Il diamante: dissertazione semiseria, ma non troppo, su una delle pietre più pregiate del mondo

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Molti anni fa conobbi casualmente una vecchia signora, tutta inghirlandata di gioielli sia al collo sia alle mani, e forse anche ai fianchi di cui non c’era ovviamente visibilità. Avendo saputo che ero chimico mi fece una domanda a proposito di un piccolo diamante di pochi carati che, staccatosi dalla cella dell’anello in cui era incastonato, le era caduto nel fuoco del camino mentre con una pinza stava accomodando la legna che ardeva. Quella piccola pietra, a cui era affettivamente tanto legata, non l’aveva ritrovata più, neppure dopo, a fuoco spento, rovistando anche tra la cenere. Che peccato! Il regalo per la laurea in lettere che i miei genitori mi avevano fatto non c’era più; si era volatilizzato. Non riuscivo a capire dove fosse andato a finire! – mi esternò con grande dispiacere.

Le raccontai che nel 1797 per dimostrare che la grafite e il diamante  erano chimicamente la stessa sostanza, cioè due forme allotropiche del carbonio (l’allotropia in chimica è un fenomeno diffuso che riguarda una stessa sostanza la quale si può presentare in diverse forme cristalline, chiamate appunto allotropi; a partire dalla fine degli anni novanta del XX secolo, riguardo al carbonio, oltre ai due precedenti allotropi, ne sono state scoperti altri come il grafene, il fullerene, il nanotubo, ecc.), che differivano soltanto per la struttura cristallina (cioè il diverso modo di sistemazione degli atomi), il chimico inglese Smithson Tennant (1761 – 1815) dimostrò che il diamante fosse costituito dal comune carbonio (simbolo C). Si riporta a riguardo un estratto del suo articolo originale, pubblicato in Philosophical Transactions of the Royal Society of London del 1797 (Vol. 87, pp. 123-127) dal titolo On the Nature of the Diamond (Read December 15, 1796): «… It was foud that, though the diamond was capable opf resisting the effects of a violent heat when the air was carefull excluded, yet that on being exposed to the action of heat and air, it might be entirely consumed. But the as sole object of these experiments was to ascertain ther inflammable nature of the diamond, no attention was paid to the products by its combustion; and it still therefore remained to be determined whether the diamond was a distinct substance, or one of the known inflammable bodies. …» («Si è scoperto che, sebbene il diamante fosse in grado di resistere agli effetti di un riscaldamento violento in assenza completa dell’aria, tuttavia, essendo stato esposto all’azione del calore e dell’aria, poteva essere consumato completamente. L’unico scopo di questi esperimenti, tuttavia, era quello di accertare la natura infiammabile del diamante,  senza badare ai prodotti della sua combustione; e quindi restava ancora da determinare se il diamante fosse una sostanza distinta, o uno dei noti corpi infiammabili».)

In definitiva, Tennant aveva bruciato un diamante fino ridurlo a niente, dimostrando che esso, a differenza di altre pietre preziose, tra cui smeraldi (3BeO·Al2O3·6SiO2 con tracce di Vanadio e Cromo), rubini (Al2O3 con tracce di Cromo), zaffiri (Al2O3 con Ferro e Titanio), ecc. – i quali essendo chimicamente ossidi metallici non bruciano -, era costituito semplicemente e solamente da carbonio puro.

Il diamante, infatti, brucia all’aria per riscaldamento a 600 – 800 °C (Celsius), essendo il carbonio un combustibile, secondo la reazione:

C (diamante) + O2 (gas) –> CO2 (gas)

Non tutti sanno, come già detto, che il diamante è carbonio puro, elemento chimico che, a sua volta, è il costituente più comune dei combustibili fossili (carboni, petrolio, gas naturale, ecc.). Quella signora non poteva trovare il suo diamante, che aveva subito la combustione a causa della temperatura della fiamma e poi quella della brace nel camino, che avevano raggiunto e superato la temperatura sopra indicata.

Francesco Giuliano


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Giuliano Francesco, siciliano d’origine ma latinense d’adozione, ha una laurea magistrale in Chimica conseguita all’Università di Catania dopo la maturità classica presso il Liceo Gorgia di Lentini. Già docente di Chimica e Tecnologie Chimiche negli istituti statali, Supervisore di tirocinio e docente a contratto di Didattica della chimica presso la SSIS dell’Università RomaTre, cogliendo i “difetti” della scuola italiana, si fa fautore della Terza cultura, movimento internazionale che tende ad unificare la cultura umanistica con quella scientifica. È autore di diversi romanzi: I sassi di Kasmenai (Ed. Il foglio,2008), Come fumo nell’aria (Prospettiva ed.,2010), Il cercatore di tramonti (Ed. Il foglio,2011), L’intrepido alchimista (romanzo storico - Sensoinverso ed.,2014), Sulle ali dell’immaginazione (NarrativAracne, 2016, per il quale ottiene il Premio Internazionale Magna Grecia 2017), La ricerca (NarrativAracne – ContempoRagni,2018), Sul sentiero dell’origano selvatico (NarrativAracne – Ragno Riflesso, 2020). È anche autore di libri di poesie: M’accorsi d’amarti (2014), Quando bellezza m’appare (2015), Ragione e Sentimento (2016), Voglio lasciare traccia (2017), Tra albori e crepuscoli (2018), Parlar vorrei con te (2019), Migra il pensiero mio (2020), selezionati ed editi tutti dalla Libreria Editrice Urso. Pubblica recensioni di film e articoli scientifici in riviste cartacee CnS-La Chimica nella Scuola (SCI), in la Chimica e l’Industria (SCI) e in Scienze e Ricerche (A. I. L.). Membro del Comitato Scientifico del Primo Premio Nazionale di Editoria Universitaria, è anche componente della Giuria di Sala del Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica 2018 e 2019/Giacarlo Dosi. Ha ricevuto il Premio Internazionale Magna Grecia 2017 (Letteratura scientifica) per il romanzo Sulle ali dell’immaginazione, Aracne – NarrativAracne (2016).