Nella Medea, tragedia di Lucio Anneo Seneca (4 a.C. – 65), è riportata la locuzione cui prodest scelus, is fecit , cioè il delitto giova a colui che lo eseguì, ma nel caso di un comportamento individuale ribelle ci si chiede cui prodest? E perché spesso un comportamento ribelle si manifesta per tutta la durata della vita? In genere siamo portati, spesso supportati dall’effetto stereotipia, a condannare senza ombra di dubbio, con assoluta certezza, il comportamento ribelle di un bambino, di un giovane o di un adulto. Questo comportamento ribelle non può derivare fondamentalmente dal fatto che l’uomo geneticamente risente delle sue origini ataviche in cui poteva comportarsi liberamente secondo le leggi della natura? Leggi che nel tempo sono state modificate da esso stesso attraverso la politica? Scrive il filosofo Michel Onfray nel saggio La politica del ribelle – Trattato di resistenza e insubordinazione (Fazi editore, 2008) che “Ogni politica, classicamente, propone un’arte di soggiogare l’individuo e di farne un soggetto sfruttando i difetti e i vantaggi che una persona concede. Essa eccelle come tecnica di integrazione dell’individualità in una logica olistica dove l’atomo perde la sua natura, la sua forza e la sua potenza. Tutte le utopie dichiarate … hanno posto questo assioma: l’individuo deve essere distrutto, poi riciclato, integrato in una comunità fornitrice di senso. Tutte le teorie del contratto sociale si basano su questa logica: fine dell’essere indivisibile, abbandono del corpo proprio e avvento del corpo solidale, il solo abilitato, successivamente, a rivendicare l’indivisibilità e l’unità di solito associate all’individuo”. Ogni individuo non è trattato come una realtà che per natura ha in sé il fine verso cui tende a svilupparsi, ma lo si sacrifica in nome degli universali creati ad hoc: “…. Dio, il Re, il Socialismo, il Comunismo, lo Stato, la Nazione, la Patria, il Denaro, la Società, la Razza, e altri artifici …. In questi mondi dove trionfa il culto degli ideali, degli universali generatori di mitologie – totalitarie o democratiche – l’individuo passa per quantità trascurabile. Lo si tollera o celebra soltanto quando mette la propria esistenza al servizio della causa che lo supera e alla quale tutti dedicano un culto. Il Prete, il Ministro, il Militante, il Rivoluzionario, il Funzionario, il Soldato, il Capitalista brillano tutti come assistenti di quelle divinità a cui si uniformano i più”. Allora la spinta innata per ottenere una politica libertaria significa sottoporre la politica all’etica di convinzione e l’economia alla politica e deve tendere ad una società effettivamente aperta nel senso popperiano, cioè ad una società che permetta di salvaguardare l’individualità nella sua specificità umana e consenta a tutti di partecipare alle scelte decisive. Una politica, dunque, che tolga la società dalle fauci del Leviatano di Thomas Hobbes (1588 – 1679), dai suoi meccanismi servili, dalle patologie che esso infonde, dall’inferno che esso ha creato e che continua a generare, immettendola in una società edonistica che propende alla realizzazione del bene sommo dell’uomo. Una politica, dunque, che assoggetti alla politica l’economia comunemente intesa e usata “come un’alchimia cannibalesca, una disciplina di trasmutazione che, con il tempo degli schiavi, fa soldi per i padroni … assoggettando il politico al suo ordine alla sua legge”, e interpretata secondo la dialettica aristotelica in base alla quale il “padrone deve far sapere e far capire al suo sottoposto che hanno entrambi gli stessi interessi se non una comunanza di destino”.
Scriveva, alla fine del XIX secolo, Friedich Nietzsche (1844 -1900) nel saggio La gaia scienza, che oggi “si pensa con l’orologio in mano, si vive come chi continuamente potrebbe farsi sfuggire qualcosa. Abbiamo perso ogni gusto per la gioia e ci vergogniamo della nostra inclinazione ad essa”. E qualche anno dopo, coerentemente, nel saggio Così parlò Zarathustra – Un libro per tutti e per nessuno, ancora scriveva che “l’uomo è un pesante fardello per se stesso perché trascina sulle sue spalle troppe cose estranee: come un cammello, egli piega le ginocchia e si lascia caricare senza protestare. Ciò avviene soprattutto se l’uomo è robusto, paziente e pieno di venerazione: troppe parole e troppi valori che non gli appartengono ha caricato su di sé, ed ora la vita gli sembra un deserto”.
Risultato questo, tuttora vigente, corrispondente ad una libertà apparente, la libertà liberale, associata alla libertà di consumare, di possedere beni materiali, di raggiungere uno status sociale adeguato ai tempi, che nega profondamente la libertà di essere – la libertà libertaria, come la chiama Onfray, che porta al superamento dell’alienazione individuale. “Chiunque voglia una libertà che non sia quella liberale si vede circoscritto come un nemico, designato come un avversario che può essere stimolato, comprato, riportato a più miti consigli con la persuasione e la retorica, se non, in caso di resistenza prolungata e rivendicata, con mezzi progressivamente coercitivi”. La coercizione permanente va da sé che genera ribellione, la quale è un comportamento naturale, umano troppo umano a dirla con parole nietzschiane. Ecco dunque la risposta a tutte le domande poste all’inizio di questa breve dissertazione.
Francesco Giuliano
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