Un anno dopo la tragedia di Satnam la riflessione della Flai CGIL : “Lottiamo ancora per estirpare lo sfruttamento dei braccianti per la sicurezza”

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Satnam Singh moriva in ospedale un anno fa, al San Camillo, per le conseguenze devastanti di un incidente sul lavoro. Un braccio staccato da un macchinario che stava utilizzando nell’azienda agricola in cui lavorava, nessun soccorso tempestivo. L’uomo era stato abbandonato agonizzante dal datore di lavoro davanti alla sua abitazione.

Un anno dopo dunque è il momento delle riflessioni. La prefettura di Latina ha riunito proprio ieri le forze dell’ordine e le istituzioni della provincia per fare il punto sulle azioni messe in campo e capire quanta strada c’è ancora da fare. Ma è anche la Cgil ad aprire importanti spunti di dibattito. “Ci siamo più volte chiesti se e cosa sia cambiato da quella tragica morte – scrive in una nota la Flai Cgil di Roma e Lazio e di Frosinone e Latina – Non è facile fare un bilancio di quanto sia cambiato nel mercato del lavoro agricolo, nel tessuto sociale e nelle regole che impattano sulla vita di chi lavora in Italia e molto spesso viene da paesi stranieri. Sicuramente noi abbiamo svolto tanta attività, ma con il carico e la responsabilità di quello che era accaduto a Satnam e anche alla persona che lavorava con lui, alla giovane compagna Soni, persone che hanno vissuto l’orrore di quei primi momenti e poi l’incubo dell’accaduto, persone che abbiamo guardato negli occhi pieni di lacrime e disperazione”.
Il ricordo dell’incidente. “Era il 17 giugno del 2024 verso le 16.30 un lavoratore agricolo di nazionalità indiana, che ha come punto di riferimento i nostri uffici, contatta Laura Hardeep Kaur, segretaria generale Flai Cgil del territorio, spiega cosa è successo, manda la foto che non avremmo mai voluto vedere – spiega il sindacato – In un campo a Borgo Santa Maria un lavoratore indiano, Satnam Singh, di 31 anni, ha avuto un incidente, grave, gravissimo, il datore di lavoro, anzi il padrone, invece di soccorrerlo lo carica in malo modo su un furgone e lo scarica nei pressi di casa. Accanto ai bidoni dell’immondizia una cassetta contenente il braccio staccato. Il pomeriggio Satnam, lavoratore in nero nell’azienda di Lovato, aveva perso un arto, usando un macchinario artigianale avvolgiplastica, non era stato soccorso, ma anzi scaricato ferito a terra. La Flai accorre e la scena si ripete crudele, nessuno è preparato a tanto, nessuno può esserlo, arrivano i soccorsi ma è tardi, tardissimo, troppo il sangue perso da Satnam, troppo grave l’incidente, troppo tutto. Il 19 giugno Satnam muore all’ospedale San Camillo di Roma”.

Di lì in poi, il caso di questa morte atroce fa il giro del Paese e del mondo. Si solleva un’ondata di solidarietà, indignazione e partecipazione. Scattano anche tanti controlli nelle aziende del territorio pontino, perché ormai i riflettori sono accesi. Si comincia, di nuovo, a raccontare il caporalato e lo sfruttamento nelle campagne dell’agro pontino. “Purtroppo, è un velo che la Flai e la Cgil hanno squarciato da almeno 15 anni – si legge ancora – hanno denunciato, cercato soluzioni, prima ancora di questa morte. Unica per crudeltà e responsabilità dirette, ma l’ennesima legata a condizioni di sfruttamento. Lo abbiamo detto il 19 giugno 2024, lo avevamo detto prima, lo ripetiamo oggi: la morte di Satnam non è frutto di un gesto criminale estemporaneo, è la conseguenza estrema di un sistema che governa un pezzo importante del mercato del lavoro agricolo fatto di lavoro nero, sfruttamento, ricatto, paghe da fame, massimo profitto sulla pelle delle persone”.

Che si tratti di un “sistema”, del resto, lo dicono con chiarezza questi numeri: dal 1 giugno al 15 luglio 2024, si sono registrate 7.368 assunzioni a tempo determinato in agricoltura rispetto alle 4.790 dello stesso periodo del 2023. In particolare, dal 19 giugno, giorno della morte di Satnam, al 30 giugno, ce ne sono state 3.287. “Qualcuno – commenta ancora la Cgil – dovrebbe provare vergogna. I numeri sono la prova che le aziende avevano un esercito di lavoratori in nero, regolarizzati solo sotto la paura delle ispezioni e gli occhi delle telecamere”. “Questi numeri ci fanno registrare un cambiamento tardivo – commentano Hardeep Kaur e Stefano Morea, come commentarono già in quei giorni – Una circostanza che ci fa piacere ma purtroppo arriva in ritardo. In ritardo per i tanti lavoratori arrivati con il decreto flussi e che una volta in Italia non si sono visti fare alcun contratto di lavoro; in ritardo rispetto alle segnalazioni che come Flai Cgil stiamo facendo da mesi e mesi. Un ritardo che si ripete oggi, seguita qualche controllo e ispezione, con il rischio che a pagarne le conseguenze più gravi siano proprio quei lavoratori che in condizione di necessità e ricattabilità si trovano senza documenti, senza contratto, senza lavoro”.

Dunque, cosa è cambiato da allora? Davvero poco. “Il problema resta – spiega la Cgil – come resta il peccato originale del Decreto flussi che continua a creare schiavi. E’ cambiato poco ma è accaduto tanto e se ne riesce a raccontare solo una piccola parte: dallo scorso anno ad oggi sono aumentati i lavoratori che si rivolgono a noi per essere aiutati a chiedere il rispetto dei diritti, per capire e denunciare che, dietro a quel nulla osta che li ha fatti arrivare in Italia, non c’è niente, nessuna azienda, nessun contratto, ma solo intermediari che hanno ricevuto da 5.000 ai 10.000 euro”.

Intanto, si sono susseguiti esposti, denunce e fatti significativi, come il permesso di soggiorno per casi speciali per il lavoratore che aveva assistito all’abbandono di Satnam Singh e per altri due compagni presenti a quei fatti drammatici.  “Ora torniamo a chiedere, a giugno 2025, che la politica e le istituzioni sanino le distorsioni e le ingiustizie generate dalla Legge Bossi Fini e dal Decreto flussi – spiega ancora la Flai Cgil – con la concessione di permessi di soggiorno in attesa di occupazione, così da dare sicurezza a questi lavoratori entrati, di fatto, con un meccanismo che li ha truffati. Occorre metterli in condizioni di cercare un lavoro liberi da ricatti, da costrizione e paure, liberi di chiedere una paga dignitosa secondo contratto. Oggi non è un giorno di silenzio, non è un giorno in cui organizziamo qualcosa per l’anniversario della morte – conclude – Per noi oggi è e sarà sempre lo stesso giorno, in cui ricordiamo il sacrificio di Satnam cercando di onorarlo nel lavoro, nell’impegno che mettiamo nella lotta per un mondo del lavoro giusto, per la giustizia sociale”.

 


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