Giansanti: “Solo 700 voti tra noi e Coletta, il mancato ballottaggio colpa del mercato degli scrutatori”

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LATINA – Arrivano dopo settimane di silenzio seguite alle sue dimissioni le considerazioni del segretario del Pd di Latina Andrea Giansanti. Un lungo sfogo in cui si rimarcano due punti: i 700 voti di differnza che hanno separato Forte da Coletta al primo turno impedendo al candidato sindaco democratico l’accesso al ballottaggio sono dovuti sia ai tanti personalismi emersi nel partito durante la campagna elettorale, sia al ‘mercato’ degli scrutatori di cui è rimasto vittima il Pd con la famiglia Carnevale in prima linea nel mettere in difficoltà il partito su questo tema.
Insomma Giansanti coglie l’occasione per levarsi più di qualche sassolino dalle scarpe.
“Rompo il silenzio che mi sono autoimposto da quando ho presentato le dimissioni da segretario del Partito Democratico di Latina – scrive Giansanti – . Tra le motivazioni legate alle mie dimissioni c’era infatti anche la speranza che, liberati dal timore di essere individuati quale capri espiatori, altri esponenti del PD potessero fare valutazioni più serene sui propri errori e guardare a come rilanciare la nostra proposta politica, anziché puntare il dito verso qualcuno. Albert Camus diceva che solo quando saremo tutti colpevoli, sarà la democrazia. Mi sembra invece che si continui a non voler ragionare sul futuro, su un terreno di apertura e di proposta, ma si vada invece alla ricerca solo dello scontro personale. Le reiterate valutazioni di Massimiliano Carnevale, con l’aggiunta della richiesta di dimissioni ad Enrico Forte dal consiglio comunale, non giungono affatto di sorpresa: rappresentano la conferma di un modo di operare che, ancor prima di essere miope sotto il profilo politico, lo è sul piano dell’onestà intellettuale. Mi risulta che ieri pomeriggio i neoconsiglieri Enrico Forte, Nicoletta Zuliani e Carnevale stesso si siano incontrati proprio per confrontarsi sull’assetto del consiglio comunale, e che Carnevale non abbia chiesto le dimissioni a Forte né espresso le considerazioni poi diffuse a mezzo stampa. La continua ricerca della ribalta mediatica, il pensare solo all’io e non al noi, rappresentano il male di un partito che va necessariamente ripensato e rifondato. Il Pd non può essere la casa di chi vuole soddisfare la propria esigenza del momento: forse dimentichiamo che la politica riguarda il destino di una intera comunità, dettaglio che sfugge a quanti, prima e dopo le elezioni, sono impegnati a cercare colpe altrui e definire la propria posizione per non scomparire. Io sono stato l’unico a farmi da parte dopo la sconfitta alle Comunali: un gesto di autocritica, responsabilità e coerenza che ho ritenuto doveroso. E aggiungo, da cittadino elettore: le persone che hanno davvero sostenuto il progetto di Enrico Forte e del Pd non possono pensare che il candidato sindaco possa abbandonare un consiglio comunale che, mai come in questo momento, ha bisogno di una opposizione vigile e competente ma anche, e soprattutto, propositiva. I 15 mila elettori – solo 700 meno di quanti scelsero l’attuale primo cittadino Damiano Coletta, non dimentichiamolo – che al primo turno hanno votato Enrico Forte si sentirebbero traditi se il candidato sindaco lasciasse il Consiglio e non portasse avanti quell’idea di città in cui si sono riconosciuti. Questo è quanto sostenni cinque anni fa, da candidato a supporto di Claudio Moscardelli – che infatti rimase consigliere per due anni – questo è quanto continuo a sostenere ora.
Non mi sorprende nemmeno la continua difesa d’ufficio rispetto al mercato degli scrutatori: mi pare superfluo rivangare lo sdegno scaturito in città dall’incresciosa decisione della commissione elettorale. Mi limito a un dato di fatto: le coalizioni che esprimevano i tre commissari che hanno nominato gli scrutatori non hanno avuto accesso al ballottaggio. L’evidenza di una ribellione della cittadinanza, che giustamente pretende la massima trasparenza. Ammetto che l’errore è stato a monte: il Pd avrebbe dovuto essere molto più rigoroso e non consentire tutto questo. Tali atteggiamenti rappresentano ancora oggi un muro alla ricostruzione del partito che necessita di persone animate dalla buona volontà e non dai rancori, le quali invece costringono ogni giorno a ristabilire la verità dei fatti. Continuare a raccontare di campagne elettorali sbagliate o di candidato sindaco inadeguato, mancando altresì di rispetto ai 6 mila elettori che lo hanno scelto tramite le Primarie, serve solo ad alimentare il vento dell’antipartitismo. Sarebbe invece opportuno rimboccarsi le maniche per ricostruire il PD di Latina, ripartendo dai programmi, dalle proposte e dal coinvolgimento dei cittadini, che chiedono sempre maggior partecipazione e vorrebbero che venisse loro risparmiato il teatrino della vecchia politica.


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