Si ritiene molto interessante fare una sintesi divulgativa riguardante l’impatto della tintura dei capi di abbigliamento sull’ambiente naturale quando questi diventano rifiuto da smaltire. Soprattutto si pone l’attenzione ad un capo che nel mondo è molto diffuso, cioè i blue-jeans. A tal riguardo è bene fare riferimento all’articolo di Diego Tesauro, professore di Chimica presso il Dipartimento di Farmacia dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, pubblicato il 30 maggio 2024 nel “Blog della Società Chimica Italiana” (https://ilblogdellasci.wordpress.com/2024/05/30/limpatto-ambientale-della-tintura-dei-blu-jeans/).
La Banca Mondiale, in seguito ad una ricerca relativa al sostegno internazionale allo sviluppo e alla riduzione della povertà, riferisce che circa un quinto dell’inquinamento idrico globale sia dovuto all’industria della tintura e finissaggio tessile, in cui è compresa quella dei blue-jeans. Per ottenere il famoso colore Blu denim si usa una pianta asiatica, l’Indigofera tinctoria (nella foto), il cui estratto contiene l’indicano o l’indacano, avente formula chimica C14H17NO6, da cui, per fermentazione e successiva ossidazione all’aria si ottiene il colorante viola-bluastro: l’indaco, avente formula C16H10N2O2. Nel XIX secolo sono stati realizzati numerosi processi di sintesi, tra cui il più diffuso è quello di Baeyer–Drewson che, assieme a quello che usa la citata pianta Indigofera tinctoria, ha rilevanti conseguenze ambientali e sociali svantaggiose non solo per la grande richiesta di energia e di acqua, ma anche per l’uso di sostanze chimiche che oltre ad essere tossiche o nocive per l’uomo, sono inquinanti dei corsi d’acqua e del suolo con tutte le conseguenze che ne derivano. Considerando che la tecnica più antica ha un’età di circa quattromila anni, si può immaginare quanto grande sia stato l’inquinamento prodotto in questo grande lasso di tempo.
Per ovviare a queste conseguenze avverse, ultimamente è stato elaborato un processo industriale di tintura nel rispetto dell’ambiente sviluppando una tecnologia di sintesi dell’indicano più economicamente conveniente e la sua conversione fotolitica, cioè per effetto della luce, in indaco. L’attuale processo industriale utilizza una sostanza che si estrae dalla pianta Polygonum tinctorium, produttrice di indaco. La tintura fotolitica riduce potenzialmente l’impatto ambientale del Blu denim del 73% contro una riduzione del 92% ottenuta dalla tintura enzimatica. In entrambi i casi, la riduzione è riguarda la potenziale diminuzione del riscaldamento globale (al 17%), mentre le due tecniche incidono sulla riduzione di diversi parametri: per la tintura fotolitica (risorse minerali), e per la tintura enzimatica (tossicità per l’acqua e l’uomo, eutrofizzazione dell’acqua, radiazioni ionizzanti, consumo dell’acqua).
“Che sia enzimatica o fotolitica, la tintura con ”indicano” avrebbe un impatto positivo significativo sulla vivibilità, sulla salute delle comunità attorno alle tintorie e dei lavoratori tessili, poiché viene eliminato l’uso di sostanze corrosive e la generazione di rifiuti tossici viene significativamente ridotta, diminuendo l’inquinamento delle falde acquifere e risparmiando il suolo agricolo circostante. Inoltre, la riduzione delle problematiche ambientali può fornire un incentivo per una produzione più localizzata nel mercato del denim occidentale invece di scaricare l’impatto ambientale sui paesi in via di sviluppo, come avviene attualmente. Questo lavoro dimostra il potere dell’integrazione della biotecnologia e della ricerca sulla sostenibilità per fornire una direzione per il denim blu sostenibile”.
Francesco Giuliano
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