Nella mia vita, fin dall’infanzia, mi sono sempre dedicato a sport e divertimenti,
traendone linfa vitale anche per altre situazioni della vita.
La mia passione per la bicicletta, come tutti i correggesi, è sempre stata enorme.
Correvo ad alta velocità per le strade cittadine ed anche nelle frazioni, in particolare a San Martino Piccolo, dove mio zio Mario, industriale di alto livello, aveva creato, a sue spese, delle strutture sportive.
Sono caduto dalla bicicletta due volte, tanto da essere ricoverato al Pronto Soccorso dell’ospedale, dove, ormai, mi conoscevano bene ed erano pronti ad apporre dei punti di sutura sulle mie ferite sanguinanti.
Il medico telefonava a mia madre, lei capiva al volo ciò che era successo e veniva a
prendermi. Erano i tempi di Maspes e Gaiardoni, di Beghetto e Bianchetto, di Leandro Faggin, tutti campioni del mondo che mi solleticavano con le loro imprese a cimentarmi in pista, dove non avevo mai provato.
Quando, nel 1960, la RAI trasmise in diretta la cerimonia d’inaugurazione delle
Olimpiadi di Roma, ci fermammo tutti davanti ad un negozio di vendita di televisori, in piazza San Quirino, per osservare la sfilata.
Oltre al ciclismo cominciai a conoscere, a soli sette anni, nel lontano 1957,
la pallacanestro, andando a vedere, ogni domenica mattina, le partite della Libertas Correggio sul campo all’aperto dell’Oratorio, sfidando il freddo invernale.
I miei primi contatti con lo sport. Nel calcio giocavo nel ruolo di portiere,
seguendo le orme di mio cugino Claudio, molto bravo in quel ruolo.
Un pomeriggio mi presentai al campo sportivo di Correggio per iscrivermi al Nucleo Addestramento Giovani Calciatori della Unione Sportiva Correggese.
L’istruttore lo conoscevo bene, era Eros Recordati, collega di mio padre ed ex calciatore di fama nazionale.
In paese lo chiamavano tutti “Patateina”, io, per fare la persona molto educata, lo tradussi in Italiano, e dissi: «Scusi, signor Patatina, posso fare allenamento?»
Lui si mise a ridere a crepapelle, ma la mia carriera calcistica finì molto presto.
Il derby tra le due squadre della città era tra U.S. Correggese e Libertas Correggio, da una parte i comunisti, dall’altra i democristiani.
Nella Libertas giocava Maurizio Cavazzoni, che frequentava la scuola all’Istituto “Bellelli”, poi diventato uno dei punti di forza del Latina Calcio.
Nel frattempo, aumentava la mia passione per la palla a spicchi, trainato da mio padre, che, oltre alla partita mattutina, andava la sera ad osservare le partite de “La Torre Reggio Emilia” nel campionato di Serie A, allora considerato il secondo campionato italiano dopo le Elette, nella quale militavano squadroni come la Virtus Bologna, Simmenthal Milano e Ignis Varese.
Gli anni Sessanta sono stati sicuramente i più belli che gli Italiani hanno trascorso dopo la Seconda Guerra Mondiale.
A Correggio fiorirono industrie, centri artigianali, negozi d’alto livello, tutto cominciava a funzionare con piena soddisfazione tra gli abitanti, che, come tutti gli emiliani, erano sicuramente degli epicurei.
Il benessere era all’insegna del divertimento, di giochi, scherzi e tante libagioni legate a bevute del Lambrusco, il vino preferito e tipico dei reggiani.
Ero diventato, con mia grande soddisfazione, un appassionato di pesca sportiva, mi recavo due volte la settimana, munito di canna e amo, con tanto di lombrichi attaccati ad esso. Il posto adatto per la pesca era sicuramente “I Busoni”, si trattava di una vecchia fornace dismessa dove si era creato un laghetto.
I pesci erano sempre gli stessi: orologio, gatto, con tanto di baffi, in dialetto si diceva “scaràss” o “gob basterd”, un termine dialettale che in Italiano poteva tradursi con “carassio”. Non solo “I Busoni” ma anche i canali presenti nelle rigogliose campagne di Correggio erano i miei luoghi di pesca.
Una volta andai in solitario a pesca sul piccolo canale di scolo (oggi tombato) denominato Dugaron (Dugarone), contornato di alberi e con tante foglie che cadevano sull’acqua.
Gettai la lenza e fui immediatamente immerso in acqua in quanto ero stato trascinato dal fogliame. Cominciai a gridare, l’acqua non era molto alta, non ho mai pensato di annegare.
