“Gloria y dolor” è un film intenso, troppo umano. Un’esperienza emotiva d’ incredibile suggestione (per lo spettatore),un’immersione nel subconscio,nei ricordi, nei sogni che muoiono all’alba e riaffiorano sottilmente nella veglia lasciandoti, a fasi alterne, piacevolmente o dolorosamente smarrito,disorientato (per Almodovar). Un film autobiografico che va “ascoltato” oltre che visto nel senso che gli stati d’animo,filtrati attraverso il cinema e il teatro , vibrano come in una Sonata (viene alla mente la cosiddetta “Appassionata” di Beethoven,op.n.23) per il succedersi pausato e cullante dei ricordi dell’infanzia contrappuntato dalla “barcarola”della vecchiaia. Un “poema sinfonico” con tre temi-movimenti portanti:l’amore facile/l’amore difficile, la giovinezza/maturità-vecchiaia, il travaglio della creazione artistica. Non casuale la significativa citazione di “Come sinfonia” cantata a fior di schermo da Mina (appare per una frazione di secondo,un frammento da un “Carosello”). Il gioco dei rimandi o dell’alternanza passato-presente ancorché indulgere a una scontata nostalgia di maniera, ha il fascino discreto della parsimonia verbale e ricchezza semantica così nei dialoghi come nelle sequenze: dietro le parole e le immagini scorre serrato e corposo il senso pieno della vita, la consapevolezza che l’arte del vivere implica il sapere “uscire da sé”: la finzione funziona in teatro o al cinema, la vita è altro: il male di vivere bisogna portarlo al collo come una bandoliera. Magnifico il monologo teatrale scritto molti anni prima per il suo giovane ex amante e attore, trattenuto nel cassetto, motivo della rottura del rapporto faticosamente recuperato al presente e dallo stesso interpretato. Un autentico pezzo di teatro, commovente fino alle lacrime da cui emerge la sofferta dicotomia tra l’arte e la vita, la finzione e la realtà. Tra la sempre più insopprimibile evasione del protagonista (Almodovar-Banderas) in una diversa e perversa alterazione del reale (l’eroina), la determinazione nel volersi negare fino al punto di nascondersi dietro l’anonimato o uno pseudonimo (il monologo); nel disertare, all’ultimo momento, l’attesissimo evento,peraltro,da lui fortemente voluto,per la proiezione di un suo vecchio film restaurato e la inconfessata urgenza di continuare a vivere d’amore e di arte. Atteso che la vita non è un film né una commedia, tanto meno un melodramma -chiarissima la battuta che denota la presa di distanza del regista dal genere riguardo ai suoi stessi film precedenti- Assodato che a nulla valgono le rivalse (il rapporto con l’attore),spesso erroneamente scambiate per prove di saggezza, il messaggio più bello che Almodovar ci consegna è quello dell’amore con la A maiuscola, disinteressato e indiscriminato. L’omosessualità è presentata unicamente come un atto d’amore, amore totale e onnicomprensivo. Toccante l’incontro con un vecchio amico-amante di gioventù,poi, sposato con figli: ognuno dal proprio vissuto ricorda quel passato con sincera commozione,si abbracciano,si baciano, potrebbero rifare l’amore ma… “fare l’amore e poi/che senso ha”? L’importante è non finire, custodire il sentimento profondo di un tempo. Colpisce la finezza con cui Almodovar sfiora l’argomento senza ombra di compiacimento alcuno né voyerismo -il nudo integrale maschile osservato da lui bambino, il primo turbamento sessuale,il primo sguardo premonitore- L’amore e i ricordi sono l’asse portante del film unitamente a quello della vecchiaia che avrà senz’altro i suoi inconvenienti ma che, a conti fatti, ci si accorge ha anche non pochi vantaggi. Lo stesso vale per il ricordo purché non sia idolatrato o mitizzato –rimpiangere l’età dell’oro- I ricordi,infatti, devono aiutarti o convincerti che anche le delusioni o deformazioni,a posteriori, fruttano. Poetici il ricordo-incontro con la madre oramai vecchia e malata, gli squarci dell’infanzia restituita a meraviglia da un bambino interprete straordinario: forse soltanto De Sica ha avuto il magico tocco di riprendere “I bambini [che] ci guardano”, di saper guardare dentro di loro. Un film necessario, magistrale nell’orchestrazione sinfonica, impeccabile nella direzione degli attori, soprattutto, del bambino e di Banderas; pertinente la citazione della Loren-Ciociara (un omaggio) sostenuta da una Penelope Cruz all’altezza del ruolo. Una regia assolutamente “appassionata”.


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