Gian Luca Campagna, ideatore del festival Giallolatino, che in questi giorni ha trasformato Latina nella capitale del giallo e del noir italiano, presenterà davanti ad avvocati, magistrati e giornalisti, sabato 23 al Circolo cittadino del capoluogo un libro destinato a far discutere, ‘Misteri e delitti. I casi di Latina’, vale a dire 10 cold case in salsa pontina, omicidi non risolti o se risolti dai contorni macchiati ancora di mistero. Lo abbiamo sentito e abbiamo raccolto le sue impressioni dopo che ha confezionato questo libro che ha già scatenato molte polemiche tra gli avvocati.
“Non solo cold case. Quei delitti irrisolti che fanno la storia di un territorio al pari delle tradizioni, del folklore, della tavola, delle attrattive turistiche. I crimini, soprattutto gli omicidi, ci raccontano tanto di una società, del suo vivere civile, delle sue pulsioni, delle sue passioni. Ci raccontano delle città in cui accadono e delle genti che le vivono. Appartengono a esse come fossero soffi permanenti, che persistono tra i vicoli angusti delle città medievali, tra le ombre metafisiche delle città assolate volute dal regime fascista, tra gli interstizi delle case borghesi e popolari, finanche tra gli argini delle sponde che s’accavallano tra i campi coltivati, perfino tra i rovi che macchiano le dune di sabbia lungo il litorale.
Ne abbiamo racchiusi 10. Dieci casi, non solo di omicidi rimasti irrisolti e quindi senza colpevole (e qualcuno senza mandante), ma anche di crimini ancora dai contorni oscuri, nebulosi, dove a volte legge e giustizia contrastano, dove a volte il chiacchiericcio è più pesante delle bilance dell’irremovibile Temi. E per affrontare questi delitti irrisolti è stata messa su una squadra, capace di affrontare questi 10 casi con passione, intelligenza, sensibilità, rigore e serietà, lasciando la stura però anche alla fantasia della creatività, per sfuggire alla freddezza e all’omologazione degli scritti depositati negli archivi dove si amministra (e si interpreta) la legge. La squadra è formata da giornalisti professionisti, giornalisti provetti, scrittori, narratori, blogger e semplici appassionati del delitto e delle pene che hanno affrontato omicidi della provincia di Latina che hanno colpito l’opinione pubblica.
Ma vediamoli questi casi. In ordine cronologico nell’agosto 1970 c’è il morboso duplice omicidio e suicidio del conte Camillo Casati Stampa, che ammazza la moglie, la splendida Anna Fallarino, e il suo giovane amante: è vero, i protagonisti appartengono alla nobiltà romana, ma l’isola di Zannone è di loro proprietà ed è teatro di orge sessuali sconvolgenti, drammatico palcoscenico di un’esistenza dissennata. C’è il delitto di piazza Roma a Latina, dove in circostanze mai chiarite nell’aprile del 1971 fu assassinata Andreina Calzati, sconvolgendo forse per la prima volta la compassata quotidianità del capoluogo pontino. C’è il massacro del Circeo (settembre 1975), per l’orrore che ha rappresentato nell’immaginario collettivo e il filo rosso e nero che ha perseguitato come nella peggiore trama di un feuilleton i tre aguzzini che si accanirono su due ragazze indifese. E ancora la tragica fatalità che ha colpito il giovane Luigi Di Rosa a Sezze, nel maggio 1976, alla vigilia di una tornata elettorale fondamentale per il Paese, quando il Terrorismo cadenzava la vita degli italiani: opposti che si fronteggiano, una provocazione nera in un paesino rosso, armi in pugno, la paura e gli spari. Sì, qui c’è un colpevole, ha un volto, un nome e un cognome, ma è stato veramente lui? E poi c’è l’oblio di tutti. O quasi. E arriviamo al luglio del 1990: siamo ad Aprilia, viene ammazzato in un attentato l’avvocato Mario Maio. Non si conoscono gli assassini né il movente. Piste? Nessuna. La scia dei delitti insoluti prosegue con la morte del parroco Cesare Boschin, è il marzo 1995, siamo a Borgo Montello, a Latina: camorra? O ‘semplici’ balordi? Si sa solo che lo scorso anno sono state riaperte le indagini grazie al libro di Felice Cipriani e con qualche elemento nuovo in mano agli inquirenti (benedetta la tecnologia scientifica). Nel marzo 1997 Cori fu sconvolta da un duplice omicidio di due fidanzatini: sì, c’è il colpevole. O forse è solo un colpevole. O forse un capro espiatorio. Troppi gli aspetti ancora da chiarire in quella torbida vicenda. E arriviamo al febbraio 1998: a Colle Piuccio, periferia di Sabaudia, viene ammazzato in un agguato l’avvocato Vincenzo Mosa, un legale impegnato in politica e nella lotta all’usura. La pista seguita? Quella passionale, ma senza una condanna. L’assassino non ha un volto ed è libero. Chiudiamo con due suicidi. Il primo è quello di Fedele Conti, comandante della Guardia di Finanza di Fondi (settembre 2006), il secondo quello di Paolo Censi, avvocato penalista di Latina (dicembre 2015): appaiono due suicidi inspiegabili, senza apparenti motivazioni, senza drammatici preludi. Se su Conti è calato da tempo il sipario con le sole associazioni che si battono contro la mafia a ricordare quella tragedia, per l’avvocato Censi la Procura di Latina ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio, almeno non lasciando nulla di intentato per arrivare a scrivere la verità su una storia che ha scosso il capoluogo.
Dicevamo della squadra. Non appartiene alla fittizia divisione della polizia di Filadelfia come la fortunata serie televisiva ‘Cold case’, ma è formata da scrupolosi cronisti che hanno studiato le carte processuali, approfondito le ricerche nelle emeroteche, attinto dal web incrociando i dati, ascoltato i testimoni e i protagonisti dell’epoca, aprendo anche la valvola della creatività per dare lo spunto originale al tema affrontato, sebbene viene sempre salvaguardata la cronaca, la veridicità dei fatti e la fase processuale. È stata una reazione spontanea questa, per non ripetere la cronaca che è stata protagonista già sui mass media, ma anche per dare una nuova chiave di lettura al fattaccio, appropriandosi di quella funzione di denuncia che è propria della narrativa noir, utilizzando in alcuni casi il racconto come escamotage per porsi delle domande e suscitare delle riflessioni, spingendoci alla ricerca ontologica. Abbiamo raccontato quei casi dove i vizi e le passioni muovono il mondo come ci ha insegnato Diderot, non trattando di isole felici e territori immuni dal Male. Qualcuno della squadra si è anche improvvisato detective. Non c’è nulla di sbagliato in questo. Del resto, ce lo insegna la letteratura: i ‘libri gialli’ (o whodunit) nascono per dare delle risposte a dei misteri, e nascono con investigatori improbabili, proprio per far immedesimare -e conquistare- il lettore. E così si appassiona l’opinione pubblica, perché il delitto tutti, indistintamente, lo spiamo dal buco della serratura anche se oggi con l’invadenza dei social siamo la spia di chi spia che ci spia. Strano mondo, ormai il nostro, dove magari s’invoca il diritto all’oblio e poi fissiamo sui social il diritto all’apparire a tutti i costi senza dover per forza dire nulla di interessante”.
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