Crescono i misteri attorno alla morte di don Cesare Boschin, parroco di borgo Montello barbaramente ucciso nella sua abitazione il 30 marzo del 1995.
Domenica mattina sette sacerdoti lo hanno ricordato in occasione del trentesimo anniversario del delitto durante una Messa toccante, molto frequentata dai fedeli.
Il giovane parroco del borgo don Alessandro Aloè ha preso a cuore le sollecitazioni degli amici più stretti del prelato, dimostrando interesse verso la triste vicenda che ha coinvolto uno dei suoi illustri predecessori.
I misteri? Sono tanti attorno a un delitto efferato e senza colpevoli.
Un fotografo dipendente di un diffuso organo di informazione laziale ha visto sparire dalla sua scrivania tutte le foto inerenti il parroco sul suo letto, deceduto da poche ore, si è recato immediatamente sul posto appena conosciuta la notizia. Perché? Chi aveva interesse a fare sparire quel materiale prezioso?
Il clima attorno alla discarica dei veleni e della morte – aperta nel 1971 dalla ditta Pro-Chi – è sempre stato teso. Ne sa qualcosa lo scrivente, trovatosi a realizzare un servizio giornalistico a causa dell’inquinamento del fiume Astura pieno di schiuma di vari colori, forse creata da industrie chimiche della zona.
Nel 2002 ero insieme a un cameramen di una emittente privata. Sono stato immediatamente fermato da un uomo – forse un custode dell’impianto – che mi ha puntato un fucile sulla tempia, minacciandomi. Non gradiva la messa in onda di una trasmissione su quell’episodio legato all’inquinamento.
Dopo qualche minuto è transitato in quel posto nei pressi della discarica Michele Coppola, ha detto: “ Lascia stare quel guaglione è un amico”. Non avevo mai visto e sentito parlare di questo personaggio, lo debbo ringraziare, forse mi ha salvato la vita.
Molti abitanti di borgo Montello e Bainsizza e zone limitrofe si recano da anni in Toscana per curarsi, probabilmente per mali seri derivanti dalla presenza della discarica.
Pisa è una meta sicura. La cura della carotide avviene presso l’azienda ospedaliera universitaria, in particolare nell’unità operativa di chirurgia vascolare. Un operatore sanitario anni fa ha affermato: “Possibile che a Latina abitano tutti in via Monfalcone?”
Padre Ennio Cannas, un mio amico sacerdote, si era recato a Santiago di Compostela nel 1996. Un confratello gli aveva chiesto il perché della mancanza di don Cesare in quel pellegrinaggio.
Quando seppe del delitto il prelato affermò, desolato: “Mi aveva confessato di avere paura di essere ucciso”.
Una dichiarazione da tenere in considerazione, il parroco era già stato minacciato dalla malavita.
Un altro argomento di discussione riguarda la sera della vigilia della festa dell’Immacolata, 8 dicembre 1994, quando, per le 18.00, tutti i fedeli riuniti in chiesa aspettavano l’arrivo del viceparroco don Maua – originario del Ghana – per la celebrazione conclusiva della novena: aspetta e aspetta, dopo circa venti minuti i parrocchiani si recarono in camera da letto e fecero presente la situazione al parroco che, prontamente, nonostante la salute malferma e il freddo, scese e celebrò, tenendo anche l’omelia.
Il giorno successivo il vescovo di Latina monsignor Domenico Pecile comunicò a don Boschin che la Polfer aveva recuperato don Maua alla frontiera con la Svizzera; era sprovvisto di documenti, effetti personali, denaro e anche di soprabito nonostante il freddo pungente. Verrà rifocillato e condotto in una parrocchia sempre della diocesi di Latina, a Rocca Massima, poi per lui un importante impiego a Roma alla FAO.
Non verranno diffuse motivazioni.
Solo con l’omicidio del parroco inizieranno a circolare assurde e mai provate, insistenti voci diffamatorie anche su di lui. La sua fuga non era legata davvero alle vicende della discarica che don Cesare osteggiava apertamente.
Don Maua era solo un tipo timido all’inverosimile, di colore e non ben visto da alcuni membri della comunità. Si stava recando a Lugano a trovare dei parenti.























