Nella storia dell’ingegneria aeronautica, pochi nomi evocano il connubio tra audacia tecnica, intuizione geometrica e pragmatismo industriale come quello di Alessandro Marchetti. Nato a Cori, in provincia di Latina (allora provincia di Roma), il 16 giugno 1884, Marchetti non è stato semplicemente un progettista di aeroplani; è stato il visionario che ha permesso all’Italia di guardare da pari a pari le grandi potenze industriali dell’epoca, firmando alcuni dei velivoli più iconici della prima metà del Novecento.
Dalle colline lepine ai vertici della SIAI-Marchetti di Sesto Calende, la sua parabola umana e professionale incarna l’età dell’oro dell’aviazione, un’epoca in cui il legno, la tela e i primi motori a scoppio venivano plasmati dal genio individuale prima ancora che dai calcoli dei supercomputer.
Alessandro Marchetti nacque in una famiglia della borghesia agraria di Cori, figlio dell’ingegnere Vincenzo Marchetti e di Giulia De Rossi. Il legame con la sua terra natale rimarrà sempre saldo, influenzando quel carattere concreto e rigoroso che avrebbe poi applicato alla progettazione meccanica.
Dopo gli studi classici, Marchetti si iscrisse alla Facoltà di Ingegneria dell’Università “La Sapienza” di Roma, dove si laureò in ingegneria civile nel 1908. Erano gli anni in cui i fratelli Wright e i pionieri europei dimostravano che il volo umano era possibile. Marchetti ne rimase fulminato.
Subito dopo la laurea, il giovane ingegnere iniziò a sperimentare in proprio. Nel 1909 progettò e realizzò un prototipo di velivolo nel paese natale, gettando le basi per la comprensione delle leggi dell’aerodinamica. Con l’avvicinarsi della Prima Guerra Mondiale, l’aviazione passò da sport per temerari a colonna portante della strategia militare. Durante il conflitto, Marchetti lavorò presso la Direzione Tecnica dell’Aviazione Militare di Torino, dove affinò le sue competenze strutturali e strinse contatti cruciali con i vertici dell’industria bellica.
Nel 1919, subito dopo la fine della guerra, presentò un progetto rivoluzionario: il MVT (Marchetti-Vickers-Terni), un caccia biplano interamente metallico, un concetto pionieristico per l’epoca, quando la quasi totalità degli aerei era costruita in legno e tela. Il velivolo stabilì un record non ufficiale di velocità, toccando i 278 km/h. Sebbene non entrò in produzione di massa, il prototipo dimostrò al mondo aeronautico che Marchetti era un innovatore fuori dagli schemi.
Il punto di svolta della sua carriera avvenne nel 1922. La Società Idrovolanti Alta Italia (SIAI), con sede a Sesto Calende sul Lago Maggiore, era alla ricerca di un direttore tecnico capace di rilanciare l’azienda nel mercato del dopoguerra. L’incontro tra la dirigenza SIAI e Alessandro Marchetti diede vita a uno dei sodalizi più fruttuosi della storia industriale italiana: nacque la SIAI-Marchetti (o Savoia-Marchetti).
Marchetti intuì che, in un’epoca priva di grandi piste aeroportuali asfaltate, il futuro del trasporto aereo a lungo raggio risiedeva negli idrovolanti. Il mare e i grandi laghi erano piste naturali infinite. Nel 1924 nacque il capolavoro della sua prima maturità: il Savoia-Marchetti S.55.
L’S.55 era un idrovolante a doppia fusione (catamarano) con una configurazione ad ala spessa che conteneva i motori in tandem montati sopra l’ala stessa. Era un design talmente d’avanguardia da apparire quasi fantascientifico per i contemporanei. Le caratteristiche dell’S.55 lo resero leggendario:
La Crociera dell’Atlantico Meridionale (1927): Pilotato da Francesco De Pinedo, l’S.55 effettuò una trasvolata oceanica che unì l’Europa alle Americhe.
