A proposito di guerra: Igitur qui desiderat pacem, praeparet pacem

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Mi capitò, qualche tempo fa, leggendo un quotidiano, nella pagina della cultura, un articolo sulla guerra, dove veniva citato il seguente frammento del grande drammaturgo greco Euripide (486 – 406 a.C.), da cui emerge l’attesa vana della Pace senza poterne cogliere la Bellezza e godere dei suoi frutti:

O Divina Pace dalle immense ricchezze,

bella tra tutte le dee felici,

io ti aspetto,

l’ansia mi coglie nel constatare quanto tardi a venire.

Temo che la vecchiaia arrivi prima,

senza che io abbia potuto vedere la tua ora dolce,

abbia potuto ascoltare i canti dagli armonici cori,

abbia potuto ammirare i cortei con le loro ghirlande.

Dopo venticinque secoli circa, così come è avvenuto due volte nel XX secolo, ci si trova in uno stato caotico “dove l’unica via aperta va verso il basso”, e “se un uomo si abbandona, precipita giù, manichino senza gambe né testa[1]. Stato caotico prodotto gradualmente a partire dalla guerra russo – ucraina (14 febbraio 2022) a quella nella “striscia di Gaza” tra Israele e Hamas (17 ottobre 2023), seguita da quella tra Israele e Iran (13 giugno 2025) con il bombardamento USA dei siti nucleari iraniani (22 giugno 2025). Stato caotico che trasferisce paura, sconforto, senso di impotenza e quel profondo e arroccato pessimismo sentito circa quindici secoli fa anche dal berbero Aurelio Agostino d’Ippona, alias sant’Agostino[2](354 – 430), che riteneva “la guerra negazione della vita”. La negazione della vita, infatti, è malum (male) perché privazione, deficienza, carenza della perfezione,  sinonimo di una “Bellezza, così antica”, come recitata già da Euripide, ma “tanto nuova, che è dentro di noi [e]che bisogna cercare e tirare fuori”. Tentativo vano questo, tuttavia, come sosteneva il filosofo pacifista olandese Erasmo da Rotterdam (1466/1469 – 1536) “spesso meravigliato” chiedendosi, “cosa mai spinga, non dico i cristiani, ma gli uomini tutti, a tale punto di follia da adoperarsi, con tanto zelo, con tante spese, con tanti sforzi, alla reciproca rovina generale della guerra. Che altro infatti facciamo nella vita se non la guerra o prepararci alla guerra? Neppure tutte le bestie combattono tanto, ma solo le belve, le bestie cattive. E neppure queste combattono fra loro, ma solo se sono di specie diverse. Combattono con mezzi naturali. Non come noi con macchine escogitate da un’arte diabolica[3].

