Recentemente ho visto la rappresentazione presso il Teatro Greco di Siracusa della tragedia greca “Antigone” del drammaturgo greco antico Sofocle, diretta magistralmente dal regista Robert Carsen in chiave moderna per l’universalità del tema trattato. Dopo circa due ore di spettacolo, senza un attimo di respiro, sono rimasto emotivamente appagato tenendo in serbo, prima o poi, un’escursione in quella meravigliosa isola qual è Ortigia. Ho visto anche la tragedia “Alcesti” di Euripide, diretta dal regista Filippo Dini, rappresentata anche questa in chiave moderna sempre presso la grande cavea siracusana, e a dir la verità, sono rimasto disturbato e sconcertato in quanto in alcune parti del racconto, a mio modesto parere di spettatore, è stato lambito il grottesco e il ridicolo.
È stato, comunque, spinto dalla voglia di rispolverare le mie affezioni più care, un rigenerante richiamo dei tempi del Liceo in quel “Gorgia” di Lentini, che contribuì ad arricchirmi interiormente e a soddisfare continuamente il mio spirito evolvente, non interrotto neppure dagli studi di Chimica presso l’Università di Catania, la più antica (1434) della Sicilia.
Andando, infatti, molto a ritroso nel tempo, intorno al VI-V secolo a.C. nell’antica Grecia, tematiche umane, che risultano attualissime perché universali, sono state narrate nella tragedia greca sin dal suo nascere. Esse, in modo diversamente caratterizzato, profondo e passionale, si estrapolano, in realtà, dalle opere dei tre tragediografi greci del periodo attico, senza dubbio, i più grandi nella storia dell’uomo: Eschilo (525 – 456 a.C.), Sofocle (496 – 406 a.C.) ed Euripide (485 – 406 a.C.). Tutti e tre usano il mito e le sue diverse sfaccettature per esternare ed approfondire il manifestarsi degli avvenimenti e delle azioni umani particolari, immutabili nel tempo. Le tematiche, elaborate in modo altamente poetico, infatti, manifestano un approccio che sottende l’altruistico scopo di proiettare altrove le nostre paure, quelle paure che oggi affliggono la popolazione mondiale per il manifestarsi di despoti insani (Putin, Netanyahu, Trump, ecc.) che stanno portando, distruggendoli, il bello e il buono dell’umanità verso una via di non ritorno (?).
Nelle tragedie di Eschilo si coglie la condizione dell’essere umano che impara soltanto attraverso la sofferenza (solo chi soffre impara). Essa si rivela tra la conoscenza, che si manifesta metaforicamente nei doni ai mortali del “Prometeo incatenato” e il dolore che sgorga dalla profezia di Cassandra nell’”Agamennone”. Ogni azione è collegata al passato per tutto ciò che riguarda ogni essere umano come le colpe dei padri che ricadono sui figli.
Nelle tragedie di Sofocle si apprende, invece, il dolore derivante dalla consapevolezza di un evento infausto, attraverso cui l’uomo cerca di districarsi tra la legge universale (leggi non scritte, e innate degli dei) e la legge dell’uomo despota che pone limiti alla libertà. L’uomo percepisce il mondo come ingiusto, perché gli toglie la fiducia nella vita (non nascere, ecco la cosa migliore …) come risulta dalla tragedia “Edipo a Colono”. Vi si coglie, infatti, la legge morale che ogni essere umano ha in sé, contraria alla legge scritta dall’uomo: “Antigone” trasgredisce la legge del tiranno Creonte, il quale, non ascoltando lo sfogo e la richiesta della nipote, quando si rende conto di avere commesso un grave errore non può porre rimedio al disastro che ha generato.
Dalle tragedie di Euripide, infine, si desume la debolezza morale dell’uomo e la consapevolezza del male che si sta per commettere a causa della violenza del proprio istinto come avviene in “Medea”, la maga che a causa del tradimento di Giasone uccide i loro due figli; e anche in “Ippolito”, il giovane che rifiuta l’amore della matrigna Fedra, che di conseguenza esplode in uno sfrenato delirio. Mentre si evince il dinamismo interiore derivante dai valori umani, quale la nobiltà dei sentimenti, in “Alcesti”, da cui emerge la consapevolezza che per la salvezza del vero amore non si deve aver paura della morte (Il tempo ti darà conforto: non è nulla chi muore).
Francesco Giulian
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