LATINA – Quattro medici a giudizio per la morte di Anna Maria Ciavardini: la figlia chiede giustizia. Quattro medici dovranno affrontare il processo per la morte di Anna Maria Ciavardini, la donna di 71 anni di Latina deceduta il 4 febbraio 2022, poche ore dopo essere stata trasportata in ospedale in condizioni gravissime.

Il Gup del Tribunale di Latina Paolo Romano ha accolto la richiesta del pubblico ministero Simona Gentile, disponendo il rinvio a giudizio di un cardiologo, del medico di base e di due ematologi che avevano seguito la paziente. La prima udienza è stata fissata al 25 marzo 2026.

A chiedere che venga fatta piena luce sulla vicenda è la figlia della donna, Irma Sabrina Pecorilli, che aveva presentato una denuncia per accertare le cause della morte della madre ed eventuali responsabilità dei sanitari, nessuno dei quali risulta in servizio all’ospedale Santa Maria Goretti.

«Mia madre se n’è andata a 71 anni», ha dichiarato la figlia, che continua a chiedere giustizia.

Anna Maria Ciavardini, secondo quanto ricostruito, era sempre stata in buone condizioni di salute. Nel 2013 era stata sottoposta al Policlinico Agostino Gemelli di Roma a un intervento per la sostituzione di una valvola aortica e, da quel momento, seguiva una terapia anticoagulante.

Alla fine di gennaio del 2022 la donna avrebbe iniziato ad accusare un forte dolore. Dopo che la figlia aveva contattato i medici, alla 71enne sarebbero state prescritte alcune iniezioni di farmaci antidolorifici.

Secondo l’ipotesi della Procura, tali medicinali avrebbero interferito con la terapia anticoagulante, provocando un’eccessiva riduzione della capacità di coagulazione del sangue. Agli imputati viene contestato anche di non aver disposto o consigliato adeguati esami ematochimici e di non aver verificato e monitorato il livello di anticoagulazione della paziente.

La mattina del 4 febbraio 2022, dopo aver notato che la madre respirava in modo anomalo, la figlia aveva richiesto l’intervento dei soccorsi. La donna era stata trasportata in ospedale, ma il quadro clinico era rapidamente precipitato fino al decesso, avvenuto in serata.

Secondo quanto riportato nel capo di imputazione, i medici non avrebbero impedito la morte della paziente, provocata da una emorragia cerebrale spontanea, ritenuta dall’accusa riconducibile alla somministrazione in sequenza di farmaci capaci di interferire con la terapia anticoagulante.

L’inchiesta, avviata dal pubblico ministero Andrea D’Angeli e portata a termine dai Carabinieri del Nas di Latina, si è basata sulla denuncia presentata dai familiari, sulle successive integrazioni e su una consulenza tecnica medico-legale.

Nel corso dell’udienza preliminare, le difese degli imputati, r, hanno depositato consulenze tecniche e chiesto il non luogo a procedere o, in subordine, lo svolgimento di una perizia medica. Richieste che non sono state accolte dal giudice, che dopo la camera di consiglio ha disposto il rinvio a giudizio.

Il processo dovrà ora accertare l’effettiva sussistenza delle responsabilità contestate. Per tutti gli imputati vale il principio della presunzione di innocenza fino a eventuale sentenza definitiva di condanna.

 


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