Gian Luca Campagna e il suo nuovo romanzo: “In Mediterraneo Nero i protagonisti sono alla ricerca ossessiva di una verità che non esiste”

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Lo scrittore e giornalista di Latina è appena uscito col romanzo ‘Mediterraneo nero’ edito da Mursia: i tre protagonisti dànno la caccia alla Quadrifoglio Rosso e all’ingegnere che organizzava i viaggi delle cosiddette navi a perdere. Una storia a metà tra romanzo e inchiesta giornalistica.

“Perché ho scritto ‘Mediterraneo Nero’? Perché il Mediterraneo sa di sole, di mare, di vento, di sale, anche di mirto e rosmarino… il Mediterraneo profuma di vita. Quando mi chiedono se scrivo romanzi, non saprei cosa rispondere se non che sono un visionario narrativo, che prova a far vedere nelle sue trame quello che gli altri non scorgono, tant’è che l’anima della mia scrittura resta la ricerca ontologica. E stavolta riabbraccio la grande tematica ambientalista, criminale e farsesca di una vicenda quasi colpevolmente dimenticata, quella delle navi a perdere e quella degli interramenti dei rifiuti pericolosi nelle grandi arterie stradali”.

Eccolo, Gian Luca Campagna, giornalista e scrittore di Latina, seduti al tavolino di un bar, davanti a un caffè, parliamo del suo ultimo romanzo, ‘Mediterraneo nero’, edito da Mursia. Un romanzo che è una vera e propria inchiesta giornalistica, perché tratta delle navi a perdere: infatti, negli anni ’80 e ‘90 c’era in Italia una pratica diffusa tra gli ambienti industriali e criminalità organizzata. L’Europa industriale si disfaceva dei rifiuti pericolosi tramite le cosiddette ‘navi a perdere’, quelle carrette del mare che registravano un carico ‘normale’ per poi sostituirlo con fusti tossici (scorie nucleari e chimiche) che venivano autoaffondate in punti abissali del mar Mediterraneo, sulle coste italiane, o in oceano Atlantico, al largo della Francia o del Portogallo da armatori ed equipaggi senza scrupoli. La truffa era ben congegnata, poichè le mafie guadagnavano tre volte: ricevevano denaro in nero dalle industrie che si sbarazzavano di rifiuti che avevano costi altissimi per lo smaltimento (e spesso erano rifiuti non registrati…), ricevevano poi i soldi delle assicurazioni per il carico simulato perso e quelli per la stessa nave mercantile affondata. Per sfuggire ai radar della Marina il metodo era abbastanza semplice: i fusti tossici stipati nelle stive erano schermati con cemento e granulato di marmo. La storia che si dipana in questo romanzo segue la scia di una nave, la Quadrifoglio Rosso (nome ricavato dalle storie reali delle reali Jolly Rosso, Karen B ed Eden V), utilizzata dai colletti bianchi delle industrie italiane in accordo con la criminalità organizzata. Il 14 febbraio 2017 la Commissione bicamerale di inchiesta sul ciclo dei rifiuti ha avviato la desecretazione dei documenti del Sismi, tra cui un elenco di 90 navi affondate nel Mediterraneo tra 1989 e il 1995 e legate a presunti traffici di rifiuti tossici e radioattivi. Il protagonista principale, il giornalista Francesco Cuccovillo, dà la caccia a un uomo che negli anni ’90 gestiva lo smaltimento illecito dei rifiuti tossici tra navi autoaffondate (appunto le cosiddette navi dei veleni) e il traffico con i paesi del Terzo Mondo, dove venivano sversati costruendo reti stradali in mezzo al deserto. Pratica che trovava collocazione anche in quella Somalia, dove nel 1994 perse la vita la giornalista Ilaria Alpi.

Al romanzo è stato dato il nome ‘Mediterraneo Nero’ perché la trama tocca gran parte delle coste italiane, trattando di ogni zona la sua anima nera. È una sorta di macabro Grand Tour, che tocca nell’indagine coste pugliesi, campane, pontine, toscane, triestine, slovene più Lampedusa e Corsica, punti di partenza degli altri due protagonisti della storia, il disperato immigrato Khaled e la rivoluzionaria Marie.

