Un altro film necessario,di quelli che affondano il coltello in una delle realtà più crude,assurde e devastanti: la guerra. Film di e sulla guerra ne abbiamo visti tanti ma questo non è certo di troppo, direi piuttosto unico nel suo genere. Un film epico nella migliore accezione del termine, apocalittico e catastrofico eppure non spettacolare nel senso comunemente inteso: scene agghiaccianti, rocambolesche senza puntare mai sull’effetto né speciale né emotivo per essere di per sé sconvolgenti,ributtanti, di una crudeltà bestiale tali da bloccarti lo stomaco e stimolare i conati. Magari ai limiti di un calcolato (artisticamente) sadomasochismo (!). Un film decisamente “tragico” più che drammatico, ordito e scandito da una regia esemplare, da un ritmo serrato e avvincente pur nel reiterato,estenuato e insistito protrarsi delle sequenze: mirabile l’uso e la tecnica del piano-sequenza. Assai convincente e intensa l’interpretazione del protagonista(George Mackay),personaggio reale (cui è dedicato il film), un antieroe determinato e caparbio, assolutamente consapevole del suo ruolo e dovere di soldato, dell’urgenza della solidarietà; animato da un forte sentimento fraterno, amicale per il suo sfortunato compagno di viaggio e di sventura. Una sorta di Ulisse rotto a ogni peripezia, a salti mortali (alla lettera) pur di giungere alla meta (il quartier generale per consegnare l’ordine di non attaccare) per salvare i commilitoni da un rovinoso contrattacco. Un coraggio sovrumano, una sfida improba,ostinata e vincente al destino: è messo a dura prova dalla spietata,mostruosa disumanità e brutalità della guerra; dal prezzo da pagare se non accetti la mors tua vita mea. Riguardo alla narrazione “in diretta” della tragedia della guerra ero rimasto a “Uomini contro”(F.Rosi,1970), “Apokalipse now”(F.F.Coppola,1979), mettiamoci pure“Lo sbarco di Anzio”(Coletti-Dmytryk,1968), una caramella a confronto dell’abisso infernale della macelleria o mattatoio di “1917”: cadaveri fradici di sangue o in decomposizione nei quali il protagonista (e il pubblico con lui) inciampa a ogni piè sospinto, affondando inevitabilmente le mani in un corpo a corpo disgustoso e stomachevole. Parlare di realismo è eufemistico o ingenuo trattandosi,al contrario, di una strage talmente orrenda e fuori da ogni realtà e immaginazione da stordire i sensi sia per la visione raccapricciante sia per la percezione dell’odore mefitico di carni straziate,macellate e seviziate. Queste le scene di guerra, dominate dal regista con straordinaria maestria: campi lunghi, scene corali a cielo aperto, nel buio pesto dei cunicoli,sotterranei; nei fossati o nei formicai delle trincee, nei gorghi delle piene o dei torrenti. Contrappuntate con acuta sensibilità da squarci di vera poesia, addirittura elegiaci e d’indicibile calore umano: il rapporto di amicizia e reciproca dedizione dei due giovani soldati, la commossa, compostissima partecipazione al reciproco dolore nel sobrio ma intenso colloquio del protagonista col fratello dell’amico(morto); il casuale incontro in una casa-grotta bombardata con una donna e la figlioletta da allattare (grazie alla insperata riserva nella borraccia del soldato):una sequenza assai commovente,concertata e illuminata (pittoricamente) alla Rembrandt. Diversamente commovente lo scenario di una città in fiamme, rosseggiante e oramai fantasma, un quadro da incendio di Troia. Struggente il coro dei soldati (verso il finale): “….sono un povero viandante che vuole tornare a casa….”; scontata la metafora: odissea tragica,ulissismo di guerra, ritorno a Itaca. Sam Mendes ci regala un film nobile,necessario, al tempo stesso istruttivo per aver esaltato i valori dell’umana solidarietà (“essere fra sé confederati”),della pace denunciando gli orrori della guerra, con essa ogni genere di violenza, vigliaccheria, sopraffazione e conseguenti aberrazioni (a venire). Con un film crudo e violento,per stupefacente paradosso, incredibilmente umano,fin troppo umano (gmaul)
P.S. A proposito di necessità e diversa oscenità: era proprio necessario che la Nicoletta Braschi si cimentasse con Beckett (la Winnie di “Giorni felici”)? Specie dopo che non pochi di noi (tra cui chi scrive) hanno avuto la fortuna di vedere in quel ruolo bestiale la indimenticabile Giulia Lazzarini (regia di Strehler), la pur sempre notevole Adriana Asti (regia Bob Wilson), uno dei ruoli più ardui per un’attrice. Ce ne vuole del coraggio! Ma come le è venuto in testa (a lei e a chi per lei)? Perché è la moglie di Benigni? Dunque B & B ? In questo caso direi piuttosto Bed and Breakfast!. Mi sono riavuto leggendo la scarna,corrosiva critica di uno critico (teatrale) che l’ha incenerita con due parole: prima sera (a teatro)nessuno,seconda pure, il resto, il Nulla! Si dirà: l’hai vista? No! Vedere per credere? Mi professo miscredente!
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