Titolo: Bartleby lo scrivano di Francesco Niccolini
Regia: Emanuele Gamba
Soggetto: Herman Melville (dall’omonimo racconto, 1853)
Scene: Sergio Mariotti
Costumi: Giuliana Colzi
Luci: Marco Messeri
Teatro: Quirino, Roma
Cast: Leo Gullotta, Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti, Lucia Socci.
Un mistero si cela attorno alla frase di diniego pronunciata spesso dallo scrivano Bartleby nel suo posto di lavoro: Avrei preferenza di no (I would prefer not to) che lascia pensare a tutto o a niente. Allora, qualunque sia l’interpretazione che ognuno può dare al logos del protagonista (Leo Gullotta) e all’ambiguo espistéme di Bartleby lo scrivano, parafrasando questa frase nello scrivere il mio parere sullo spettacolo presentato al Teatro Quirino di Roma, posso sostenere che anche io semplicemente: avrei preferenza di dire la mia.
Bartleby viene assunto come scrivano presso uno studio legale di Wall Street, dove già l’attività lavorativa di tutti gli impiegati, compresa quella dell’avvocato titolare, si svolge e si ripete meccanicamente e invariabilmente, giorno dopo giorno. Bartleby inizia ad eseguire il suo lavoro di copiatura con zelo e attenzione finché, senza motivo alcuno, ad un certo punto si rifiuta di dare seguito a qualunque richiesta del suo principale con la frase: Avrei preferenza di no. Bartleby, in effetti, agisce al pari di un’auto di gran pregio che, dopo avere percorso migliaia di chilometri ininterrottamente e senza problemi di blocco, si arresta definitivamente. Per usura? Niente amareggia una persona gentile, seria e professionale qual è l’avvocato (Cosa dovrei fare? Cosa dice la mia coscienza che io dovrei farne di quest’uomo, o piuttosto, di questo spettro? Liberarmene è necessario; andarsene dovrà …», quanto la resistenza passiva e immotivata che lo scrivano – figura pallidamente distinta, penosamente rispettabile, inguaribilmente desolata – mantiene anche dopo essere stato licenziato per inoperosità permanente, tant’è che nessuno sa quale sia stata la causa di questo suo mutamento. Forse Bartleby, dopo aver fatto l’impiegato delle poste, con il compito assiduo di mettere soltanto timbri quotidianamente e più volte al giorno, si sente nauseato, stanco e insoddisfatto, oppure – secondo il parere del filosofo Giorgio Agamben -, come scrivano «che ha cessato di scrivere egli è la figura estrema del nulla da cui procede ogni creazione e, insieme, la più implacabile rivendicazione di questo nulla come pura assoluta potenza. Lo scrivano è diventato la tavoletta per scrivere, non è ormai nient’altro che il suo foglio bianco».
In ogni caso,lo status quo dello scrivano è come quello di una qualsiasi figura archetipica che, avendo svolto un lavoro alienante, ripetitivo ed estraniante dalla realtà, è rimasta inerte dinanzi alla scrivania, poi in piedi per ore e poi ad alzare lo sguardo verso la finestra per cercare la luce perché «la felicità corteggia la luce che fa immaginare che il mondo sia felice, mentre la miseria si nasconde tenendosi lontana, facendoci pensare che non esista». Bartleby vive , o meglio vegeta, in una società, che è come un carcere, o peggio, senza muri e senza grate, alla ricerca della libertà continuamente sospirata ma mai respirata. Bartleby è abulico, privo di volontà e di forza spirituale, ma non per colpa sua ma reso tale dal lavoro che è stato costretto ad eseguire per necessità e per tutta la sua vita. Dante Alighieri l’avrebbe considerato, forse impropriamente e a torto, un ignavo, ponendolo nell’antinferno, come si coglie da alcuni versi del Canto III dell’Inferno «… l’anime triste/ di coloro che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo …. non ragioniam di lor, ma guarda e passa».
Per ironia della sorte, tuttavia, Bartleby, alla fine, assapora paradossalmente la libertà in un luogo chiuso, con finestre alte e grate, dove palesa il suo ultimo desiderio: Avrei preferenza di restare.
Bartleby lo scrivano è liberamente ispirato al racconto Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street (Bartleby the Scrivener: A Story of Wall Street) di Herman Melville, pubblicato nel 1853, che, a causa della particolarità del soggetto, è stato corredato, nel corso del tempo, di diversi commenti e varie interpretazioni. E l’ultima è questa teatrale di Leo Gullotta, al Teatro Quirino – Vittorio Gassman, il quale ben si presta a indossare le bizzarre vesti di questo personaggio sui generis e anche a ben interpretarlo, anche se con un dialogo striminzito, grazie alla sua innata verve mimica.
Francesco Giuliano
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