Uno stimolo spontaneo mi porta a fare una riflessione sulla vecchiaia, che esprime un periodo della vita di ogni persona, a cui secondo lo stereotipo più comune corrisponde un anziano malato, emarginato, incapace di apprendere e di condurre una vita sentimentale. Oggi più di ieri, mi porta ad estrinsecarne una mia opinione difforme. Forse fino a qualche decennio fa era così. Ma oggi, preferirei usare la parola vecchiezza che, pur essendo un sinonimo di vecchiaia, esprime un significato discordante con lo stereotipo appena accennato, perché essa non si riferisce ad un anziano in stato di decadimento sia fisico che mentale, ma riguarda un anziano capace di creare, di scrivere, di possedere capacità critiche, analitiche e di sintesi e di avere senza alcun dubbio una grande esperienza di vita e di lavoro che un giovane non potrebbe avere. Del resto è anche più poetico e sentimentale utilizzare vecchiezza che fa rima con giovinezza. Quel che caratterizza la vecchiezza è il tempo passato che riemerge sua sponte come un despota assoluto soprattutto quando si è in età molto avanzata. Il tempo passato, infatti, si manifesta costantemente grazie alla continua comparsa di palidromi di varia natura, che generano un nesso col tempo presente, di tal potenza da portare ad un mescolamento del passato col presente, dei luoghi con i non-luoghi, da cui deriva una nuova dimensione che nullifica la differenza tra spazio e tempo, immettendoci inconsapevolmente in quel cronòtopo introdotto scientificamente da Albert Einstein nella Relatività ristretta. Ad un tratto sei bambino mentre giochi per strada e dopo un attimo ti vedi vecchio qual sei mentre ti curi un raffreddore ma subito dopo ti vedi giovane mentre fai la corte ad una ragazza. Il qui e ora e il là e allora vengono mescolati uniformemente in uno spazio nitido ma indefinito, sospeso tra uno stato d’animo che ci toglie il fiato, come foglia secca che sta per staccarsi dal ramo, e uno stato d’animo che ci rigenera, come bocciolo di rosa che s’apre al mondo. È in questo spazio indefinito che il tempo rimasto da vivere, di cui è incerta la durata, fa intraprendere un viaggio nel tempo passato grazie alla letteratura che ci conduce alla vecchiaia,vituperata come fastidiosa, paurosa e brutta da poeti greci di circa ventisette secoli fa. Costoro conosciuti e studiati al tempo del liceo, ci hanno anticipato che è come un sogno di breve durata l’amabile giovinezza perché il frutto della giovinezza dura un minuto in qualunque luogo si diffonde la luce del sole:
Buon augurio:
«Allo stesso modo, lontano da malattie e da angosce tristi,
a sessant’anni mi accolga il turno di morte».
La fugace giovinezza:
«È come un sogno che dura un attimo
la splendida giovinezza; e, paurosa e brutta,
in poco tempo ti sorprende la vecchiaia,
detestabile nel medesimo tempo e spregevole,
che irriconoscibile rende l’uomo
e distrugge, intricandoli, gli occhi e la mente»;
Amore e vecchiezza:
«È come un sogno di breve durata l’amabile giovinezza.
Dopo incombe la vecchiaia, fastidiosa e brutta, che rende deformi;
la vecchiaia, contemporaneamente odiosa e ignobile».
Elegie scritte da Mimnermo di Colofone (VII – VI sec. a.C.) (trad. di Raffaele Cantarella)
Carme della vecchiaia:
« I bei doni delle Muse dal seno di viola, o ragazze,
l’amica del canto, la lira dal suono armonioso,
… il corpo che un tempo era … ormai la vecchiaia,
e divennero bianchi i capelli da neri,
e l’animo mi s’è fatto pesante, non reggono più le ginocchia
che un tempo erano agili a danzare, come cerbiatte:
così io piango, e spesso: ma che ci potrei fare?
Se si è esseri umani non si può sfuggire alla vecchiaia.
E infatti un tempo dicono che Aurora dalle braccia di rosa
struggendosi d’amore, andò a portar Titono ai confini della terra,
lui ch’era bello e giovane, e tuttavia lo colse
col tempo la canuta vecchiaia, benché sposa immortale egli avesse».
Carme scritto da Saffo (VII – VI sec. a.C.) (trad. di Federico Cinti da https://www.sappho.education/knowledge-base/fr-58c-neri/ )
Amore e vecchiaia
«Cos’è mai la vita,
cos’è mai la felicità senza l’aurea Afrodite;
potessi io morire quando …
quando giunge la vecchiaia
l’uomo diventa turpe e brutto,
e tristi ricordi gli tormentano l’animo,
non gode più nel vedere la luce del sole,
diventa odioso ai fanciulli,
rifugge dalle donne.
E, come la primavera stagione ricca di fiori, …
così noi per il tempo infinitesimo
godiamo dei fiori della giovinezza
per dono degli dei non conoscendo né il male né il bene.
Ma vicino a noi stanno le tetre Sorti,
l’una ha in suo potere la fine della funesta vecchiaia,
l’altra della morte: il frutto della giovinezza dura un minuto
in qualunque luogo si diffonde la luce del sole.
Ma non appena sarà trascorso
questo tempo allora è meglio morire
piuttosto che vivere».
Poesia scritta da Orfeo (VI sec. a. C.) (trad. di Raffaele Cantarella)
La paura della morte:
«Bianche le tempie
e bianca la testa sono ormai,
e la cara giovinezza
non è più con me, e vecchi sono i denti.
E della dolce vita
non più molto tempo rimane.
Io piango dunque
sovente, al terrore dell’Inferno,
poiché terribile è dell’Ade
lo speco e nefasta la discesa
ad esso: ed è cosa certa,
per chi vi scende, non risalire».
Poesia di Anacreonte (VI – V sec. a.C.) (trad. di Raffaele Cantarella)
Per fortuna che arrivati all’età della vecchiezza, viene incontro per consolarci il sofisma del filosofo greco Epicuro (341 – 270 a.C.) sulla “morte” da ‘La lettera a Meneceo, o sulla felicità’: «Il male, quindi, che più ci turba, la morte, per noi non è niente, perché quando noi siamo in vita lei non esiste, e quando lei c’è noi non esistiamo più».
Francesco Giuliano
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