La mia crisi non è la crisi di un giorno, di un mese, di un anno; io vivo in uno stato di crisi perenne e insolubile. (Pier Paolo Pasolini)
In una intervista Paolo Portoghesi su Robinson di La Repubblica, ha dichiarato: «In Una vita violenta Pasolini racconta, attraverso gli occhi del protagonista Tommasino, quella parte del quartiere Tiburtino che il mio maestro Mario Ridolfi progettò per il piano Ina-Casa. Ho amato Pasolini, il suo spirito religioso e ribelle. Credo che in quegli edifici popolari lo scrittore intravedesse l’intenzione epica, fiabesca e ridondante di Ridolfi. Ma anche mi sento di aggiungere, il senso di un’antica bellezza».
Pier Paolo Pasolini per alcuni è il più importante scrittore e intellettuale italiano del secondo Novecento per la sua straordinaria capacità di cimentarsi su più fronti e in più generi, dalla poesia alla narrativa, dal teatro al cinema, dal giornalismo alla critica di tipo più filologico. Ha avuto e dimostrato coraggio di affermare senza compromessi le sue brucianti verità, sollevando ogni volta domande imbarazzanti e intollerabili per il Potere raggiungendo un ruolo e una notevole importanza civile. Con le sue opere poetiche, teatrali, cinematografiche ha toccato diversi temi: il fascismo e la Resistenza, la politica e l’avvento del neocapitalismo, il Sessantotto e la strategia della tensione.
Ha scritto il critico letterario Luigi Fontanella che Pier Paolo Pasolini «era in grado di esprimere concetti e sentimenti profondi, intensi quanto taglienti di una logica irriducibile, che spiazzavano l’interlocutore, e che potevano pesare come macigni ineludibili. Il suo ragionare, ricco e asciutto allo stesso tempo, si caricava nel parlare di una forza dialettica progressiva inesorabile».
Pasolini ha visitato per la prima volta la città di New York nell’ottobre del 1966, per dieci giorni, e rimase vivamente colpito dalla vitalità impetuosa e contagiosa di questa metropoli. Disse: «Vorrei avere diciott’anni per vivere una vita quaggiù, in questa città magica, travolgente e bellissima. Una di quelle città fortunate che hanno la grazia … Tutta la mia gioventù è stata affascinata dai film americani, cioè da una America violenta, brutale. Non, non è questa America che ho ritrovato: è un’America giovane, disparata, idealista» Vi è in loro un grande pragmatismo e allo stesso tempo un tale idealismo». Il poeta di Casarsa rimase affascinato dal magmatico attivismo della città e dal senso della innata faireness (correttezza) nei riguardi dei più deboli, verso le più palesi ingiustizie, verso il mondo degli emarginati. Il secondo suo viaggio avvenne a Manhattan nel 1969.
Per Pasolini la poesia è l’unico, estremo prodotto artistico non consumabile. Per lui, afferma in una intervista: «la poesia non si consuma… Uno può leggere migliaia di volte un libro di poesie e non consumarlo. La consumazione è del libro, dell’edizione, ma non della poesia… che è inconsumabile nel profondo, ma io voglio che sia il meno consumabile anche esteriormente».
Nella rubrica Il caos del settimanale “Tempo” Pasolini scrisse: «Io non sono un qualunquista, e non sono neanche quella che (ipocritamente) si chiama posizione indipendente. Se sono indipendente lo sono con rabbia, dolore e umiliazione. Il mio non è qualunquismo né indipendenza: è solitudine.
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