Don Marco Schrott, parroco a Porto Badino, con una sincera, sofferta e toccante testimonianza, qui di seguito, racconta la sua vicenda personale nel mondo del malaffare che ha sempre combattuto con coerenza e costanza nei suoi anni di sacerdozio.
“Sono arrivato a Nettuno come insegnante nel 1972, appena divenuto sacerdote, poi come parroco fino al 1996, quindi di ritorno da una missione in Sierra Leone come fondatore di una seconda parrocchia fino al 2007. Quindi ho potuto vivere i profondi cambiamenti della società e della Chiesa in un lungo arco di tempo. Pensavo a costruire un mondo più giusto, creando legami fraterni tra la gente, ospitando molti poveri e immigrati e diffondendo nuove idee e progetti, insieme alle associazioni, giornali locali e prime radio private, che già esistevano o che la parrocchia stessa creava.
L’area delle attività comprendeva anche Anzio per la stretta contiguità territoriale e i borghi tra Latina e Aprilia, da sempre gravitanti sul litorale tirrenico per le attività commerciali. Lavorando insieme si sono ottenuti molti risultati come l’apertura del Centro di Igiene Mentale, un ostello della gioventù, il centro di ascolto Caritas per tutto il territorio e molte sollecitazioni presso le istituzioni civili su problemi di degrado ambientale, criminalità e legalità.
Agivamo come cittadini attenti e attivi, come una normale corresponsabilità democratica, senza avere sospetti su piani eversivi come quelli degli anni 70 e 80 oppure sulla discesa in campo politico della mafia. La sua presenza manteneva endemica la corruzione, che cercavamo di combattere come ostacolo ad ogni crescita umana, ma quando venivano uccisi da queste organizzazioni i sacerdoti dovevamo pensare ad una intimidazione più vasta, capace di preparare il terreno all’ingresso diretto nella gestione del potere politico. Scrivono i giornali del tempo di “comitati d’affari”, ma sembrava un fatto di sola portata locale.
Nella prima settimana da parroco mi affrontarono in tre con serie minacce: “Se non stai con noi meglio che fai le valigie perché ti facciamo piangere” – mi dissero con accento molto meridionale. Dopo la mia serena risposta seguirono persecuzioni mediatiche per molti anni fino ad un assalto in casa e un attentato alla mia vita in piena regola, poco prima che si trovasse torturato in camera da letto e morto don Cesare Boschin, parroco e amico di Borgo Montello. I modi erano palesemente un messaggio mafioso. Noi ci eravamo interessati alle discariche di rifiuti da molti anni, ma non ci eravamo mai confrontati con don Cesare, che agiva con grande riservatezza e non si avvaleva di collaboratori in questi campi e non si confidava. Ancora oggi la magistratura non ha molti elementi e ognuno resta con le proprie congetture e la propria storia da raccontare.
La nostra impressione esce in filigrana dagli articoli dei giornali locali del tempo. Il Granchio era diretto da Claudio Pelagallo e su linea molto diversa era il Momento Oggi diretto da Agostino Gaeta. Dagli articoli tra il 1993 e il 1994 si capisce tutta la foga con la quale si affrontava il problema dei rifiuti urbani e tossici. Il mondo intero era invitato a costruire nuovi impianti, che si potevano mettere in funzione con l’educazione alla raccolta differenziata e a smaltimenti con riuso delle materie. A noi risultava che gli ingenti proventi delle discariche creavano forti resistenze: sul “Granchio” si possono ripercorrere gli ostacoli delle amministrazioni ad ogni richiesta di ascolto o di permessi per riunioni pubbliche per sensibilizzare sull’argomento. Alla fine quattro sindaci furono costretti a rispondere in un convegno da noi organizzato in vista della chiusura della discarica di Pomezia e dell’ampliamento di quella di Borgo Montello. Poi si scoprì che enormi somme venivano addebitate alla cittadinanza per la spedizione dei rifiuti in Puglia mentre venivano scaricate a pochi chilometri di nascosto. Ci dicevano che l’argomento era troppo delicato e si doveva discutere solo in consiglio comunale. Ma era proprio l’associazionismo a difendere la democrazia e le soluzioni più semplici del problema. Ci aspettavamo sostegno e trovavamo una coltre omertosa. Per fortuna ci ascoltò il procuratore Pietro Grasso, che riuscì nel 1995 a decretare come primo comune del Lazio ad essere commissariato per infiltrazione mafiosa proprio il nostro comune di Nettuno.
Il vescovo di Albano non ha mai ceduto alle richieste insistenti dei boss locali perché fossi rimosso ed aspettò questa vittoria civile per destinarmi un anno dopo ad altri incarichi. Ma l’uccisione di don Cesare a Borgo Montello mi fece capire che avrei potuto fare la stessa fine, per molto poco non riuscita. Non ne ho mai parlato finora per il rispetto che porto alle persone coinvolte, ma, visto che i mandanti sono ormai morti, forse è utile aver ricostruito il clima di quegli anni”.























