L’Angolo delle curiosità: Pier Paolo Pasolini. (25)
Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto. Dà angoscia il vivere di un consumato amore. (Pier Paolo Pasolini. Il pianto della scavatrice)
Lo scrittore, poeta e regista cinematografico Pier Paolo Pasolini (nato a Bologna 1922 e morto a Ostia 1975), uno dei più grandi intellettuali italiani, durante gli anni Sessanta, in particolare del 1968, consapevole protagonista del tempo, interviene con forza polemica sui temi dominanti di quegli anni, dando inizio a riflessioni che risulteranno fondamentali per la sua stagione “corsara”: la polemica con la televisione, l’emergente questione giovanile, la posizione della Chiesa, le accuse al capitalismo.
Pier Paolo Pasolini (comunista, cattolico, omosessuale) è stato il primo a riconoscere drammaticamente che la televisione, incarnata dalla Rai, è diventata nel giro di pochi anni la più potente e sconvolgente industria culturale italiana. Questo potere della televisione è stato denunciato in una serie di articoli pubblicati sul Corriere della Sera e successivamente raccolti nei volumi Scritti corsari (1975) e Lettere luterane (1976) che suscitarono clamori, scandalo e vibranti proteste.
Il poemetto Le ceneri di Gramsci, che intitola la raccolta, fu scritto da Pier Paolo Pasolini nel 1954 e pubblicato in Nuovi Argomenti nel numero 17-18, tra il novembre 1955 e il febbraio 1956. In questa raccolta di undici poemetti Pasolini espresse il proprio pensiero critico nei confronti dei vertici del PCI, dopo l’invasione dell’Ungheria e il XX congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS), nel 1956.
Il monologo tra Pier Paolo Pasolini e Antonio Gramsci si svolge in un insolito maggio autunnale, verso sera, quando l’autore si reca al cimitero degli inglesi (“giardino straniero”) di Roma, dov’è sepolto l’intellettuale sardo. E non a caso a maggio, essendo questo mese simbolo delle lotte operaie. Pasolini si rivolge a Gramsci, eroico e solitario, chiamandolo non padre ma “umile fratello”. Il poeta lo vede giovane nel tempo in cui l’errore era fonte di conoscenza, in “quel maggio italiano” ricco di entusiasmo quando il nobile pensatore aveva iniziato la vita con ardore, facendo luce sulla via da percorrere.
Per il poeta Pier Paolo Pasolini La società dei consumi, imponendo nuovi valori e un nuovo linguaggio, è la causa della fine di questo mondo, dal momento che ha omologato i costumi degli italiani, eliminando i tratti più originali del mondo popolare.
Sul Corriere della Sera del 19 gennaio 1975 Pier Paolo Pasolini, scrisse: «Sono traumatizzato della legalizzazione dell’aborto, perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio».
A proposito della sua ricca esperienza cinematografica, Pier Paolo Pasolini ha scritto con lucidità che: «Poiché il cinema non è solo un’esperienza linguistica, ma, proprio in quanto ricerca linguistica, è un’esperienza filosofica».
Il critico letterario Alfonso Berardinelli ha scritto che «L’odio, il disprezzo, l’ostilità di cui lo scrittore Pier Paolo Pasolini fu oggetto non riguardavano il suo essere poeta, quanto piuttosto l’essere stato un geniale e radicale critico della società.
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