decine di donne e uomini in attesa di un posto di lavoro temporaneo, transitavano auto e pullmini in cerca di operai per traslochi, edilizia, coltivazione dei campi, pulizie ed altre attività. Gli slavi – li chiamavano così – erano ben retribuiti, nessuna forma di sfruttamento nei loro confronti.
Le abitudini venivano conservate come quella del bere il caffè alla turca. Noi siamo pronti ogni giorno al rito del caffè espresso, lungo, doppio, decaffeinato, macchiato. Basta entrare in un bar e ascoltare la solita richiesta dai clienti. Un rito quotidiano. Il caffè alla turca è un metodo di preparazione non filtrato, che prevede la cottura a fuoco lento di caffè macinato finissimo, acqua e zucchero opzionale in un bricco speciale chiamato cezve o ibrik.
Il caffè viene portato all’ebollizione più volte e servito senza essere filtrato, permettendo alla polvere di depositarsi sul fondo della tazzina. Questo processo crea una bevanda densa, ricca e dal sapore intenso.
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