Durante la presentazione del libro di Orlando Lucchetta dal titolo Monte Inferno, dedicato alla storia della discarica a Borgo Montello, tutti i presenti hanno auspicato di intitolare la scuola elementare della borgata a Monsignor Cesare Boschin, Parroco e Martire.
Ma facciamo un passo indietro e raccontiamo la vicenda di questo sacerdote coraggioso di origine veneta, ringraziando il sito internet dell’associazione “Libera” presieduta da Don Luigi Ciotti per le informazioni ricevute, nonché la nipote di Don Cesare, Isabella Formica.
Don Cesare Boschin, nasce a Silvelle di Trebaseleghe, in provincia di Padova, l’8 ottobre 1914. Il 12 luglio 1942 venne ordinato sacerdote nel Santuario della Madonna del Caravaggio a Fumo, frazione del comune di Corvino San Quirico (PV), paese del quale sarà viceparroco negli anni della seconda guerra mondiale. Nel 1945 venne trasferito a Roma, quindi ad Anzio per assistere la popolazione duramente colpita dagli eventi bellici.
Nel 1950 accettò la proposta del vescovo di Albano di occuparsi della ricostruzione della chiesa di Santa Maria Goretti a Le Ferriere, nel comune di Latina. Per via delle sue origini, decisero di affidargli anche la vicina parrocchia della Santissima Annunziata a Borgo Montello (LT), popolata in larga parte da emigranti veneti chiamati a bonificare i territori paludosi del Basso Lazio. I fedeli lo amavano e riponevano una grande fiducia in lui. Aveva aiutato un po’ tutti a trovare un lavoro.
La tranquillità di quelle terre agricole, tuttavia, non è destinata a durare a lungo.
Quel territorio era sotto il controllo della camorra, quella potente e imprenditrice. Sono i casalesi a gestire gli affari. E i soldi si chiamano rifiuti. Tossici. E in quel di Borgo Montello c’è una discarica. Viene sversato di tutto. Nel 1995 l’Enea vi scopre, sotto terra, tre grandi ammassi metallici, due hanno dimensioni di 10 metri per 20, l’altro addirittura 50 per 50, sono tra gli 8 e i 10 metri di profondità. A metà anni Novanta un operaio licenziato dalla discarica raccontò di aver preso parte all’interramento, notturno, di molti fusti con sostanze tossiche, che sarebbero stati parte dei 10500 stipati nella nave “Zanoobia” con le scorie tossiche di almeno 140 aziende chimiche europee. Una delle tanti navi dei veleni, che, dopo essere stata rifiutata dai porti di mezza Europa, nel 1988 attraccò alla fine a Ravenna. “In discarica arrivavano camion proprio da quel posto dell’Emilia Romagna”, spiega Claudio Gatto, braccio destro di don Cesare Boschin per molti anni. Don Cesare sapeva, osservava, si informava.
Gli abitanti di Borgo Montello cominciano a lamentarsi degli odori nauseabondi che provengono dalla discarica. Sono allarmati anche dagli strani movimenti di camion che arrivano di notte in paese. Decidono quindi di formare un comitato che si ritrova proprio nella parrocchia Santissima Annunziata di don Cesare. Don Boschin inizia ad annotare sulle sue agende il via vai sospetto di tutti quei camion. E scriveva tutto quello che aveva scoperto. “Mio zio dalla sua camera della canonica – racconta Isabella Formica, nipote del prelato a Fanpage.it – poteva vedere gli andirivieni notturni dei camion da e per la discarica dei veleni”. A guidare i mezzi sono spesso i ragazzi del posto che, in cambio di lauti compensi, non hanno scrupoli a sversare rifiuti tossici per conto dei camorristi. Il parroco, che quei giovani li conosce uno a uno, si rende conto delle infiltrazioni mafiose a Borgo Montello. E incomincia ad avere paura. “La sera in cui venne assassinato – continua Isabella Formica – aveva ricevuto la visita di don Mariano, il parroco che era stato mandato a sostituirlo. Al momento dei saluti, lo zio lo aveva pregato di tenergli compagnia, di non lasciarlo solo perché aveva paura di morire”.
