“Lacci” di Daniele Luchetti è un fim che ti obbliga a riconsiderare la complessità di un rapporto a due, specie coniugale e/o extraconiugale. Insomma, il senso e il controsenso della coppia comunemente o borghesemente intesa, vuoi quella sancita,“codificata” dal matrimonio vuoi quella di fatto o casuale. Nel film “MissMarx” la protagonista,convivente,alla domanda se fosse sposata,risponde che non è affatto necessario sposarsi cioè vincolarsi o “allacciarsi”, il problema non sta in questo. Impegnativo,amaro e distruttivo è il testo e il sottotesto del film, tratto dal romanzo omonimo di Starnone (anche sceneggiatore) il quale ha condotto un’analisi e ordito una trama-tesi a dir poco disarmanti,egregiamente trasferito sullo schermo. Se è vero che esistono matrimoni o coppie felici è altrettanto vero che la felicità, in genere, è una chimera, nella vita di coppia trallallero trallalà!Le cose,ovviamente,si complicano ulteriormente quando subentra il terzo/la terza incomodo: i nodi dei “lacci”sono talmente aggrovigliati che è alquanto faticoso se non impervio scioglierli. L’attenta regia di Luchetti ha brillantemente risolto il gesto dell’allacciarsi le scarpe rendendolo metaforicamente o criticamente emblematico, la cifra del film. Il clima del racconto cinematografico è ora crudamente realistico quando non addirittura tragico,ora struggente in virtù di squarci elegiaci e di rara sensibilità. Non esiterei a palare di “romanticismo”: in effetti il film è pervaso da una vena di realismo “borghese”,al tempo stesso di afflato poetico. Da un’altra prospettiva (teatrale) lo direi un kammerspiel (film da camera) giocato tra il teatro della crudeltà stile Artaud e il teatro da camera stile Strindberg, Bernhard, Kushner, con una strizzata d’occhio a Schnitzler ma anche a A.Pinter e magari A.Miller (esempio,”Dopo la caduta”). I rimandi o richiami attestano del valore e significato del film affrontando il regista con piena cognizione di causa e senza nulla concedere al sentimentalismo un tema da I.Bergman egregiamente “strapazzato” nelle sue celebri “Scene da un matrimonio”: “Lacci”potrebbe esserne un nobile derivato italico. Il tradimento del marito,l’amante, le toccanti sequenze dei figli adolescenti -“I bambini ci guardano”-, una delle pagine più belle del film con punte di dolorosa partecipazione e commozione. Le reazioni parossistiche,giustificatamente isteriche o nevrotiche della moglie, “belva”umiliata,ferita e vilipesa (tenta il suicidio,se la cava per il rotto della cuffia). Mariti,mogli e amanti,padri e figli in un turbolento carosello coniugale ed extraconiugale orchestrato con maestria e intelligenza, egregiamente interpretato: un’assai convincente e drammatica Alba Rohrwacher,un perfetto, impeccabile Luigi Lo Cascio, intenso,teneramente ambiguo e dolorosamente consapevole del suo oscillare tra l’essere uomo e non essere marito e amante leale e convinto; padre messo a dura prova,colpevole, stordito e pentito. Coinvolgente il rispecchiamento della doppia-coppia con l’altra più matura che si muove tra la rievocazione di un passato presuntamente felice e un presente assurdamente infelice:magnifico nel ruolo Silvio Orlando,bravissima Laura Morante. Una bella,tosta lezione di grande umanità e rigore esistenziale. Rubando la battuta a Neruda, il coraggio di prendere lo spettatore (il lettore) per il collo costringendolo a confessare che esistono dei “lacci” ossia dei legami tali che nulla hanno a che fare con quelli delle scarpe bensì con le trame più sottili dell’anima:“Lacci” spesso aggrovigliati e perciò difficili a districarsi. Ma puoi dirti vivo e vincente solo quando riuscirai a dimostrare, prima di tutto a te stesso, che hai compreso le inevitabili nonché logiche conseguenze di un legame. Istruttiva,per così dire,la sequenza in cui il padre chiede al piccolo figlio chi gli ha insegnato ad allacciarsi le scarpe: forse nessuno, forse da solo, un gesto quasi automatico ma necessario. Un dato di fatto è certo: la vita ti tiene avvinto ad essa con i lacci dei doveri, precipuamente morali, poi delle convenzioni fornendoti subdolamente o pericolosamente (come scorta) la cesoia o l’alibi delle trasgressioni. Uscendo dal cinema ti senti “imparato” e “mazziato”! (gimaul)
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