Sfida tra due giganti

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Seconda parte

Sfida tra due giganti                                                                  Bernini contro Borromini

Bernini e Borromini hanno messo in scena la grande illusione barocca:  l’arte come teatro dell’arte.

         La rivalità tra i due artisti si manifestò in momenti diversi e soprattutto nella realizzazione dei campanili, laterali a compimento della facciata della basilica di San Pietro, quando Bernini fu chiamato a realizzare la costruzione dei campanili sulle fondamenta predisposte da Maderno. Borromini, membro della giuria, sottolineò i rischi e gli errori progettuali del suo rivale perché aveva costruito un campanile eccessivamente alto e pericolosamente pesante, dimostrando con il suo approccio rigoroso e calcolato, la propria competenza tecnica e guadagnando così terreno nella competizione per il primato nei cantieri romani.

Il capolavoro del Borromini è visibile nella chiesa di San Carlino alle Quattro Fontane, icona della Roma barocca e manifesto della sua poetica, fatta di geometrie che si piegano in organismi viventi e di spazi che respirano. Con la sua  maturità l’artista ticinese condensa nello spazio minimo tutta la tensione e l’energia di un’epoca di contrasti, dove dimostra la capacità dell’architettura di trasformare il limite in opportunità e in risorsa e dove la ristrettezza dello spazio e dei mezzi spinge a trovare nuove soluzioni, a inventare forme originali e innovative in un contesto di committenza modesta e di risorse limitate, come quella dei padri Trinitari.

Borromini si affermò, come l’unico capace di trasformare le richieste più umili in invenzioni visionarie, oltre che in San Carlino, gioiello architettonico, anche nell’edificio complesso dell’Oratorio dei Filippini della Chiesa Nuova, dove rivela la sua raffinatezza nel concepire spazi, e nell’edificio di Sant’Ivo della Sapienza, istituzione universitaria, luogo simbolo del sapere romano, un manifesto della cultura barocca, in cui l’arte, la religione e la conoscenza si intrecciano in un unico linguaggio.

I due edifici, l’Oratorio dei Filippini e Sant’Ivo alla Sapienza, con un linguaggio meno spettacolare e meno legato alla materia preziosa, costituiscono pietre miliari nella storia del Barocco e raccontano un’epoca in cui l’arte non si limitava soltanto  a decorare ma cercava di incarnare idee, sentimenti e spiritualità di un periodo inquieto.

Un’importanza artistica particolare hanno avuto le fontane di Gian Lorenzo Bernini, realizzate come palcoscenici d’acqua: la Barcaccia in piazza di Spagna (1626), il Tritone (1643) in piazza Barberini e al centro di Piazza Navona (l’antico stadio di Diocleziano trasformato in spazio urbano) il capolavoro della fontana dei Quattro fiumi (1651).

Le meravigliose fontane del Bernini sono progetti monumentali, gruppi marmorei, capolavori assoluti, dove la scultura diventa racconto e composizione che unisce stabilità e movimento e anche allegorie del potere pontificio. Soprattutto nella  fontana  dei Quattro Fiumi (il Nilo per l’Africa, il Gange per l’Asia, il Danubio per l’Europa e il Rio de la Plata per le Americhe) il genio berniniano dimostra che la fontana, come scultura dove «la pietra si fa natura e l’acqua si fa vita»,  è concepita come evento visivo che parla agli occhi e al cuore di chiunque.

Durante il pontificato di Innocenzo X a Borromini fu affidato l’incarico di progettare la facciata della chiesa di Sant’Agnese in Agone, uno dei capolavori più visionari, caratterizzata da un disegno concavo che crea un effetto di accoglienza.

A Bernini fu affidato l’incarico della privata Cappella Cornaro, all’interno della chiesa di Santa Maria della Vittoria, realizzata come una macchina scenica totale, dove l’Estasi di Santa Teresa, celebre scultura simbolo del barocco romano, si trasforma in spettacolo visto da testimoni privilegiati, come su un palcoscenico, a cui la cappella intera fa da teatro. Questa opera, manifesto potente dell’arte barocca, supera i confini della scultura per diventare esperienza, teatro che parla a chi guarda con la forza della pietra e la leggerezza dell’anima.

