L’Uomo Contemporaneo e La Solitudine

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L’uomo contemporaneo e la solitudine

 

di Sergio Salvatori

 

L’ uomo contemporaneo è solo, ma questa solitudine si può mettere a frutto. Questo è il mio pensiero, una radicale scelta di libertà. In questa nota introduttiva esprimo il mio credo artistico che deve intendersi un viaggio di conoscenza. Mi definisco un viaggiatore solitario che progetta una “solitudine attiva”. Mi ispiro a Bruce Chatwin e alla sua arte dedicandogli due mie opere intitolate come i suoi libri: “In Patagonia” (collezione Ennio Borzi) e “L’ occhio assoluto” (collezione Massimo Riposati) . Quest’ ultimo esposto al “Gilda on The Beach” di Fregene (in concomitanza con la Galleria Spazio Oltre di Roma) in una mostra intitolata “Artolina”. Il mio lavoro consente di gettare l’occhio su popolazioni piene di dignità. Penetro nel mondo di diversi gruppi etnici, le mie opere hanno titoli nomadi. L’ Africa vive dentro di me ad un livello primordiale, in realtà vive in ciascuno di noi. Terra dell’ origine dell’ uomo, dove è nata l’ arte, continente ombelicale del mondo, è qui che l’armonia dell’ uomo si è fatta ritmo. Dall’Africa è nato il jazz,  oltre che come spazio misterioso pieno di racconti, è una terra  segnata dalle necessità, dalle lotte tribali,  dalle maggiori potenze europee che nel corso dei secoli hanno provveduto a spartirsene i territori. “Voltatevi, guardatevi fra voi” grida Malcom X. Il mio entusiasmo persuade a continuare ogni qualvolta che si è scoraggiati. L’arte deve in realtà scuotere, spingere all’azione, scatenare energie.  Il tempo libero nella società contemporanea non diventa occasione di esperienza o di conoscenza ma un modo di stare in un luogo, da soli o insieme ad altri. In questo stare non si acquisisce mai qualcosa di nuovo e di ignoto, ci si ripete. Certo non si ripeteva Bruce Chatwin, infatti l’attrazione per la Patagonia gli naque all’età di tre anni. Gli apparve come la terra delle meraviglie, come luogo solitario e selvaggio e successivamente da questa esperienza scrisse il più bel libro di viaggi dei nostri anni, intitolato appunto “In Patagonia”. Questa terra era quindi la promessa di un paesaggio sconosciuto, l’esperienza della libertà, la destinazione perfetta. La ricchezza vera è la libertà, il nomadismo. A tal proposito scriveva Bertrand Russell: “Senza una volontà di essere soli non si può giungere a nessuna nuova idea”. Russell si sofferma anche sugli artisti e gli uomini di scienza affermando: “Hanno meno difficoltà a trovare uno sbocco per la loro creatività, sono nel nostro mondo i più felici. La loro attività creatrice offre piena soddisfazione all’intelletto, allo spirito quanto all’istinto di creazione”. Quando nel 1991 partecipai, unitamente al gruppo storico dei pittori Trattisti di cui sono uno dei fondatori, alla mostra intitolata “Segni e tracce” svoltasi a Roma all’ Ex Birreria Peroni (oggi Museo Macro) , Achille Bonito Oliva nel suo testo critico della mostra mise in risalto le motivazioni liberatorie e antropologiche delle nostre opere inserendoci nella cultura apotropaica del segno (in difesa dell’unità antropologica dell’uomo), definendo il Trattismo “Ecologia dell’arte” . L’impulso alla creazione è espressione di vita ed è da qui che parte la mia ricerca che utilizza l’alta tecnologia, che definisco “il linguaggio della terza preistoria” come spirito che attraversa le cose nella dimensione apotropaica e magica. Il mio lavoro è di nuova lettura afferma Jean Pierre Pouillon, che mi definisce un “elettro-sciamano”, perché uso “l’alta tecnologia soltanto come strumento per esplorare l’ignoto, non come seduzione”. L’istinto artistico e scientifico sono tra quelli diretti verso la vita, ma al di fuori di tali raffinati istinti, possono essere generate tre forze a favore dell’esistenza che non richiedono, afferma Russell, eccezionali doti intellettuali, che forse attualmente non sono troppo rare “l’amore, l’istinto di creazione e la gioia di vivere”. Nell’opera di Chatwin “L’occhio assoluto” egli rivela una qualità già mostrata nei suoi scritti e che ora ci appare e si impone nelle sue fotografie. Riconoscere ciò che sta attorno a noi e soprattutto attorno all’occhio sempre mobile del viaggiatore. Ma cosa è il viaggio? E’ la fuga dai luoghi comuni, è un trauma salutare. Attraverso il nomadismo che nel mio lavoro artistico ho chiamato viaggio di conoscenza, agisco come sono, me stesso. Faccio quello in cui credo, e affermo: ”Che solo perdendosi oggi è possibile ritrovarsi”.


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