Intervista al teologo Carmine Di Sante

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Come nasce il tuo legame con il teologo Armido Rizzi?

È un legame che nasce da lontano: negli anni settanta leggevo tutti i suoi articoli e rimanevo colpito da due tratti del suo pensiero teologico: il primo che i suoi commenti, le sue parole, mi aiutavano a comprendere in modo nuovo, inedito, la parola di Dio, la Bibbia. Il secondo tratto derivava dal fatto che la sua parola non soltanto mi aiutava a entrare nel mondo biblico, ma rischiarava anche la mia esistenza, era una parola interpretativa e illuminativa. Poi l’ho conosciuto anche personalmente, ho frequentato il centro Sant’Apollinare, i suoi molteplici corsi di teologia alternativa, ed ho letto quasi il 90% della sua sterminata produzione.

Che cosa ti ha spinto a realizzare questo studio sulla teologia di Armido Rizzi?

Come dicevo, l’autore ha una produzione davvero sterminata che si esprime attraverso saggi e libri che superano da soli il numero di trenta, ma oltre ai suoi saggi di grande spessore teologico, biblico ed ermeneutico, ci sono moltissime pagine di articoli. Non volevo che questa elaborazione teologica rimanesse confinata alla conoscenza solo di alcuni fortunati lettori; sono stato mosso dall’idea e dal convincimento che fosse necessario raccogliere in maniera organica il suo pensiero teologico, visto che non tutti possono accedere a tutta la sua produzione, per offrirlo non soltanto agli  esperti di ambito accademico, ma anche a quanti – credenti o non credenti –  fossero desiderosi di entrare in contatto con il suo pensiero che  offre sempre chiavi lettura sorprendenti.

In che senso si può qualificare come “alternativa” la sua proposta teologica?

Direi almeno per tre motivi tra loro inseparabili. Il primo: perché “altra” rispetto a tutta la teologia accademica che si insegnava – e spesso ancora si insegna –  nelle pontificie università teologiche, “altra” perciò rispetto all’impianto teologico-dogmatico tridentino e post-tridentino e, ancor prima, tomistico e agostiniano-platonico. Il secondo: “altra” perché pone al centro della sua riflessione non l’io, ma l’altro, quell’altro del terzo o quarto mondo (il povero, il diseredato, lo sfruttato, i perseguitati, gli scarti umani, per ricorrere al linguaggio dell’attuale pontefice) che la storia dei vincenti, dei prepotenti e dei benpensanti rimuove nella generale indifferenza. Terzo infine –  e, forse anche soprattutto – altra perché pone al suo centro l’altro del primo mondo, che noi siamo, che, se ha abbondanza  di beni, sperimenta il vuoto e la radicale assenza di senso: del Senso della propria esistenza. Di cui la Bibbia è la grande custode.

Nel tuo volume si parla di de-ellenizzazione della teologia biblica. Puoi spiegarci meglio questo concetto? Cosa ha a che fare la teologia di questo teologo con il termine “de-ellenizzazione”?

L’intuizione di fondo di Armido Rizzi, difesa in modo radicale e argomentato, è che la Bibbia per essere compresa e capita nella sua intenzionalità ultima e veritativa non ha bisogno della razionalità greca. La grande civiltà platonico-cristiana, come la definiva Nietzsche, non aiuta a comprendere il volto del  Dio biblico. Nella Bibbia, infatti, Dio non è oggetto del desiderio umano: è Lui al contrario che per  primo gratuitamente si china sull’uomo, l’accoglie, riconosce, ama e perdona e lo chiama a fare altrettanto.  La teologia di Rizzi lascia così emergere il volto di un Dio e la possibilità di un pensare e di un essere “altrimenti” come autentica risposta alla crisi profonda delle chiese, dell’Occidente e dello stesso pianeta minacciata nella sua stessa sopravvivenza dalla violenza dell’uomo su di esso.

Quali ti sembrano, da teologo, le principali questioni che come cristiani siamo chiamati ad affrontare in questo tempo?

Il Concilio Vaticano II ha fatto dono alle chiese della Bibbia, ma la Bibbia può essere letta in tanti modi: storicamente, filologicamente, letterariamente, accademicamente, ma ciò che conta è leggerla capaci di penetrarne l’intenzionalità portante: la gratuità divina istitutiva della gratuità umana. Che vuol dire:  giustizia e  fraternità universale che scardinano muri e logiche identitarie, la vera minaccia delle civiltà e dell’umano.

 


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