Dopo qualche minuto vennero in mio soccorso dei contadini della zona, una famiglia che conoscevo molto bene. Mi spogliarono completamente, facendomi fare il bagno in un mastello di legno all’aperto, visto il periodo primaverile.
Non usarono il sapone, ma posero sul mio corpo della cenere, come si usava una volta, mi asciugarono e vestirono immediatamente con abiti di color bianco in loro possesso. Tornai più in forma di prima.
I contadini, gentilissimi ed amici, chiamarono immediatamente mia madre avvertendola dell’accaduto.
Altro divertimento era rappresentato dalle numerose fiere patronali.
A Correggio la più importante era quella di San Quirino che si svolgeva nel mese di giugno.
Per festeggiare il patrono della cittadina emiliana venivano allestite delle giostre,
in particolare autoscontro e il famoso “calcinculo”, nonché il tiro a segno che portava a vincere una bottiglia di spumante, oppure si giocava con le palline da ping pong che dovevano entrare in un vasetto pieno d’acqua con un pesciolino rosso, che veniva regalato in caso di successo.
Le famiglie dei sinti giostrai erano numerose in zona, rappresentando un’opportunità di lavoro, così come quelle dei circensi presenti. Per la maggior parte provenivano dalla provincia di Ferrara o dalla zona del Polesine, verso Rovigo.
L’arte circense ha sempre affascinato gli emiliani, io ricordo bene la presenza del circo Errani. Era l’epoca delle figurine Panini dei calciatori di serie A.
Noi eravamo abituati a giocare in due modi: il primo ci portava a cimentarci a “muretto”, poggiavi la figurina sul muro, se cadeva su un’altra figurina entrava in tuo possesso; il secondo modo di giocare era rappresentato da due amici, che, fianco a fianco, tiravano verso il muro a distanza di tre quattro metri.
Vinceva tutte le figurine chi arrivava più vicino al muro.
A Latina, appena arrivato all’Oratorio Salesiano, mi sono trovato in difficoltà.
In Agro Pontino erano abituati a giocare a “puff”. Dovevi battere forte su un tavolo o sul pavimento, e tutte le figurine che si rovesciavano rimanevano a te.
Un altro modo di giocare a figurine era il “soffietto”. Tu tiravi da un ripiano la tua figurina e se cadeva sopra quella dell’avversario gli “soffiavi” la sua, acquisendola.
Era impensabile non scambiare le figurine con gli amici per completare l’album pubblicato dalla casa editrice Panini di Modena. Chi riusciva a completare l’album ritirava un pallone di plastica in omaggio.
Le carte da gioco ci portavano a divertirci col rubamazzo, settebello, scopa e briscola, oppure alla carta più alta.
Il 13 dicembre era per noi bambini il giorno più importante dell’anno.
Si festeggiava Santa Lucia. Arrivavano doni da parte di genitori e parenti, tutti giocattoli che ci facevano impazzire, specialmente, il Meccano, il trenino, la pistola, il fucile, Shangai, il Domino.
Il cinema era d’obbligo, per me e i miei cugini, la domenica pomeriggio.
Andavamo al Politeama ad assistere al primo spettacolo, poi fu inaugurato anche il cinema Cristallo sulla circonvallazione.
Molti miei zii e cugini si chiamavano Pasquale vista l’origine della famiglia D’Agostino, originaria di Sant’Antimo in provincia di Napoli.
Bonacini, il fratello del nostro bidello al Convitto, vendeva bruscolini all’ingresso della struttura cinematografica, vedendoci tutti in gruppo, affermava ad alta voce: «Arriva la famiglia Pasqualini!».
Mio nonno Pasquale, il capostipite, era un uomo straordinario, fece una fortuna immensa nel settore delle distillerie e immobiliare.
Morì nell’agosto del 1957, al suo funerale a Correggio parteciparono migliaia di persone commosse.
Recentemente mi ha chiesto l’amicizia su Facebook la signora Rosa D’Agostino di Sant’Antimo, lo stesso nome e cognome di mia mamma.
Con lei ci siamo scambiati dei messaggi attraverso i moderni social media.
Mi ha fatto pervenire delle splendide fotografie in bianco e nero in cui sono ritratti dei miei zii in visita a Sant’Antimo per ritrovare i loro parenti.
Telefonicamente mi ha fatto sapere che mio nonno Pasquale, una volta l’anno, si recava nel suo paese natale, aveva l’abitudine di regalare un terreno ai consanguinei. Verso di noi nessun tipo di razzismo, solo simpatia ed affetto.