Bernini, con le sue doti scenografiche, e Borromini, con la sua mente rigorosa, ambedue protagonisti nel Seicento delle committenze dei pontefici, degli ordini religiosi (Gesuiti, Filippini, Trinitari) e dei cardinali, ampliarono il tessuto urbano di Roma, l’assetto della città eterna, rivelando un’alleanza e una rivalità continua tra i due maestri. Roma, dove l’arte non è mai sola bellezza, ma sempre anche politica e teatro del potere, diventa il terreno privilegiato  in cui si scontrano linguaggi e visioni tra i due architetti rivali.

Bernini, durante il pontificato di Alessandro VII, fu un fecondo artefice della storia dell’arte barocca con il progetto del Colonnato di San Pietro, luogo simbolo di accoglienza, capace di contenere le folle dei pellegrini e al tempo stesso di offrire un’immagine universale della Chiesa. Con il suo linguaggio teatrale e scenografico l’artista napoletano corrispondeva meglio alla visione del papa che voleva la piazza di San Pietro diventasse il volto della sua politica religiosa.

Borromini ebbe invece un rapporto più complesso con il papa urbanista Alessandro VII che, nell’immaginare la città di Roma come un corpo da armonizzare, apprezzava la precisione e la cultura della sua arte per le sue raffinate invenzioni.

La rivalità tra i due artisti, alimentata e diretta dai diversi committenti, papi e ordini religiosi, ha prodotto capolavori che ancora oggi definiscono l’immagine della Città Eterna. L’ultima rivincita tra i due acerrimi nemici si manifestò nel cantiere del palazzo della Congregazione di Propaganda Fide, quando Borromini nel 1656 fu chiamato per realizzare con il suo linguaggio sobrio e più maturo un ripensamento radicale dell’intero complesso.

Borromini, inoltre,  fu chiamato dal papa Innocenzo X per preparare la basilica di San Giovanni in Laterano al giubileo del 1650, lasciando così, con la sua severa eleganza e il suo inconfondibile stile, un segno importante della sua straordinaria arte architettonica visionaria.

L’architetto ticinese per la sua geometria pura e rigorosa fu chiamato anche a ristrutturare, gli esterni e gli interni, con le sue sale decorate, di Palazzo Falconieri, dimora romana lungo il Tevere, laboratorio di libertà, dove poté dare corpo, concedendosi il piacere del dettaglio, alle invenzioni più intime, confrontandosi con uno spazio difficile, stretto tra la città e il fiume.

Il rapporto stretto tra Bernini e Borromini è ravvisabile nella capacità del Bernini di trasformare lo spazio in una macchina teatrale e scenografica perfetta, di saper unire grandiosità e intimità con grande armonia, di saper orchestrare spazio, luce e simbolo in un’unica esperienza estetica e spirituale, e in Borromini nella capacità di piegare le regole della geometria per generare spazi dinamici trasformando l’esperienza dell’osservatore nella continua apparizione di sorprese, come ad esempio nella galleria di Palazzo Spada.

I due architetti, anime inseparabili e voci che si contraddicono e si completano, hanno condiviso la convinzione che l’architettura non è solo costruzione, ma esperienza che suscita emozioni, commuove e impressiona, orchestrando architettura, scultura e luce in un linguaggio unitario.

Ambedue, con i loro linguaggi  diversi e opposti, sono stati «fratelli nel genio, rivali nello stile» e Roma barocca  è stata teatro permanente della loro affinità e  rivalità più feconda della storia dell’arte.  

Il libro di Costantino D’Orazio, Sfida per la bellezza. Bernini contro Borromini, che è un testo di critica d’arte dentro un racconto, esplora con bravura e ricchezza storico-narrativa la relazione unica tra i due artisti che hanno alimentato lo spirito metamorfico del Barocco, di cui hanno rappresentato due facce opposte e al contempo profondamente intrecciate.

Il testo narrativamente affascinante guida, con sensibilità, intelligenza critica e finezza, il lettore in un meraviglioso viaggio tra opere immortali della storia dell’arte.


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