Finalmente una novità nel mondo accademico. Un mondo dove sembra che tutto sia immobile e fermo. Dove i rettori sono sempre gli stessi, i professori con lo stesso cognome abbondano e gli scandali non cessano di esistere. E dove la mediocrazia continua sempre ad essere pure utopia.

La storia la conosciamo a memoria. L’Università, infatti, a parte i tagli di spesa, non fa neanche più notizia, se non per le cose dette prima. E questo a discapito di chi ci crede e lavora bene.

Questa mattina comunque finalmente aprendo la finestra è arrivata una ventata di aria fresca. Aria fresca che porta un nome preciso: Antonella Polimeni, prima rettrice appena eletta a guidare la più grande Università d’Europa.

Chi è Antonella Polimeni

Antonella Polimeni, docente di Malattie Odontostomatologiche, è stata la prima donna eletta preside nella facoltà di Medicina e Odontoiatria, conosce bene la macchina amministrativa de La Sapienza perchè da giovane universitaria è stata rappresentante degli studenti. E successivamente ha ricoperto il ruolo di componente del nucleo di valutazione e consigliere di amministrazione.

Nel suo programma elettorale ha spiegato che l’Ateneo “crescerà ulteriormente se saprà percepire la ricchezza del suo pluralismo e, se posso dire, della sua biodiversità, grazie alla forza della sua unità nel rispetto delle specificità e delle autonomie”.

La sua elezione archivia dunque il mandato di Eugenio Del Gaudio, che non si è ricandidato.
Dicono che la Polimeni non abbia avuto un risultato scontato, pur venendo dalla facoltà che porta in queste elezioni numeri ragguardevoli. Pare che parecchi ostacoli li abbia avuti proprio in casa. Ostacoli, però, che è riuscita a superare brillantemente.

Poche donne, poco PIL

Se si va a curiosare nel sito della CRUI ( Conferenza dei Rettori delle Università italiane) troviamo che con la elezione della Polimeni, le donne rettrici italiane salgono a 7, pur essendo le studentesse il 55,4 % degli iscritti.

Bisognerà fare ancora grandi sforzi per poter migliorare con la presenza femminile la situazione economica del nostro pianeta.

Dice infatti il World Economic Forum di Davos, l’organismo che in 144 Paesi ogni anno misura il divario di genere, che se ci fosse maggiore eguaglianza e se quindi il gap tra uomo e donna venisse colmato, il Pil aumenterebbe di quasi 6 miliardi di dollari.

Il World Economic Forum di Davos misura il divario economico di genere fin dal 2006.
Oltre alle questioni economiche, il rapporto prende in considerazione anche la politica, l’istruzione e la salute.
Le cifre sono più incoraggianti nelle ultime due categorie rilevate, in cui è stata raggiunta la parità rispettivamente al 96,1% e al 95,7%.
Ma sul “genere” non ci siamo per niente.

I dati di quest’anno però non sono affatto confortanti. Al ritmo attuale, dicono loro, ci vorranno altri 257 anni per ridurre completamente il divario economico “di genere”.

Andavamo meglio lo scorso anno. Quest’anno abbiamo fatto il salto del gambero. Il motivo è che nonostante il gap si sia ridotto negli ultimi anni, i progressi stanno rallentando. L’anno scorso era stato stimato che, per raggiungere, la piena parità ci sarebbero voluti 202 anni. Ora ce ne vogliono 55 in più.

Appuntamento dunque al 2277.


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