Il Carnevale era più sentito il giovedì grasso che il martedì.
Noi abbiamo partecipato alla tradizionale sfilata dei carri, creando una diligenza da Far West trainata da un cavallo. La giuria ci classificò all’ultimo posto.
Non li abbiamo soddisfatti ma eravamo egualmente contenti.
L’anno dopo mi chiamarono a ricoprire il ruolo di Re di colore bianco su una scacchiera trainata da un trattore. Ero molto felice di quella chiamata da parte di alcune ragazze dell’Azione Cattolica.
Il carro di Carnevale era molto bello, noi puntavamo alla vittoria ma ci classificammo solamente al quarto posto. Finita la sfilata andavo in giro sotto i portici di Correggio insieme ai miei amici, munito di un manganello blu di plastica con inseriti alcuni sassi.
Colpii – inavvertitamente – un orologio di una giovane correggese, che, fortunatamente, conosceva molto bene la mia famiglia.
Dopo aver verificato il danno lui si recò immediatamente nella mia abitazione, sopra il caffè Tubino, chiedendo il rimborso in denaro per il danno subito.
Ormai i miei genitori erano abituati alle follie di un bambino letteralmente scatenato. Il Giovedì grasso si svolgeva una festa mascherata, con tanto di musica alla “Topazio” di Correggio. Noi prenotavamo un tavolo e ci divertivamo con coriandoli e stelle filanti, usavamo la schiuma da barba per colpire i ballerini, mangiavamo rosoni e intrigoni.
Noi cugini non eravamo grandi nuotatori, pur trascorrendo le nostre giornate estive a Rimini, Riccione, Cesenatico e Cervia-Milano Marittima.
L’occasione del bagno, per provare frescura durante le caldissime estati, era rappresentata dal bagno nei canali di bonifica, usavamo come salvagente l’interno dei copertoni di auto e moto gonfiati dai benzinai.
La mia prima esperienza in piscina è stata davvero sfortunata. Mi sono recato a Reggio Emilia per frequentare la bellissima piscina all’aperto, ma la presenza di cloro ha disturbato il mio fragile organismo.
Ma passiamo ora a raccontare un’altra singolare storia adolescenziale.
In quella posizione di portico, vicino casa mia, esisteva una grata che permetteva di guardare i locali delle cantine del palazzo.
Il rettore del Convitto “Rinaldo Corso” – nostro superiore – ogni sera passeggiava lungo i portici insieme ad alcuni istitutori.
Noi – banditelli – eravamo pronti dalle cantine a gridare ad alta voce «Buonasera, signor rettore!»
Lui si girava da una parte e dall’altra, ma non capiva da dove arrivassero queste voci.
Dopo qualche sera il rettore era quasi impazzito, non sapeva a che santo rivolgersi.
Qualche volta sono stato ad assistere alle gare di tiro al piccione in località Poggio Diana, vicino Salsomaggiore, la località termale che andava per la maggiore in quel periodo.
Mio zio Toto era bravo nel tiro al piccione, una specialità sportiva da anni proibita in Italia.
La pedana di tiro era posta davanti a tre casse di colore verde che si aprivano contemporaneamente, permettendo ai tre piccioni di volare in alto.
Lui, dopo aver gridato “Pool”, sparava verso i piccioni riuscendone a colpire due o tre, classificandosi tra i migliori nella classifica finale.
Alcuni correggesi mi hanno raccontato – non so se sia vero o meno – che un pomeriggio capitò a Poggio Diana il campione italiano di tiro al piccione.
Era un tipo al quale piaceva scommettere, e, furbescamente, sbagliò i primi tiri di preparazione alla gara, mio zio Toto, al quale talvolta piaceva scommettere, si mise a rivaleggiare con lui, che, giocando sul serio, non sbagliò un colpo, vincendo, la scommessa.
Lo ripeto, non so se questa storia sia vera.
La passione per la bicicletta mi ha portato due volte a conoscere, mio malgrado, il Pronto Soccorso dell’ospedale di Correggio. Sono caduto a velocità folle, i punti di sutura li ho conosciuti fin da bambino.
Una volta la pagina locale del quotidiano Il Resto del Carlino pubblicò un piccolo trafiletto sul mio incidente. Non avevano nulla da scrivere – probabilmente – quel giorno.
Tra i miei idoli, naturalmente, figurava il nome di Fausto Coppi, deceduto il 2 gennaio del 1960.
Non dimenticherò mai quella fredda e uggiosa mattinata, scesi di casa e vidi tante persone riunite in una sorta di capannello, erano silenziose e addolorate.
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