Nel secolo XVIII sorse, tuttavia, l’Illuminismo, un movimento politico culturale rivoluzionario per quei tempi, che diffuse fiducia nel futuro promulgando la realizzazione dei diritti umani, della pace, del progresso, della felicità, ed anche l’idea di cosmopolitismo, che considera ogni individuo “cittadino del mondo” al di sopra delle differenze sociali e politiche tra i diversi Stati del mondo. Idea che, contrariamente al nazionalismo – ideologia che è vincolata ai confini geografici di uno Stato -, supera le diversità e le divergenze sociopolitiche tra gli Stati del mondo. In tal modo, per l’illuminista, sentendosi cosmopolita, non avrebbe senso la guerra causata in genere dall’irrazionalità umana (odio, invidia, sopraffazione, interessi economici o geopolitici, differenze etniche, ecc,), dall’istinto di sopraffazione di uno Stato nei confronti di un altro Stato e dall’oscurantismo dell’intolleranza verso il diverso. Per l’illuminista avrebbe sostanziale e fondamentale significato la dignità umana che si potrebbe ottenere attraverso la libertà, l’uguaglianza e la fratellanza: un’unione di principi, idee e sentimenti che possono essere rappresentati metaforicamente dal solido geometrico tetraedro regolare (costituito da quattro triangoli equilateri e uguali tra loro, quattro angoli diedri e gli spigoli congruenti), che in chimica è la forma della molecola del metano CH4, la quale non potrebbe esistere se venisse a mancare uno solo degli atomi che la costituiscono, così come non potrebbe esistere una società solida se venisse a mancare uno solo degli “atomi sociali” che ne costituiscono le fondamenta: libertà, uguaglianza, fratellanza, dignità. Per l’illuminista allora non avrebbe senso la frase “Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum (Pertanto, chi desidera la pace, prepari la guerra) dello scrittore romano Vegezio (IV-V secolo), piuttosto avrebbe senso: Igitur qui desiderat pacem, praeparet pacem (Pertanto, chi desidera la pace, prepari la pace). Soltanto con la Pace, quindi, si potrebbero “ascoltare i canti dagli armonici cori …  ammirare i cortei con le loro ghirlande” e godere della sua leggiadria, come poetava Euripide. Tant’è che lo scrittore russo Lev Tolstoi (1828 – 1910) manifestò la convinzione che “fin quando si è vivi, bisognerebbe vivere ed essere felici. ….  L’amore impedisce la morte. L’amore è vita. Capisco solo quello che amo. Tutto è tenuto in vita dall’amore[4].  Soltanto con l’amore e l’arricchimento continuo del sapere si vincono l’odio e l’ignoranza che stanno alla base delle guerre. La poetessa Alda Merini (1931 – 2009), in un’intervista del 2006, dette una risposta dal senso universale:  “ … L’ignorante non capisce nulla e si vanta, a differenza della persona colta che si mette in discussione. Purtroppo la collettività segue l’ignorante quando fa il leader … . Non c’è più amore per nessuno. Le persone sono diventate ignoranti e aride. La cattiveria è un grande reato, che va punito. Non credo neppure ai pentimenti. Il male che hai fatto rimane e non va dimenticato”.

[1] J. Saramago, L’anno della morte di Riccardo Reis, La biblioteca di Repubblica (a cura di), 2002

[2] Agostino, Le Confessioni

[3] Erasmo da Rotterdam, Adagia

[4] Lev Tolstoi, Guerra e Pace


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Francesco Giuliano
Giuliano Francesco, siciliano d’origine ma latinense d’adozione, ha una laurea magistrale in Chimica conseguita all’Università di Catania dopo la maturità classica presso il Liceo Gorgia di Lentini. Già docente di Chimica e Tecnologie Chimiche negli istituti statali, Supervisore di tirocinio e docente a contratto di Didattica della chimica presso la SSIS dell’Università RomaTre, cogliendo i “difetti” della scuola italiana, si fa fautore della Terza cultura, movimento internazionale che tende ad unificare la cultura umanistica con quella scientifica. È autore di diversi romanzi: I sassi di Kasmenai (Ed. Il foglio,2008), Come fumo nell’aria (Prospettiva ed.,2010), Il cercatore di tramonti (Ed. Il foglio,2011), L’intrepido alchimista (romanzo storico - Sensoinverso ed.,2014), Sulle ali dell’immaginazione (NarrativAracne, 2016, per il quale ottiene il Premio Internazionale Magna Grecia 2017), La ricerca (NarrativAracne – ContempoRagni,2018), Sul sentiero dell’origano selvatico (NarrativAracne – Ragno Riflesso, 2020). È anche autore di libri di poesie: M’accorsi d’amarti (2014), Quando bellezza m’appare (2015), Ragione e Sentimento (2016), Voglio lasciare traccia (2017), Tra albori e crepuscoli (2018), Parlar vorrei con te (2019), Migra il pensiero mio (2020), selezionati ed editi tutti dalla Libreria Editrice Urso. Pubblica recensioni di film e articoli scientifici in riviste cartacee CnS-La Chimica nella Scuola (SCI), in la Chimica e l’Industria (SCI) e in Scienze e Ricerche (A. I. L.). Membro del Comitato Scientifico del Primo Premio Nazionale di Editoria Universitaria, è anche componente della Giuria di Sala del Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica 2018 e 2019/Giacarlo Dosi. Ha ricevuto il Premio Internazionale Magna Grecia 2017 (Letteratura scientifica) per il romanzo Sulle ali dell’immaginazione, Aracne – NarrativAracne (2016).