Latina è una delle città italiane che ha visto da vicino la vicenda degli esuli giuliano-dalmati ricordata nei giorni scorsi. La mia passione per le vicende del confine adriatico è di antica data, la frequentazione di quei territori – oggetto di studi approfonditi – mi ha spinto ad ascoltare molti protagonisti in loco, per saperne di più. Solo prestando attenzione verso i diretti interessati e constatando personalmente determinate situazioni attuali e del passato si riesce a valutare con una certa chiarezza. Ho scoperto due pulizie etniche. La prima, cominciata nel 1941, quando gli italiani occuparono la provincia di Lubiana, con i campi di concentramento per i cittadini sloveni dissidenti. Il più famoso si trovava ad Arpe. La seconda, avviata con ferocia nel 1943, dai sostenitori del maresciallo Tito e culminata con i morti italiani nelle foibe del Carso. Poi, lo stato jugoslavo, dopo il trattato di pace di Parigi, entrò in possesso di parte della Venezia Giulia, Istria, Dalmazia, Fiume. La storia del confine adriatico è variegata e intensa, sono tante le tesi contrapposte soprattutto a livello ideologico. Trecentomila nostri connazionali lasciarono le loro terre, cinquantamila restarono, attratti dal comunismo o perché molto legati ai luoghi di origine. La questione dei rapporti tra Italia e Jugoslavia ha tenuto banco per anni, prima con il Territorio Libero di Trieste, poi con la divisione di un lembo di terra in zona A e B. Il trattato di Osimo ha posto fine a ogni discussione tra i due paesi. Molti profughi, dopo la seconda guerra mondiale, hanno trovato rifugio a Latina, Gaeta e Priverno, in appositi centri di accoglienza. Si sono integrati subito con la comunità locale, senza mai perdere i legami con i parenti rimasti ad Est. Nel capoluogo pontino lo stato ha creato il villaggio Trieste nella zona tribunale a Roma il quartiere giuliano-dalmata nei pressi dell’Eur, inaugurato nel 1961 da Giulio Andreotti. Lì è nata nel 1971 l’ex ministra della salute Beatrice Lorenzin cugina dell’ex ministro croato al turismo Darko Lorencin, politico istriano arrivato ad occupare l’importante ministero del turismo a Zagabria. Gli esuli hanno parlato liberamente di foibe, delle loro fuga forzata, della slavizzazione di territori prima austriaci, poi italiani. In quel mondo fantastico di confine tanto caro allo scrittore Fulvio Tomizza dove senti più dialetti, respiri mare, montagna, colline mozzafiato, senti scorrere i fiumi e vedi grotte incantate sono successe cose terribili, tra le più brutte e deprecabili del Novecento. Un aspetto va sottolineato nel Giorno del ricordo, voluto saggiamente dal presidente Ciampi: dal 1965 in poi il confine di Opicina tra Trieste e la Slovenia è stato definito “il più aperto del mondo”. Attraverso quel valico di frontiera passavano giornalmente centinaia di operai che lavoravano nel Friuli Venezia Giulia, casalinghe pronte a fare acquisti a Trieste. Gli italiani invece andavano a fare rifornimento di benzina oltre confine e a passare le vacanza a Umago o Parenzo – posti stupendi – a Portorose, sede di un attraente casinò. A Lubiana si respirava aria migliore rispetto al primo dopoguerra, mentre si guardava con un poco di sospetto la nascente Nova Gorica (Nuova Gorizia) una città formata – allora – da alloggi popolari bruttini, in nome di una economia pianificata. Oggi è un centro all’avanguardia, moderno e vitale in ogni aspetto. Nel 1948 il maresciallo Tito ruppe con Mosca, aprì all’Ovest. I turisti italiani arrivarono in massa su ogni centro costiero, fino a Bar, in Montenegro. Le imprese (a cominciare dalla Fiat di Agnelli gemellata con la Zastava) fecero subito affari con i ministri di Tito. Enrico Mattei – presidente dell’Eni – poteva sorvolare senza autorizzazione con il suo bireattore il cielo jugoslavo grazie all’amicizia con il potente ministro Aleksandar Rankovic. La paura di vivere in un paese inospitale per gli italiani diminuì a fine anni Cinquanta. Ricordo, in uno dei miei primi viaggi in quelle zone, una richiesta di cambio di denaro che facemmo a una edicolante italiana a Fiume, prima ci fece leggere per qualche minuto la “Voce del popolo” il giornale filo comunista locale, poi disse: «Venite dietro la mia bottega, non voglio farmi vedere mentre cambio le lire in dinari». Qualche paura esisteva, poi arrivò il consumismo, l’apertura di Tito alla piccola proprietà privata, la collaborazione a livello industriale e commerciale, i pacchetti turistici a basso costo, lo sport, hanno unito sempre di più Italia e Jugoslavia. Latina è stata un punto di arrivo importante per gente laboriosa, educata e intelligente che ha lasciato con mestizia una terra tanto amata. Oggi hanno la possibilità di ricordare e guardare al futuro con ottimismo come tutti i profughi giuliano-dalmati. Quando al teatro D’Annunzio si riunì il consiglio comunale di Zara in esilio – presieduto dallo stilista Ottavio Missoni – la parola più pronunciata fu Europa, si poneva l’accento sulla integrazione europea. Nessuna parola nostalgica, poche polemiche, tanta dignità e stile. Per questo amiamo questa gente e la loro terra di origine.























