Brexit: raggiunto l’accordo ma non c’è nessun lieto fine

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Dopo mesi di negoziati, l’Unione Europea e la Gran Bretagna hanno raggiunto un accordo che regolerà il partenariato tra i due paesi a partire dal 1 gennaio 2021. Anche se l’uscita dall’UE non sarà così dura come  temuto da alcuni e sperato da altri, la Brexit rimane comunque un errore storico che lascerà il segno per anni a venire.

Il premier britannico Boris Johnson ha applaudito l’accordo raggiunto la vigilia di Natale come un successo, affermando che tutte le promesse della campagna “Leave” del 2016 sono state mantenute e che finalmente la Gran Bretagna “riprenderà il controllo”. Nonostante le dichiarazioni entusiastiche, il patto UE-UK non è molto diverso da quello che era già stato negoziato l’estate scorsa e non si discosta molto da altri accodi bilaterali dell’UE con paesi terzi. Allo stesso tempo, Johnson non è ancora riuscito  a concludere accordi convincenti con gli altri due maggiori partner commerciali del Regno Unito, gli USA e la Cina. D’altra parte, quelli che sono già stati firmati con il Giappone e Singapore, sono sostanzialmente una replica dell’accordo di cui la Gran Bretagna già godeva all’interno dell’UE. A ben vedere, dunque, la Brexit non ha portato nessuno dei grandi vantaggi promessi sul piano commerciale.

Saranno invece molti gli effetti collaterali, un primo assaggio lo abbiamo avuto nei giorni scorsi, quando la Francia ha imposto un divieto di 48 ore ai passeggeri e alle merci in ingresso dal Regno Unito per evitare di importare casi del nuovo ceppo di Covid-19.  La Gran Bretagna ha effettivamente ottenuto di poter importare le sue merci in Europa senza l’imposizione di particolari dazi, tuttavia questo avrà un costo elevatissimo in termini di burocrazia. Le merci in entrata e uscita dovranno infatti presentare tutta una serie di certificazioni e autorizzazioni, con un’inevitabile rallentamento del processo e conseguenti code e rallentamenti. Inoltre, entrambe le parti avranno la facoltà di imporre unilateralmente dazi commerciali qualora rilevassero una concorrenza sleale. Questo significa che, verosimilmente, assisteremo presto a nuove guerre commerciali tra Unione Europea e Regno Unito, con ingenti perdite per entrambe le parti. Infine, dato che l’accordo prevede che il confine con l’Irlanda rimanga aperto per scongiurare tensioni, con tutta probabilità l’Irlanda del Nord seguirà le regole del mercato unico europeo.

Un’altra grandissima perdita, forse la peggiore, tanto per la Gran Bretagna quanto per l’Europa, sarà la cessazione della libera mobilità. Per recarsi nel Regno Unito per più di 90 giorni i cittadini Europei avranno bisogno di un visto, così come succede per altri paesi terzi. Sarà invece molto più difficile andare a lavorare oltremanica con lavori non qualificati (come, ad esempio, trasferirsi momentaneamente per fare il cameriere), in quanto per lavorare servirà avere prima un permesso di lavoro. Tuttavia, uno dei danni più inestimabili è quello a carico degli studenti. L’Inghilterra, infatti, esce anche dal programma Erasmus, considerato un onere troppo elevato per le casse dello Stato. Questo significa sostanzialmente che per gli studenti britannici non sarà più possibile recarsi in Europa attraverso programmi di scambio di studio o tirocinio, e viceversa.  Boris Johnson ha annunciato il lancio di un nuovo programma di mobilità studentesca, che però difficilmente potrà rivaleggiare un programma che ormai dura da più di 30 anni.  Allo stesso tempo, per gli studenti europei sarà difficilissimo accedere alle prestigiose università britanniche. Lo status di studenti internazionali, infatti, si concretizzerà con il pagamento di tasse da capogiro (si parla di una media di 20,000  sterline l’anno). Questo comporterà un’inestimabile perdita in termini di scambio e arricchimento culturale tanto per l’UE quanto per la Gran Bretagna.

Probabilmente nei prossimi mesi sentiremo roboanti dichiarazioni dei sostenitori della Brexit che affermeranno entusiasti di avere finalmente ripreso il controllo e l’ indipendenza del paese. Non potrebbe esserci niente di più fuorviante. In un momento in cui i populismi di tutta Europa sembrano avere intrapreso una feroce battaglia contro l’Unione Europea, accusandola di essere una matrigna severa e arcigna che limita le libertà nazionali,  è doveroso invece ricordare che oggi l’idea di un nazionalismo esasperato e campanilista come sinonimo di successo e potere globale, non è solo anacronistica, ma è errata. Ci muoviamo infatti in una dimensione sempre più globalizzata e multilaterale, dove è indispensabile cedere una seppur minima parte di sovranità, per godere degli enormi vantaggi della cooperazione internazionale. Non si tratta di “cedere il controllo” ma di cooperare per il bene di tutti, anche il nostro. Grazie alle istituzioni multilaterali create negli ultimi decenni, dall’ONU all’Unione Europea, abbiamo potuto vivere un periodo di pace e prosperità senza precedenti nella storia dell’occidente. Le sfide che ci aspettano, dal cambiamento climatico alle pandemie, dal terrorismo alle migrazioni, non possono essere affrontate da nessun paese da solo.  Ne è lampante dimostrazione l’epidemia da Covid-19 che stiamo vivendo. Chiudere le frontiere, puntare il dito contro “la variante inglese” o “il virus cinese” serve forse a rassicurare una cittadinanza smarrita e una classe politica incapace di dare risposte, ma non ci aiuta a uscire da una delle crisi peggiori dal dopoguerra. Soluzioni concrete sono invece le ingenti risorse messe in campo dall’Unione Europea attraverso meccanismi come il Recovery Fund o il Meccanismo Europeo di Stabilità. Soluzioni concrete sono i fondi stanziati per la ricerca  e la cooperazione tra la comunità scientifica internazionale che hanno permesso di produrre vaccini efficaci in tempi record.

Non abbiamo bisogno di altre (Br)Exit, non abbiamo bisogno di nazionalismi. Abbiamo bisogno, adesso più che mai, di unità e solidarietà, di multilateralismo e di Europa. Uscire dal progetto europeo in un momento come quello che stiamo vivendo è pura follia. I termini del nuovo accordo tra UE e Regno Unito lo confermano, e gli anni a venire dimostreranno che l’isolazionismo non è mai la scelta giusta.

 

 

 

 

 


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