“I romanzi sono delle biografie collettive, che abbracciano un altro rito collettivo, quello delle esperienze comuni. Lo scrittore è il collante di tutte queste storie, di tutte queste emozioni, di tutti questi personaggi. I miei personaggi possiedono tutti un pezzo di me, guai se non fosse così, non li sentirei miei, vivono in me non soltanto per le mie proiezioni emotive ma anche nei ricordi, negli aneddoti altrui, nei miei slanci futuri, nelle mie fantasie, alla fine sono il risultato del mio background elevato all’ennesima potenza. Spesso dico che lo scrittore per essere tale deve vestire i panni del ladro e del bugiardo: carpire dagli altri per trasformare, come un Demiurgo. Solo così si potrà essere credibili, descrivendo personaggi di carne e sangue piuttosto che di carta e inchiostro. Francesco Cuccovillo di me, e io di lui, ha questa profonda preclusione alla menzogna e all’ipocrisia, e poi questo senso dell’ironia, è uno dei miei marchi di fabbrica. L’ironia per me è tanto, non mi prendo mai sul serio, cerco sempre di sdrammatizzare e ridere di me, anche perché, cinicamente, resto convinto che la vita sia una grande farsa” dice Campagna.

Oggi, chiunque scrive, cosa ne pensi di questa grafomani a di cui tutti siamo più o meno coinvolti?

“Per scrivere romanzi sgomberiamo il campo da alcune considerazioni: chi vive vite ordinarie racconta storie tali, chi trascorre la vita a prendere apertivi al lounge bar alla moda non può vivere quelle vite avventurose che sogna, per il grande genio artista a tutto tondo uruguagio Carlos Paez Vilaro l’artista deve far vedere al pubblico quello che non scorge, ma è anche vero che si deve pretendere di far vedere al pubblico quello che tu non vedi. Stando fermi a sognare davanti a un panorama è un grande esercizio di stile, ma non può essere l’unico, per ricreare un’autentica sinestesia nelle architetture narrative la vita va vissuta. Io, da narratore, ho sempre preferito il refugium peccatorum piuttosto che l’eremo, perché sa di vita, di errori, di riscatti, di rivalse, di redenzioni, di resilienza nell’eterna lotta tra Bene e Male, del resto porto avanti l’adagio che chi ha una vita ordinaria scrive cose ordinarie (con qualche colta eccezione di respiro salgariano), quindi di gran lunga preferisco una vita da animale sociale piuttosto che da eremita che si palesa una volta all’anno al gregge dispensando la sua opera”.

Tu hai scritto diversi romanzi, dai desaparecidos argentini e uruguagi con le dittature militari del Sudamerica protagonista (‘Il profumo dell’ultimo tango’ e ‘La scelta della pecora nera’) più una storia nera sempre di stampo ambientalista (‘Finis terrae’) e una storia intimista dove il tempo è il vero protagonista che poi alla fine presenta come un oste un conto salato (‘L’estate del mirto selvatico’): qual è il filo che lega questi romanzi con ‘Mediterraneo nero’?

“C’è sempre la ricerca ontologica, vero totem dei miei protagonisti. Il mio personaggio di ‘Mediterraneo nero’ a un certo punto dice ‘Todo modo para buscar la voluntad divina’, cioè ricercare la verità, seguendo l’insegnamento di Ignazio di Loyola. Ne è talmente ossessionato che talvolta non si accorge però che, come diceva Karl Popper, la distorsione della verità nasce con l’uomo. E così ecco attecchire la psi­cologia del complotto, che si crea attraverso la fusione di dati reali e tracce verosimi­li, confondendo la verità con le congetture e avvalorando coincidenze. Alla fine non ci accorgiamo che l’uomo ricorre al complotto ogni volta che deve spiegare razionalmente la complessità del mondo, anche perché la nuda verità è molto meno affascinante. Ma la verità non veste mai di bianco, quando la tratti ti sporchi. Lo scrittore di noir oggi può formare le coscienze col suo ruolo sociale, senza scomodare gli insegnamenti di Antonio Gramsci, così il pubblico, seppure formato con l’intrattenimento, non potrà più dire ‘io non sapevo’, poiché nei miei romanzi cerco di unire sempre riflessione ed evasione”.


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