Secondo le approfondite indagini, avvenute in un secondo momento, chi ha ucciso don Boschin ha voluto inscenare un furto mettendo a soqquadro i cassetti della sua stanza. Nella prima fase delle indagini, infatti, i carabinieri di Latina seguono esclusivamente la pista della rapina finita male, opera di qualche balordo. Vengono ascoltati alcuni tossicodipendenti e altri soggetti conosciuti per reati minori, ma senza che emerga alcun indiziato. Ma la realtà è diversa: il denaro di don Cesare non è stato sottratto. Al polso, inoltre, ha ancora l’orologio. Le inchieste, allora, puntarono ad approfondire alcune voci che avevano iniziato a girare a Borgo Montello subito dopo l’omicidio: si diceva che don Cesare frequentasse gli ambienti gay clandestini della zona. Le voci furono prontamente smentite dai parrocchiani del borgo. La verità da cercare era sotto gli occhi di tutti. Ma in tanti non volevano vederla. Don Cesare è stato ucciso perché aveva scoperto e denunciato la sua “terra dei fuochi” a poco più di 60 chilometri da Roma. Il 2 maggio 1996 vengono iscritti nel registro degli indagati un sacerdote colombiano e un cittadino polacco senza fissa dimora, che il giorno del delitto aveva lasciato precipitosamente Borgo Montello.
Il procedimento a loro carico si concluse il 2 novembre 1999 con l’archiviazione. E sull’omicidio di don Cesare calò il silenzio.
“Ha aiutato molta gente ma è stato dimenticato in fretta – si lamenta Isabella Formica – in pochi si sono fatti avanti per denunciare i traffici illeciti di rifiuti, credo per paura di finire come lui”.
“Nei giorni seguenti al suo omicidio – prosegue la nipote del prete assassinato – ci sono state delle sparatorie a Borgo Montello. Colpi esplosi verso le abitazioni, suppongo per intimorire chi potesse aver visto o sentito qualcosa”. Le chiameremmo stese di camorra, oggi.
“I rifiuti inquinano non solo la terra ma anche le coscienze”, afferma don Cesare Boschin, all’epoca in cui era parroco di Borgo Montello.
Don Luigi Ciotti, nel 2009, durante un convegno a Roma in cui è presente anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, chiede la riapertura dell’inchiesta. “Chi sa deve parlare, perché a don Cesare, come alle altre vittime della criminalità organizzata, dobbiamo verità e giustizia”, tuona il fondatore del Gruppo Abele dal palco.
Nel 2016, Stefano Maccioni, l’avvocato della famiglia Boschin, fa riaprire il caso. Nuovi elementi come le tracce sul nastro adesivo usato dal killer, le macchie di sangue su un asciugamano e il momento del decesso (che andrebbe spostato indietro di alcune ore), inducono la procura di Latina ad accogliere l’istanza del legale, assistito da un pool di specialisti.
“Nel 2001, con un’ordinanza del tribunale di Latina, sono stati distrutti i reperti dell’omicidio”, dichiara l’avvocato Maccioni al giornale on line Fanpage.it. “Abbiamo due impronte però non ci sono più i reperti per cui non è stato possibile realizzare l’esame del Dna”. E il caso della morte dell’anziano parroco viene di nuovo chiuso.
A nutrire dubbi sulle indagini della morte di don Cesare, infine, è la commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali. Nella relazione del dicembre 2017, inoltre, si legge che “le indicazioni, anche se parziali, fornite da alcuni testimoni su una eventuale pista investigativa riconducibile ai traffici illeciti di rifiuti non venne seguita fino in fondo”. Ad oggi, dunque, chi ha ucciso don Cesare Boschin è ancora senza volto.
“Al di là della morte orribile di mio zio rimane il fatto che gli abitanti di Borgo Montello continuano a vivere accanto a rifiuti tossici. Tutte le famiglie hanno avuto chi la madre, chi il figlio o un parente ammalati e morti di cancro. E continuano a morire perché i rifiuti sono ancora là sotto”, afferma, infine, amareggiata, Isabella Formica, nipote di Don Cesare Boschin.
