Le Trasvolate di Italo Balbo (1930-1933): Le celebri crociere di massa (come la Orbetello-Chicago-New York) portarono stormi di oltre venti S.55 a solcare l’Atlantico, dimostrando l’affidabilità dei progetti di Marchetti su scala globale.
Negli anni ’30, le esigenze del mercato aeronautico cambiarono. Si richiedevano aerei terrestri commerciali veloci e, parallelamente, la minaccia di nuovi conflitti spingeva verso la militarizzazione della produzione. Marchetti rispose con la formula del trimotore in legno e tela, una scelta tecnica apparentemente conservatrice rispetto al metallo degli americani (come i primi Douglas), ma strutturalmente superba per l’industria italiana dell’epoca, che scarseggiava di leghe d’alluminio ma eccelleva nella carpenteria lignea.
Nel 1934 volò per la prima volta il Savoia-Marchetti S.79 “Sparviero”. Inizialmente concepito come aereo da trasporto civile veloce, fu presto convertito in bombardiere e, soprattutto, in silurante.
L’S.79, soprannominato “Il Gobbo Maledetto” per la vistosa gobba sul dorso della fusoliera che ospitava l’armamento difensivo, divenne il simbolo della Regia Aeronautica durante la Seconda Guerra Mondiale. Grazie alla sua eccezionale robustezza, manovrabilità e velocità (garantita dai tre motori Alfa Romeo), lo Sparviero si dimostrò uno dei migliori aerosiluranti del conflitto, capace di incassare danni gravissimi e di tornare alla base. Con questo aereo, i piloti italiani scrissero pagine di drammatico valore nel teatro del Mediterraneo.
Oltre all’S.79, Marchetti progettò altri velivoli di grande successo, tra cui:
L’S.73 e l’S.81: Rispettivamente la versione civile e militare da trasporto pesante, colonne portanti delle linee aeree commerciali europee dell’epoca (come la Sabena belga) e dei reparti di volo italiani.
L’S.82 “Marsupiale”: Un gigantesco aereo da trasporto pesante, fondamentale per i collegamenti logistici con l’Africa Orientale Italiana e durante tutta la seconda guerra mondiale.
La fine della Seconda Guerra Mondiale segnò il declino della grande industria aeronautica italiana, devastata dai bombardamenti e limitata dalle clausole del trattato di pace. La SIAI-Marchetti soffrì enormemente il passaggio alla ricostruzione civile, e la tecnologia dei motori a getto d’oltreoceano stava rendendo obsoleti i progetti tradizionali.
Marchetti, tuttavia, non smise mai di progettare. Negli anni ’50 si dedicò allo studio di elicotteri e convertiplani, intuendo prima di molti altri che il futuro del volo verticale e a corto raggio avrebbe rivoluzionato i collegamenti civili. Si ritirò progressivamente dall’attività industriale attiva, ma rimase un punto di riferimento intellettuale per le nuove generazioni di ingegneri italiani.
Alessandro Marchetti si spense a Sesto Calende il 5 dicembre 1966. La sua città natale, Cori, non lo ha mai dimenticato, intitolandogli spazi pubblici e mantenendo viva la memoria del suo cittadino più illustre, che partendo dalle colline laziali aveva conquistato i cieli del mondo.
Alessandro Marchetti non è stato solo un calcolatore di strutture; la sua filosofia progettuale univa l’efficienza aerodinamica a un profondo senso estetico. Gli aerei con il marchio “S” e la firma di Marchetti erano immediatamente riconoscibili per l’eleganza delle linee, l’originalità delle soluzioni geometriche e la capacità di adattarsi alle reali possibilità industriali della nazione.
La sua figura si colloca accanto a giganti come Gianni Caproni e Umberto Nobile, simboli di un’Italia capace di esprimere un’eccellenza tecnologica assoluta. Oggi, i suoi velivoli, conservati nei musei aeronautici di tutto il mondo (come il Museo Storico dell’Aeronautica Militare di Vigna di Valle o Volandia a Somma Lombardo), continuano a testimoniare la grandezza di un uomo che fece del volo la propria ragione di vita.
Alessandra Trotta (Giornalista e scrittrice)
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