Gabriella Ferri, l’angelo biondo di Testaccio. Gli stornelli, il successo e la terribile depressione.

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“Nannarè! Perché, perché te sei ‘nnamorata de ‘sta musica ammerigana? Ma perché te sé scordata che sé romana e gli stornelli nun canti più?”.

D’essere romana Gabriella Ferri non avrebbe potuto dimenticarsi mai, neanche quando decise, avvolta nella depressione, di trasferirsi in Umbria, a Corchiano.

Lei che a Roma c’era nata, precisamente nel quartiere popolare di Testaccio, dove la romanità è un impasto d’anima , cuore e viscere. Testaccina era e testaccina sarebbe sempre stata anche quando si trasferì nella coloratissima Campo de’ Fiori, in una bella casa sopra la trattoria “Carbonara”.

Il padre suonava la fisarmonica ed un giorno la piccola Gabriella prese in mano una chitarra e cominciò a strimpellare. E’ in famiglia che nasce la grande passione per la musica popolare, quella che inebria ed anima la Vita nei vicoli, nei rioni. Tanto quella romana, di casa sua, quanto la melodia napoletana rapiscono la Ferri trasformandola in una formidabile interprete capace di tramutare il folklore in drammaturgia. Operazione che fece con “Le mantellate”, “Dove sta Zazà”, “La società dei Magnaccioni”.

A quattro anni ebbe un incidente in motocicletta bruttissimo. Fu ricoverata al San Camillo ed i medici dissero alla famiglia che non c’era niente da fare, l’amputazione della gamba era l’unica possibilità.

La zia di Gabriella, sorella della madre, era un’ importante religiosa. Organizzò un pellegrinaggio, di notte, al Santuario del Divino Amore con i compagni di scuola di Gabriella e, naturalmente ,la famiglia. All’alba parteciparono alla Messa e pregarono. Qualche giorno dopo il primario chiamò la famiglia gridando al miracolo, la gamba della Ferri era salva. I giornali romani dell’epoca esaltarono la storia “dell’angelo biondo di Testaccio”.

Era bella, Gabriella Ferri. Di una bellezza vera e sincera, al limite della durezza, così come sa essere Roma. Comincia a lavorare come commessa in un negozio a Piazza di Spagna. Frequenta “Rosati”, lo storico bar a Piazza del Popolo dove, a cavallo fra i ’60 e i ’70, potevi incontrare le stelle del cinema e la Roma bene. Conobbe Luisa De Santis, figlia del regista Giuseppe e da quell’incontro nacque un duo , “Luisa e Gabriella” che finì nei cabaret milanesi (ospiti nella città meneghina presso la grande Camilla Cederna) fino al grande debutto televisivo da Mike Bongiorno, alla “Fiera dei Sogni”con “La società dei magnaccioni”.

Presto il duo si scioglie, la De Santis non vuol fare la cantante e per Gabriella inizia la stagione della solista. Conosce Pingitore e Falqui, con Enrico Montesano e Pippo Franco anima il Bagaglino che, prima di trasferirsi al Salone Margherita, dava spettacolo in un garage.

Duetta con Mia Martini, alla quale la unisce quella melanconia che in Gabriella Ferri è attenuata soltanto dal palcoscenico e dal canto.

Canta “Dove sta Zazà” vestita da clown e fa ridere ma sempre con la pelle d’oca ad emozionarti. Poi, la depressione la aggredisce violentemente, per anni non canta più. A chi le chiede il perchè risponde: “Ma io che c’entro con ‘sta tv dove chiama Anna da Pompei che se risponde giusto le regalano l’orologio d’oro? Mi diverto di più a stare a casa a disegnare”.

Lascia Roma, quella Roma che aveva cantato come una Anna Magnani della canzone per trasferirsi in un paese dell’Umbria, Corchiano, dove morirà nel 2004 cadendo dalla finestra. L’amica di sempre, Luisa De Santis dirà, anni dopo :”Ho sempre avuto la sensazione che la fine di Gabriella sarebbe stata tragica”.

Le ultime apparizioni tv dal suo amico Maurizio Costanzo che le voleva bene, la incoraggiava a riprendersi il palcoscenico, l’amore del pubblico. E lei si presentava con quattro collane addosso, bracciali e gli anelli ad occupare ogni angolo delle mani.

“Grazie alla Vita , che mi ha dato tanto”, cantava Gabriella Ferri. Ringraziava una vita che le aveva dato tanto, è vero, ma che era dura forse troppo dura per l’anima fragile dell’angelo biondo di Testaccio.


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