A Matera “Mnemosyne. L’entropia della memoria” curata da Mauro Di Ruvo

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MATERA – L’immagine che risale sulle vette della mente solitaria, crea il presente metafisico della coscienza che fugge dal futuro.
Nelle Ricordanze questa immagine è trascritta da Leopardi nel 1829, proprio quando stava attendendo alla stesura completa delle Operette Morali, in cui per la prima volta le memorie dell’uomo diventano dialoghi metafisici sull’universo.
Ma non fu singolo ed unico caso il suo nella letteratura europea, laddove la scrittura riproducesse il testo intricato della memoria attraverso la fantascienza e la metafisica. Jorge Luis Borges scrive nel 1944 le Finzioni e alcuni anni più avanti Il libro di sabbia, proprio come conseguenza tra logica umana indagata dalla poesia e fisica universale esplorata filosofia.
Tuttavia è curioso notare che qualche anno prima del Libro di sabbia, aveva già composto la sua silloge L’oro delle tigri, 36 componimenti che pervadono gli occhi del lettore sotto la magica “fantasia mnestica” dell’autore.
La complessità delle immagini contenute dalla memoria poetica, mnemosyne, capace di ricucire varie epoche, varie strade, varie creature, varie lune, varie stelle, varie tigri, sulla tela di una fiaba stravagante, riavvolge la realtà secondo un ordine diverso: l’istinto.
Ed è proprio la difficoltà di tradurre integralmente la complessità della memoria sulla materia figurativa che spiega a molti anni di distanza da Borges la lontana isola dell’Arte di Pino Oliva.

Una distanza che attendeva l’inedito passaggio traduttivo dalla scrittura alla pittura di quella fiaba, e che si verifica nell’imperscrutabilità dei colori dell’artista materano.
È “Mnemosyne. L’entropia della memoria” la nuova mostra che pulsa gli animi nella città di Matera Capitale della Cultura e Patrimonio Unesco, curata dal critico e storico dell’arte dott. Mauro Di Ruvo.
L’artista è un pezzo di storia della Basilicata, il maestro Pino Oliva, che ha introdotto in Italia un genere che secondo Di Ruvo, non è stato mai codificato prima, ed è al confine con il cosiddetto figurativo informale: si tratta del genere “eidetico”.
Oliva, il “Poeta di Borges”, esporrà sabato 27 giugno a Matera le sue nuove venti opere all’interno della storica galleria di Via delle Beccherie ora Arti Visive Gallery, in collaborazione con la galleria Opera Arte e Arti con cui l’artista collabora ormai da anni, e col patrocinio della Regione Basilicata, dell’Ufficio della Consigliera di Parità avv. Ivana Pipponzi, della Città di Matera, della Pro Loco Matera e dell’ente Basilicata Apt. Saranno presenti anche il Lions Club di Matera e i Leo Club che hanno scelto di patrocinare l’importante evento nel centro storico di Matera.
Una silloge quella di Oliva che raccoglie venti nuove opere selezionate in blocco, le quali, come nell’Oro delle tigri, la celebre raccolta poetica di Borges, segnano un distacco dalla sua fase precedente compositiva, e che inaugura la stagione Primavera-Estate 2026 in Lucania con una esposizione che permarrà fino al 15 luglio ad ingresso libero.
La mostra, dichiara il critico d’arte, ha l’obiettivo sia di valorizzare il prezioso patrimonio storico-artistico contemporaneo del Mediterraneo, e nella fattispecie quello di Matera come capitale della cultura. Ma anche di ampliare il respiro dell’immagine dell’Arte come prodotto demiurgico e mezzo diplomatico tra culture e popoli occidentali e orientali, nonché integrazione civile tra sessi e tradizioni, e infine tra politica e religione. Quest’ultimo un connubio che sta scindendosi sempre più all’interno del clima dei conflitti esteri e militari internazionali.

“Una sorta di meditazione sul nostro percorso su questa terra” lo definisce Oliva, come “un andare a fondo nel pensiero che ci guida quotidianamente”.
E queste sono le sue «vaghe stelle dell’Orsa», citando proprio le Ricordanze di Leopardi, che conducono lo spettatore come un marinaio inesperto a navigare sull’oceano irrequieto che non ha confini all’orizzonte.

Afferma a tal proposito il dott. Di Ruvo: “Mnème si chiama la cellula della nostra memoria. Ed essa è anche la fonte della cosiddetta memoria sociale impressa nella storia di lunga durata. Dalla mnème nasce la mnemosyne , ovvero letteralmente l’”immaginazione dell’emozione”. Non significa solo ricordare come sinonimo di riordinare le sequenze del tempo all’interno della mente, ma ricreare la molteplicità del reale nel tempo attraverso la fantasia. Ed è qui che noi ricordando generiamo l’entropia dello spazio in cui viviamo, lo distruggiamo in piccolissimi atomi di emozioni e poi lo disperdiamo vagandoci dentro.
Per questo motivo noi guardiamo ciò che ricordiamo e quando lo facciamo siamo confusi tra ciò che è verità e ciò che verosimile”.
In Pino Oliva secondo il critico d’arte c’è un simbolo che garantisce la sopravvivenza di un sentimento più antico dell’uomo, più remoto della civiltà, più selvaggio della moralità, e rievoca la memoria di un universo preesistente alla ragione umana, talora parallelo talora tangente e intermittente sulla retta del presente. Questo simbolo trova la sua ragion d’essere nella tigre. Il felino cui lo stesso Borges intestava in chiave formalmente shintoista la sua ultima raccolta poetica. È impossibile determinare con precisione quale valenza costituisce la tigre nell’opera di Oliva, ma è possibile decretare che essa sia una formula rituale improvvisa che connette solo come in pochissimi casi dell’Arte contemporanea succede con mistica profondità, due età spirituali, due mondi immateriali: la vita e la morte.


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