Noi non possiamo plasmare i figli secondo il nostro sentimento, così come Iddio ce li diede, bisogna tenerli ed amarli. Johann Wolfgang von Goethe
Figlio e figlia sono esseri umani generati da genitori. Tutti siamo figli di qualcuno, anche se ogni creatura generata è una vita a sé e non un prolungamento dei genitori e della loro storia. Il poeta libanese, Khalil Gibran, rivolgendosi a dei genitori, infatti, ha scritto: «I figli non provengono da voi, ma attraverso voi, e non vi appartengono benché viviate insieme. Potete amarli, ma non costringerli ai vostri pensieri, poi che essi hanno i loro pensieri. Potete custodire i loro corpi, ma non le anime loro, poi che abitano in case future, che neppure in sogno potrete visitare».
Per estensione, in riferimento all’origine di una determinata famiglia, casata e stirpe, si è figli, cioè discendenti, di qualcuno. Nei figli passa di mano in mano l’eredità materiale, culturale e spirituale della famiglia di provenienza, dell’esperienza dei genitori. Ci sono genitori che biologicamente generano la loro prole e poi, purtroppo, si dimenticano di generare anche spiritualmente i loro figli, lasciandoli orfani di senso. Nella raccolta di racconti Le piccole virtù (1962), la scrittrice Natalia Ginzburg con coraggio e lucidità ha scritto: «Per quanto riguarda l’educazione dei figli, penso che si debbano insegnar loro non le piccole virtù (il risparmio, la prudenza, l’astuzia, la diplomazia, il desiderio del successo) ma le grandi (la generosità, l’indifferenza verso il denaro, il coraggio e lo sprezzo del pericolo, la schiettezza e l’amore alla verità, l’amore per il prossimo e l’abnegazione, il desiderio di essere e sapere)». Con i figli contano molto di più i gesti (semplici e primari) che le parole. Il gesto è infinitamente più importante per l’equilibrio emotivo, affettivo e sentimentale.
L’apostolo Paolo nella Lettera gli Efesini (6, 14), rivolgendosi alle giovani generazioni diceva: «Figli obbedite ai vostri genitori nel Signore… Ma voi padri, non esasperate i vostri figli, bensì fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti». Il dovere di un padre (e di una madre) è abituare il figlio ad agire bene spontaneamente, più che per timore degli altri: in ciò differisce il padre (e la madre) dal padrone. Un genitore saggio lascia che i figli commettano errori. È bene che una volta ogni tanto si brucino le dita. Il pianista iraniano Ramin Bahrami, grande interprete di Bach, ha scritto: «Al posto delle armi diamo ai nostri figli le partiture dei grandi compositori, i dischi dei grandi interpreti. Dalla Settima sinfonia di Beethoven impareranno la gioia di vivere, dal Clavicembalo ben temperato di Bach la purezza. Dove si insegna l’odio, dove non si coltiva la bellezza, dove non si nutre lo spirito, là non ci può essere speranza».
Ma una grande pagina di pedagogia, riguardante i figli e il senso di paternità, la si può scoprire nel capolavoro di Edoardo De Filippo, la commedia Filumena Marturano (1946) dove, nella scena finale, la protagonista, benché povera e disgraziata, è una grande madre che insegna a tutti a vivere e ad amare. Filumena Marturano, infatti, insegna a quell’uomo, (Domenico) padre di uno dei suoi tre figli che cos’è la paternità, estesa anche a chi non è figlio naturale. Filumena rifiuta di rivelare all’amante quale dei tre figli da lei messi al mondo sia suo.
Il tema dei figli è stato ampiamente preso in considerazione e analizzato non soltanto nella letteratura (Ivan S. Turgenev Padri e figli, Collodi Pinocchio…) ma anche nelle Sacre Scritture e nell’arte. Il Salmo 127( 3-4) recita: «Dono del Signore sono i figli,/ è sua grazia il frutto del grembo./Come frecce in mano a un eroe/sono i figli della giovinezza». Se i figli sono dono del Signore, significa che essi non appartengono ai genitori.
Nell’arte, stupenda è l’immagine del Il Figliol prodigo del grande maestro Rembrandt che dipinge un figlio che, in ginocchio davanti al padre, chiede perdono. In questa rappresentazione lirica il figlio implorante si nasconde tra le braccia del padre, che gli cinge le spalle con un gesto di tenerezza e di pietà. Il pittore olandese racchiude i due uomini in un’unica forma armoniosa e in commosso abbraccio.
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