Titolo: Il primo re
Regia: Matteo Rovere
Soggetto: Filippo Gravino, Francesca Manieri, Matteo Rovere
Sceneggiatura: Filippo Gravino, Francesca Manieri, Matteo Rovere
Musiche: Andrea Farri
Produzione Paese: Italia, 2019
Cast: Alessandro Borghi, Alessio Lapice, Fabrizio Rongione, Massimiliano Rossi, Tania Garribba, Lorenzo Gleijeses, Vincenzo Crea, Max Malatesta, Fiorenzo Mattu, Gabriel Montesi, Antonio Orlando, Vincernzso Pirotta, Michael Schermi, Ludovico Succio, […]
“Il primo re” è una rivisitazione originale, consistente, intensa, realisticamente brutale ma emotivamente coinvolgente, senza sbavature, delle origini della città di Roma, basata sul mito di Romolo e Remo che fu narrato dallo storico romano, Tito Livio (I sec. a.C.) nel Libro I di Ab Urbe condita (27 a.C.) per dare una nobile storia fondativa a Roma e alla sua grandezza. È la storia nota di due fratelli Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi) che esprimono assieme una visione diversa del divino e che evidenziano un amore fraterno profondo che poi si trasforma, come spesso è nella natura delle cose, in un odio immenso che porta il secondo, come si sa, alla morte per mano del primo. Una tragedia familiare che però crea le basi ad un popolo, quello romano, che dominerà il mondo per circa dodici secoli a partire dalla fondazione della città eterna che gli storici pongono il 21 aprile 753 a.C. . Così come recita la profezia: Un solo ordine regola il cielo e gli esseri viventi. Due uomini uniti come uno solo, fratelli. Tra voi due c’è un solo re. Fonderà un impero nuovo, come mai il mondo ne ha conosciuto e come mai ne conoscerà negli anni a venire. Questo chiedono gli dei.
Di grande intrattenimento, questo film leggendario parla anche del presente, implicitando il senso della comunità che, se entra in relazione con qualunque altra comunità, fa grande un popolo e un impero, come fu quello di Roma. Esso è anche un film di grande attualità, anche se ambientato ai primordi della nascente civiltà italica latina, in cui si venerava la Triplice dea, la cui vestale Satnei (Tania Garibba) per renderla benevolmente propiziatoria custodisce il fuoco sacro e assiste alla lotte cruente dei prigionieri, tra cui quella di Romolo e Remo, che si svolgono nel fango che diventa per ciascuno di essi quasi una seconda pelle. Dal film si evincono con limpidezza tematiche attuali, che fa sempre bene ripetere perché, come si diceva in latino, repetita iuvant (le cose ripetute aiutano): il concetto di fratellanza e quello di interdipendenza tra gli esseri umani, la condivisione dei sentimenti, il senso del divino che dipende dalle peculiarità emotive che ogni essere umano possiede, la lotta per la sopravvivenza. La storia si svolge, attraverso un naturale gioco di luci e ombre che producono la originaria naturalezza che il film richiede, in scenari meravigliosi, rupestri, attraenti, pieni di acqua della quale si sente il doppio comportamento, quello distruttivo e quello costruttivo: il tutto affiancato da un tocco originale che è quello della lingua parlata all’epoca, del protolatino, la lingua di fondazione, secondo la ricostruzione di esperti in semiotica. Lingua che grazie alla dominazione romana si estese in tutti i territori occupati, trasformandosi, dopo la caduta dell’Impero romano, in diverse lingue neolatine che oggi sono parlate dalla maggior parte dei popoli della Terra: italiano, spagnolo, portoghese, francese, ladino, ecc. ecc. Dal contesto scenografico, e nella sua interezza, si evince che il regista-sceneggiatore Matteo Rovere abbia usato inconsciamente il principio primordiale di tutte le cose, l’archè empedocleo, basato sui quattro elementi, aria, acqua, terra e fuoco, che si aggregano per amore e si disgregano per odio, e che, con oculata maestria utilizza creando una vera opera d’arte.
Filmografia
Un gioco da ragazze (2008), Gli sfiorati (2011), Veloce come il vento (2016) e sceneggiatore del film di successo “Smetto quando voglio” (2014) di Sidney Sibilia.
Francesco Giuliano
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