Toscana, la parola alla montagna: dopo un inverno di neve e pandemia arrivano ristori discriminanti

Abbiamo incontrato, telematicamente, Giuseppe Regoli, proprietario dell’hotel “Il Casone di Profecchia”, località immersa nella più rigogliosa natura montana vicino Castiglione di Garfagnana: ha disegnato per noi un quadro di grandi difficoltà e di lotta, tra chiusure incontestabili e ristori discriminanti.

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Il Casone di Profecchia

LUCCA – 7 aprile 2021

L’inverno è finito e gli imprenditori della montagna figurano ancora tra le categorie più penalizzate e forse dimenticate, durante una stagione particolarmente nevosa e sferzata dalle conseguenze delle restrizioni necessarie a contenere la pandemia che ancora ci affligge; abbiamo incontrato Giuseppe Regoli, proprietario dell’hotel “Il Casone di Profecchia”, località immersa nella più rigogliosa natura montana vicino Castiglione di Garfagnana, che da decenni offre servizi di qualità durante tutto l’anno, con i suoi meravigliosi sentieri e le piste sciistiche, la cucina ricca di prodotti tipici e delizie, l’atmosfera familiare e la grande professionalità di chi lavora e vive per il proprio territorio con una passione impossibile da misurare.

Giuseppe definisce la stagione appena passata un “inverno vecchio stampo”, con precipitazioni nevose di un’abbondanza tale da riportarlo con la memoria agli anni 60/70, quantità che da allora non aveva più potuto apprezzare: peccato non aver potuto sfruttare una simile meraviglia a causa delle chiusure degli impianti sciistici imposte al fine di evitare la diffusione del virus. A tenere in piedi l’economia della montagna, al Casone, sono stati coloro che vi si sono recati per svolgere attività fisica seppur senza le sciovie, “alpinisti con ramponi, piccozze, sci con le pelli, ciaspole, racchette da neve, gruppi organizzati o singoli, famiglie da tutta la Toscana, con bambini da 2 mesi a 12/13 anni che, quando possibile, sono venuti quassù, trovando uno spettacolo indimenticabile della natura, con muri di neve alti anche oltre 10 metri, un po’ portata dal vento e un po’ dall’accumulo dei mezzi spalaneve, alberi carichi all’inverosimile…”

Dunque al Casone di Profecchia, incoraggiati dagli sportivi desiderosi di vivere la montagna pur senza impianti sciistici, si sono rimboccati le maniche, le piste per BOB sono state messe in sicurezza, sono stati creati nuovi percorsi per le ciaspole, presi d’assalto grazie alla spettacolarità delle montagne circostanti:
“Il Monte Prado è la cima più alta dell’Appennino toscano, con i suoi 2054 m slm e viene raggiunto proprio partendo dal Casone, attraverso il sentiero CAI 54 e poi proseguendo sul CAI 00, fino al GEA, un grande percorso di escursione appenninica, che dai monti Aretini porta a quelli Parmensi.”
Giuseppe ci parla delle difficoltà maggiori affrontate negli scorsi mesi e che permangono, sia in zona Rossa che in zona Arancione, dato che nella località del Casone di Profecchia fare asporto non funziona, viste le caratteristiche geografiche e soprattutto demografiche del territorio. Le criticità non sono mancate, “in primo luogo la mancanza di corrente per diversi giorni, le linee telefoniche interrotte, per non parlare dei disagi riguardo viabilità e  parcheggi.”
Gli imprenditori della montagna sono stati pesantemente svantaggiati durante questa pandemia anche dal punto di vista economico, come racconta Regoli: il Casone vanta di tre sciovie per un’estensione di oltre 15 ettari di terreno, che avrebbero permesso distanziamenti adeguati, elemento che è stato ignorato, considerato che tra un traino e l’altro la distanza è di ben 12 metri.
Sembra sempre che la risposta sia la chiusura temporanea, certamente non auspicabile: “ho sette dipendenti fissi e altri 20/25 a chiamata, tanti ragazzi che aspettavano di poter lavorare da noi, magari per pagarsi le spese universitarie o per non essere totalmente di peso per i propri familiari. Mi sembra che le cose non siano state valutate poi così attentamente, viste anche le condizioni all’interno di metropolitane e autobus. Pago circa €12.000 di IMU con 1850 metri quadri di superfice, la capienza del ristorante è di 300 persone, avrebbero potuto permettermi almeno un massimo di 50/70 clienti, forse si sarebbero potute risparmiare un po’ di casse integrazioni. Io sto con le istituzioni ma qualcosa di più poteva essere fatto. Certo non potrà essere un povero montanaro come me a risolvere tutti i problemi ma io non mollo, sto quassù, amo la mia montagna e ringrazio tutti coloro che ci aiutano.”
Per quanto concerne i 700 milioni di euro di ristori previsti dallo stato per la filiera danneggiata dalla chiusura degli impianti sciistici, purtroppo gli imprenditori dell’Appennino risultano enormemente svantaggiati: nel mese di marzo è stato deciso di ripartire tale somma tra le Regioni non più in base al numero di turisti rapportato al numero di residenti, bensì in relazione al numero delle presenze negli alberghi; secondo questo criterio ci saranno importanti disparità a favore delle regioni del Nord, Trento e Bolzano saranno indubbiamente avvantaggiate, a discapito degli imprenditori dell’Appennino Tosco-Romagnolo, in cui esiste una minore proporzionalità tra il flusso di sportivi negli impianti e quello negli alberghi.


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