Il Fico d’India, il cui nome scientifico è Opuntia ficus-indica, è una pianta originaria del Messico che venne introdotta in Europa in seguito alla spedizione di Cristoforo Colombo del 1492 che portò alla scoperta dell’America. Oggi, questa pianta si trova diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo, in particolare in Sicilia dove viene coltivata per la produzione e la commercializzazione dei frutti. In Messico, in campo alimentare è usato il nopal, una verdura, ricavata dalle pale (cladodi) della pianta dopo aver tolto le spine, che contiene la nopalina, (sostanza prodotta dalla sintesi degli amminoacidi arginina e acido glutammico – da “Depicker, A.; Stachel, S.; Dhaese, P.; Zambryski, P.; Goodman, H. M. (1982). “Nopaline synthase: Transcript mapping and DNA sequence”. Journal of Molecular and Applied Genetics. 1 (6): 561–73”), i flavonoidi antiossidanti kaempferol e quercetina, i sali minerali di magnesio, calcio, potassio, sodio, manganese, ferro, le vitamine A, B e C.
Del Fico d’India si trovano riferimenti in letteratura in Conversazione in Sicilia (Bompiani) di E. Vittorini: «… erano di pietra celeste, tutti fichidindia, e quando si incontrava anima viva era un ragazzo che andava o tornava, lungo la linea, per cogliere i frutti coronati di spine che crescevano, corallo, sulla pietra …»; in L’intrepido alchimista (Sensoinverso edizioni) di F. Giuliano: « Mentre Rosamunda distesa sul letto gemeva e soffriva, il barone Gervasio, andando per gli anfratti nel suo esteso latifondo alle pendici dello stupendo Mongibello, ad un tratto, sentì il galoppo di un cavallo, il cui scalpitio si avvicinava sempre di più. Era il massaro Ruggero che, a sprone battuto, si dirigeva verso di lui, per portagli la bella notizia.
Di tanto in tanto, lungo il percorso, il massaro, per il suo carattere estroverso e pacato, aveva comunicato la novella a chi incontrava. Ai liamari con i muli carichi di liama. Ai pastori che giocherellavano con Morfeo o con Apollo nei cubburi costruiti con la nera pietra lavica, mentre le loro pecore pascolavano libere nei prati, tra le folti distese di irsuti fichidindia, carichi di frutti succosi. Questi, uniti in cespugli, sembravano adornare la trazzera e, a tratti, sembravano quasi aggredirla, rivoltandosi con le alte chiome di cladodi verso di essa. Quelle piante grasse avevano succose pale in parte stracolme di fichidindia sulfarini, in parte di frutti sanguigni e, in parte di frutti muscareddi. Questi tre colori scelti dalla natura casualmente spiccavano sulle verdi pale e attraevano il massaro stimolandone il palato.
“Il barone – pensava il massaro – ha una predilezione innata verso i sulfarini, perché il loro colore giallo esprime il forte sentimento di gelosia che lo caratterizza, ma apprezza quelli sanguigni, per la furiosa passione ardente che gli suscita il bel colore vermiglio e gusta anche i muscareddi, i più dolci, perché esprimono calda affettuosità. In definitiva, gli piacciono tutti, di qualunque colore siano, questi frutti difficili da raccogliere e da sbucciare, ma che sono una delizia del suo palato, ancor più se freschi.”… »; in https://www.aphorism.it/francesco_giuliano/poesie/fico_dindia/ la poesia Fico d’India: « Spavaldo si erge/ sulla nuda roccia,/ da un’esile strato terroso/ si alimenta,/ le ime radici penetranti affonda,/ i verdi cladodi a ventaglio esplode.// Su’ rami, simil pale, disposti/ come merli di un maniero,/ mostra,/ orgoglioso e fiero,/ frutti variopinti,/ sulfarini/ sanguigni/ muscareddi,/ succosi,/ appetitosi,/ semosi,/ gustosi,/ attraenti,/ spinosi».
Quest’ultima poesia declamata dall’attore Gianni Conversano in https://www.youtube.com/watch?v=2s-hNilNwzc corredata dal quadro di Renato Guttuso, Fichi d’India, 1985, e dalla canzone di Gerardo Matos Rodríguez, La cumparsita, fa da cornice alle attività svolte da ENEA (Energia Nucleare ed Energie Alternative) in collaborazione con El Colegio de Michoacàn in seno ai Progetti Bilaterali Italia-Messico, sostenuti dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e dal CONACYT tra il 2004 e il 2020. Tali attività, sotto la direzione scientifica della dott.ssa Chiara Alisi dell’ENEA, hanno definito una metodologia per la valutazione delle proprietà consolidanti e antimicrobiche della mucillagine ricavata dal fico d’india, Opuntia ficus-indica anche in combinazione con estratti di Capsicum (il peperoncino, che in campo alimentare è famoso per la piccantezza grazie al contenuto dell’alcaloide capsaicina avente formula chimica C18H27NO3). Nel contempo è stato tracciato un percorso per la realizzazione di prodotti sostenibili per il restauro di diverse tipologie di beni culturali. Il progetto contribuisce a valorizzare risorse biologiche comuni ai due Paesi, per giungere a prodotti ecocompatibili, più rispettosi della salute dei restauratori e delle opere d’arte, con un minimo scarto, in sintonia con i principi dell’economia circolare. La collaborazione bilaterale ha consentito di integrare approcci e competenze che, partendo dalla conservazione dei beni culturali, hanno toccato temi attinenti all’agroalimentare, alle biotecnologie e alla bioeconomia.
Francesco Giuliano
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