Buongiorno a tutti, ho voluto riflettere 48 ore, per scrivere la mia riflessione, dopo quello che ho visto in televisione, domenica 2 maggio 2021 a Dongo, amena località sul lago di Como dove nella notte tra il 27 e il 28 Aprile 1945 venne arrestato Benito Mussolini, assieme alla sua amante Claretta Petacci, in fuga dall’Italia.
La fucilazione dei due, non fu certamente un atto cristiano, ma una decisione cruenta, ritenuta necessaria dai partigiani che ritennero in tal modo di evitare la consegna agli Angloamericani di chi deteneva tutti i segreti del regime fascista. Fu un atto di guerra che gli storici, ancora nel terzo millennio, dovranno approfondire. Ma, personalmente, come antifascista componente del Direttivo ANPI Massa – Sezione Patrioti Apuani -Linea Gotica e nipote omonimo di Evandro Dell’Amico, internato militare in un uno Stammlager nazista e sottoposto a lavoro coatto e ad indicibili privazioni che lo fecero ammalare e portare, all’età di 21 anni, alla morte il 13 aprile 1945, ritengo l’esecuzione del Duce e la sua amante, un atto dovuto, simbolico contro l’espressione della più crudele tirannia del ventesimo secolo.

La fucilazione da parte dei partigiani, nella sua fattispecie, ha impedito che in sedi più appropriate come i Tribunali, avvenisse un tradizionale processo. Alla luce degli eventi successivi che hanno funestato e tuttora infangano la memoria di chi si è battuto, attraverso la resistenza armata al nazifascismo per la Liberazione, assieme agli Alleati Angloamericani, dell’Italia, giustifico quella fucilazione. Altrettanto nettamente mi distacco dall’obbrobrio dell’esposizione ed insulto dei corpi del Duce e della Petacci su Piazzale Loreto (luogo in cui, un anno prima, erano stati impiccati una decina di giovani partigiani).
Dopo l’amnistia Togliatti del 1946 a coloro che si macchiarono di orrendi crimini (contro singoli antifascisti e le popolazioni che subirono stragi da parte dei nazisti ed i loro complici della Repubblica di Salò, in particolare, “nell’estate del terrore” del 1944) e le successive amnistie, fu decretato un liberi tutti. Nonostante tutte le stragi fasciste e mafiose in Italia, da Portella della Ginestra alla stage di Bologna nel 1980, che ancora non hanno mandanti ed esecutori, temo che, in Italia, ci si sarebbe ritrovati con Benito Mussolini eletto deputato in Parlamento, come la sua meno celebre nipote, se non fosse stato giustiziato.
Certamente non con una vendetta permanente da parte di vincitori sui vinti si può far guardare ad un futuro sereno per un Paese. Ma è pure senza futuro un Paese che non si è saputo liberare dai peggiori fantasmi che la storia abbia partorito. La manifestazione a Dongo di pura apologia del fascismo e gli onori resi al Duce, è la prova ontologia che il 25 Aprile 1945 è avvenuta una Liberazione formale dal nazifascismo. Esso ha continuato a covare non solo sotto la cenere, ma con indicibile protervia stragista. La contromanifestazione dell’ANPI a Dongo non avrebbe dovuto esserci, perché in un Paese con una Costituzione democratica ed antifascista, non doveva essere concesso ai fascisti dichiarati di manifestare, perché il fascismo non è un’opinione ma un “crimine contro l’umanità”. Le giuste rimostranze del deputato PD Emanuele Fiano, oggetto di innumerevoli attacchi in quanto ebreo, contro la parata fascista a Dongo, la lettera del Presidente Nazionale dell’ANPI Gianfranco Pagliarulo al ministro dell’interno Luciana Lamorgese, la raccolta di quasi 250.000 firme per un proposta di legge contro l’apologia di fascismo, promossa dal Comitato di S. Anna di Stazzema e dal suo Sindaco Maurizio Verona, appaiono, come avrebbe detto Mao Tze Tung ai tempi della mia rivoluzionaria giovinezza, “tigri di carta”. Scrivo questo con un insanabile dolore che mi trafigge il cuore. Fare i conti con il proprio passato è un dovere morale e politico e significa portare rispetto delle vittime innocenti del nazifascismo.
Uno stato come quello italiano che ha traccheggiato con le sue ipocrisie e permette a nuovi fascismi, orrendi e pericolosi come quelli vecchi, di rialzare la testa, non è la mia patria.
Chi rinnega i valori della Resistenza e della Liberazione è un traditore della patria e pure lo è chi autorizza le canaglie fasciste ad un prevedibile rito come quello a Dongo. Io in un Paese circondato da traditori che si annidano ipocritamente nelle istituzioni e vanno ad inneggiare al Duce in piazza, non ci voglio più stare. Assurge, per me ad eroe, del terzo millennio, non un milionario equivoco come Fedez, ma il rider Luca Nisco di Winelivery che, dovendo consegnare,il 25 Aprile 2021, due bottiglie di vino, accompagnate da un biglietto “In questo giorno di lutto che il nostro Duce possa guidare da lassù la rinascita”, lo ha strappato in faccia al cliente. Eroe è chi, essendo in una condizione di debolezza e ricattabilità economica, ha il coraggio di esprimere il suo attaccamento ai più alti valori dell’Italia democratica, mettendo a rischio il proprio “culo”, mi scuserete il termine. Il ragazzo è stato licenziato per “violazione della privacy del cliente”. Ma occorre dare atto che la Ditta, con resipiscenza, lo ha poi riassunto perché l’apologia di fascismo non rientra nella mission della medesima.
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