Un cittadino, a cui è affidata, se eletto, la funzione di governare in qualsiasi assemblea comunale, o regionale, o parlamentare, ha una grande e autorevole responsabilità politica, sociale, morale ed etica. Il suo lavoro, di concerto con la collettività assembleare di appartenenza, sarà pieno di ostacoli e di imprevisti, anche se, al tempo stesso, risulta gratificante perché esso chiama alla nobile funzione di pensare, di dire e di decidere insieme per il bene della collettività di riferimento e, nel caso più ampio, dell’intero popolo italiano. Appunto, per il bene di tutti, in ogni caso sotto l’egida della Costituzione italiana, qualunque sia il proprio orientamento politico perché ci sono leggi particolari sotto il domino dei partiti della maggioranza al governo e leggi universali che riguardano tutti i partiti. Queste ultime sono in particolar modo relative ai diritti umani (diritto alla sicurezza personale, alla libertà di pensiero e di coscienza e di religione, al lavoro, all’istruzione, alle cure sanitarie, alla casa, alla cultura e a quant’altro contribuisca a migliorare la dignità dell’essere umano) e dovrebbero, sic et simpliciter, travalicare ogni ideologia politica.
Per una donna, che assurge a questa funzione, in modo specifico, l’incarico è ulteriormente pieno di ostacoli. A tal proposito bisogna dare credito alla filosofa e scrittrice francese Simone de Beauvoir (1908 – 1986) quando, nel saggio Il secondo sesso, (ed. Il Saggiatore, 1961), sostiene che “L’umanità è maschile e l’uomo definisce la donna non in quanto tale ma in relazione a se stesso; non è considerata un essere autonomo”. E aggiunge che “… L’uomo può pensarsi senza la donna; lei non può pensarsi senza l’uomo. Lei è soltanto ciò che l’uomo decide che sia; così viene qualificata “il sesso”, intendendo che la donna appare essenzialmente al maschio un essere sessuato: la donna per lui è sesso, dunque lo è in senso assoluto. La donna si determina e si differenzia in relazione all’uomo, non l’uomo in relazione a lei; è l’inessenziale di fronte all’essenziale”. Spiega la filosofa anche che secondo lei “Se si mantiene una casta in stato d’inferiorità, essa rimane inferiore: ma la libertà può spezzare il cerchio”. E per ottenere questa libertà di azione è necessario che la donna lotti continuamente perché “… non è detto che ogni essere umano di genere femminile sia una donna; bisogna che partecipi di quell’essenza velata dal mistero e dal dubbio che è la femminilità. ,,, il concettualismo ha perso terreno: le scienze biologiche e sociali non credono nell’esistenza di entità fisse e immutabili che definiscano tali caratteri, come quelli della Donna, dell’Ebreo, o del Negro; esse considerano il carattere una reazione secondaria ad una situazione”. Ed è questa reazione, quando emerge, che esprime la femminilità, che non va persa se la donna è capace di mostrare intraprendenza, tenacia, coerenza, costanza. Peculiarità quest’ultima che si può esprimere con un antico proverbio romano riportato nelle Epistulae ex Ponto del poeta Ovidio (43 a.C. – 17 d.C.): “Gutta cavat lapidem, consumitur anulus usu” (La goccia scava la pietra, l’anello si consuma con l’uso). E sono queste peculiarità che si richiedono soprattutto ad una donna con funzioni politiche perché è possibile che col tempo ella assuma un comportamento che si può desumere dai versi delle Metamorfosi (XV, 169-172) di Ovidio: “E come/ molle la cera assume forme nuove/ e qual era non è più né mantiene/ la stessa forma eppure è sempre cera, …”(trad. di Nicola Gardini).
Già nella Repubblica, ventiquattro secoli fa, il filosofo greco Platone (428/427 a.C. –348/347 a.C.) asseriva che i cittadini (ndr: oggi anche le cittadine), a cui è affidata la funzione di governare, debbano essere filosofi e, quindi, la loro virtù fondamentale debba essere soprattutto la sapienza, che, come sosteneva papa Francesco, permette di “vedere il mondo, vedere le situazioni, le congiunture, i problemi, tutto, con gli occhi di Dio”. E oltre a ciò, come sancisce il secondo comma dell’art. 54 della Costituzione, essi “hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore …”, ma anche con “la legge morale che è dentro di noi” (secondo I. Kant) e, come ha tratteggiato il drammaturgo greco Sofocle (496 – 406 a.C.) nella tragedia Antigone, una donna, che le leggi scritte dall’uomo non dovrebbero contrastare con il sentire intimo umano. Assieme alla sapienza, citando Il Principe di Niccolò Machiavelli (1469 – 1527), essi per governare bene devono possedere saggezza (prendere decisioni giuste a beneficio di tutto il popolo), prudenza (agire con cautela) e operare con giustizia.
Negli ultimi anni, tuttavia, sembra che taluni possano dire tutto e il contrario di tutto mettendo in atto il principio di esplosione o principio di complementare contraddittorietà, secondo cui risultano contemporaneamente vere un’affermazione e la sua negazione, come si diceva in latino: ex falso (sequitur) quod libet, cioè a dire che dal falso (segue) una qualsiasi cosa a piacere. E ciò si evince anche dal famoso “Paradosso di Epimenide” – Tutti i cretesi sono bugiardi -, affermato dal filosofo cretese Epimenide (VI sec. a.C.). E anche dalla logica dell’unità dei contrari del filosofo greco Eraclito (535 – 475 a.C.), secondo cui i contrari si completano. E si sia generata anche confusione tra prescrizioni [ciò che deve essere] e descrizioni [ciò che una cosa è] contrariamente alla legge di Hume, [David Hume, filosofo scozzese, (1711 – 1776], riportata nel Trattato sulla natura umana del 1739 (ed. Laterza, 2008), la quale sancisce che «bisogna operare in ogni momento la distinzione e la separazione tra “ciò che è” e “ciò che deve essere”»,perché risulta impossibile derivare prescrizioni da descrizioni. Si aggiunge, per concludere, che tra i tre poteri del governo – legislativo, esecutivo e giudiziario -, dovrebbe esserci rispetto e collaborazione così come sancisce la Carta costituzionale perché ogni potere esercita la propria funzione nell’ambito di essa.
Francesco Giuliano
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