«Vi spiego brevemente. Pongo una candela accesa dentro questa scatola di legno, chiusa perfettamente da tutti i lati. In una sola faccia c’è un piccolo foro. Attraverso questo foro, che esprime la piccolezza, vedete uscire un raggio di luce che via via si allarga assumendo la forma di cono, evidenziato dalla polvere che vagola nell’aria. Esso, proiettato sulla parete frontale, forma su di essa un cerchio luminoso. Man mano che allontano la scatola, il cerchio sulla parete si fa più grande. Ecco dunque che il cono “sposa” la grandezza con la piccolezza e quindi suppongo che relazioni la complessità con la semplicità, la ricchezza con la povertà, la superbia con l’umiltà» – Ecco come l’abate Pierre Gatien descrive ad Alonzo un cono di luce, che esce dal foro praticato in una scatola con una candela accesa, impossibile da vedere se nella stanza non ci fosse il buio (Da L’intrepido alchimista, SensoInverso Edizioni, 2014). Un gioco di luci e ombre, effimero, intangibile, che unisce il punto infinitesimo con l’infinito. Un gioco di luci e ombre, in cui si ha la separazione tra il visibile e l’invisibile, tra la certezza e l’incertezza, tra la verità e l’inganno, tra il bene e il male, tra la moralità e l’ingiustizia, e che è anche origine di quella cecità dominante descritta da Platone nel Mito della caverna. La luce mostra la verità contrapposta alla menzogna generata dall’ambiguità. Se non ci fosse il buio, però, non potrebbe esserci la luce. Luce e buio che entrano in contesa, così come avviene nella vita che oscilla, come in un’altalena, tra la conoscenza e l’ignoranza, tra la cultura e la barbarie, tra l’umiltà e la presunzione. La luce è conoscenza come si evince dal mito di Prometeo, il titano ribelle che sfidò l’autorità divina e che rubò il fuoco, portatore di luce e di conoscenza, di calore e fervore. Lo rubò sfidando gli dei per donarlo agli uomini. Anche la Bibbia, il libro fondamentale delle tre religioni monoteiste, l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islam, nella Genesi, descrive l’origine della luce: “In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: Sia la luce!. E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte. E fu sera e fu mattina. Primo giorno”. E poi, ancora, per Dante Alighieri la luce fu elemento fondamentale per descrivere sia l’Inferno, “loco d’ogne luce muto”, dove “c’è aere sanza stelle, e aura sanza tempo tinta”, sia il Paradiso, “nel ciel che più de la sua luce prende/ fu’ io, e vidi cose che ridire/ né sa né può chi di là sù discende”, e dove “amor … move il sole e l’altre stelle”.
Ma poi venne la chimica e dopo di essa la meccanica quantistica, da cui pervenne la scoperta che la luce altro non è che il risultato di un “ballo fantastico” di elettroni, eccitati energeticamente secondo valori stabiliti, che “si divertono” a saltellare tra i diversi livelli energetici elettronici all’interno dell’atomo. E da questo “divertimento” nascono i colori dello spettro visibile. Quanti colori naturali, ad esempio, in un tramonto, come viene descritto nel romanzo “Il cercatore di tramonti” (ed. Il foglio, 2012): «I raggi solari in prossimità del tramonto, attraversando uno strato atmosferico molto più spesso, in quanto sono radenti al suolo terrestre, per due fenomeni ottici concomitanti vengono dispersi nei tre colori, rosso, giallo e verde. Prima che il globo solare oltrepassi la linea dell’orizzonte vediamo il rosso, poi il giallo e infine il verde». Oppure che suscitano un nesso sinestesico come quello che si declama nella poesia “Inno all’amore: «Ora quando il sole al tramonto/ si lascia intravedere tra folte/ nubi, il miracolo si avvera:/ misteriosamente mi sento/ rivivere sulle note di una/musica di altri tempi/ di violini nervosamente/ alla ricerca di vecchie/ arie dimenticate,/…».(da V. Cunsolo, All’amore e alla vita, Libreria Editrice Urso, 2020).
Jacques Loiseleux (1933 – 2014) – uno dei più importanti direttori francesi della fotografia con un’esperienza professionale accanto a registi come Jean-Luc Godard, Maurice Pialat, Joris Ivens, Philippe Garrel -, nel suo saggio La luce e il cinema (Lindau, 2007) descrive i principali aspetti teorici e pratici dell’illuminazione cinematografica quali le tecniche, la strumentazione, i differenti tipi di luce, le scelte dettate dall’ora di ripresa. Sostiene anche che «La luce è forse l’elemento più importante nella realizzazione di un film. E non solo per la ragione evidente che girare un film significa scrivere con la luce, ma soprattutto perché essa, attraverso le sensazioni ed emozioni che suscita nello spettatore, determina in larga misura il significato dell’immagine». In esso «riflette nella forma la duplice funzione della luce nel cinema: da un lato la sua necessità tecnica, dall’altro la sua essenza simbolica che diviene, in alcuni casi, pura poesia. Il lessico adottato dall’autore, membro dell’Association Francaise des Directeurs-photo, si fonda sul rigore di una esatta terminologia scientifica, ma non dimentica che la luce è anche veicolo di emozioni, concedendosi suggestive digressioni letterarie; queste dignitose velleità rivelano il tentativo di restituire con il linguaggio lo spirito metaforico della fotografia nella settima arte, ovvero, le sue capacità referenziali nelle sfere emozionali, psicologiche e culturali del film».
L’illuminazione cinematografica, sia essa uniforme o variabile, calda o fredda, naturale o artificiale, diretta o riflessa, influisce sulla percezione dello spettatore, orientandolo emotivamente e attivamente nella visione del film e nella sua esatta comprensione e soggettiva fruizione. Grazie allo “spirito metaforico della fotografia nella settima arte” la luce, dunque, altro non è che poesia. Il filosofo statunitense James Hillman (1926 – 2011), infatti, sostiene che «Dalle metafore nasce la poesia: la poesia non può essere niente altro che poesia. Quindi è la metafora della metafora che apre un mondo in cui qualcosa di assolutamente nuovo viene all’essere». Dalla luce, pertanto, emerge la poesia che diventa sentimento e quindi consapevolezza. Come del resto sosteneva già Platone (428/427 – 348 7347 a.C.) nel Simposio: si compone poesia ogni volta che si crea qualcosa dal nulla.
Francesco Giuliano
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