Putin e Trump parlano la stessa lingua

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Putin e Trump parlano la stessa lingua

          La lingua non è uno strumento neutro: rivela la nostra visione del                                        mondo, il nostro stile di vita, plasma la realtà che ci circonda,                                 modificando valori e significati.                                                                  Giuseppe Antonelli

          Ho sempre ritenuto che il linguaggio umano, come strumento di conoscenza, sia una chiave per comprendere il mondo in cui viviamo. Il filosofo Ludwig Wittgenstein ha scritto che «Più ampio e più ricco è il linguaggio che si domina, più estesa è la realtà  che si comprende».

Con questa profonda convinzione ci siamo avvicinati alle stimolanti riflessioni tratte dalla recensione di Raffaele Simone, pubblicata nei giorni scorsi sull’Avvenire,  presentando il libro di Barbara Cassin La guerre des mots. Trump, Putin et l’Europe (Flammarion, editore).

L’insigne classicista del nostro tempo, esaminando e confrontando lo stile comunicativo dei due leader più importanti del mondo politico attuale, afferma che essi danno un’estrema importanza al linguaggio, in quanto ambedue «credono nel suo potere, nella sua forza performativa». Il linguaggio non è solo un’invenzione, ma è il mezzo che permette di inventare e comunicare il loro pensiero e la loro visione del mondo.

Il linguaggio, infatti, per l’autocrate russo Vladimir Putin e il presidente  degli Stati Uniti d’America Donald Trump, nelle loro conferenze stampa, negli incontri pubblici, nei comizi e nelle campagne elettorali, viene usato per far colpo sui loro concittadini e persino per manipolarli.

Per questi due uomini pubblici il linguaggio della politica, legato al mondo delle parole, tenendo presente gli insegnamenti della studiosa francese, serve per «fare cose» e per suscitare effetti sociali. La studiosa, servendosi della sofistica greca e analizzando il loro linguaggio, ravvisa inquietanti analogie e preoccupanti conseguenze.

Nel loro agire politico Putin e Trump inventano una “neolingua” nella quale il senso delle parole è rovesciato e la realtà descritta si dissolve tra dichiarazioni ridondanti, gonfie di retorica, caratterizzate da aggressioni verbali, talvolta violente, con battute smisurate e insulti agli avversari.

I loro discorsi e le loro esibizioni pubbliche sono accompagnati da posture esibizionistiche del loro corpo, da mimiche espressive, da continue ripetizioni verbali con lo scopo di creare sorpresa, sconcerto e inquietudini. Le loro affermazioni sono fermamente assertive e sostenute dalla dichiarazione che, «ciò che dicono, verrà realizzato anche se appare improbabile».

La loro retorica “populista”, secondo l’acuta analisi di  Barbara Cassin,  ha uno stile diverso. Il linguaggio di Trump, «il nuovo sceriffo della città», è quello di «un imbonitore di bassa lega», che si rivolge agli americani, ai suoi concittadini, in particolare ai seguaci del movimento MAGA, con frasi “erratiche”, con parole vaghe, grammaticamente sciatte, spesso seguite da espressioni volgari e offensive.

Putin, invece, è capace di rivolgersi di volta in volta a strati della popolazione russa in maniera diversa, servendosi di menzogne per riscrivere eventi importanti della storia del suo Paese. Infatti recentemente ha creato una Commissione “per la verità storica” con l’incarico di  adattare alle sue politiche tutti i libri scolastici di storia.

Negli ultimi capitoli del saggio, La guerre des mots,  Barbara Cassin mette in risalto gli attacchi di Putin e di Trump all’Europa, presentando il Vecchio Continente europeo come «regno della decadenza morale, irreligiosa, perversa e ideologicamente pericolosa» e, sia l’uno che l’altro, fanno sfoggio di avere Dio dalla loro parte. Putin si vanta del consenso del patriarca di Mosca Kyrill per l’invasione dell’Ucraina, per la guerra denominata «operazione speciale»; Trump si vanta di essere uscito indenne dall’attentato perché è «l’uomo di Dio» ed ha creato nella Casa Bianca un inedito “Ufficio della Fede”.

          Queste riflessioni sul linguaggio aiutano a comprendere meglio il nostro tempo storico e ad assumere responsabilità individuali e comunitarie rispetto agli eventi importanti che accadono.


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