La pandemia causata dal coronavirus Sars-Cov-2 ha messo in crisi tutti quei modi di fare e di agire che in millenni di storia l’uomo aveva acquisito e che erano diventati di comune usanza. Al tempo stesso, la pandemia ha messo in luce la peculiarità e il tratto distintivo della scienza considerata prima della sua diffusione la panacea di tutti i mali.
Allora, sarebbe bene evidenziare i problemi individuali e sociali che il virus ha prodotto e produrrà e, al tempo stesso, chiarire il significato e l’essenza della Scienza.
Il confinamento, o lockdown, adottato dal governo ed esteso a tutto il territorio nazionale ha bloccato tutto ciò che era stato consolidato riguardo i contatti di ogni individuo con i suoi simili per motivi affettivi o di lavoro o di svago, minando le basi stesse su cui si fonda la società.
Il vivere insieme, riunirsi con gli amici e i propri cari, giocare, scherzare, abbracciarsi, baciarsi, piangere, ridere, partecipare ad un’assemblea o ad una manifestazione, il condividere gioie o di dolori, sono azioni e comportamenti che non è possibile fare più. E forse non lo sarà più! Tutto ciò che è stato costruito nel passato sia recente che remoto, ad un tratto, è svanito nel nulla, è evaporato. L’uso della mascherina di protezione, ad esempio, lascia scoperti gli occhi solo di coloro che non portano gli occhiali, ma eclissa ogni espressione del viso attraverso la quale si manifestano istintivamente gli stati d’animo che ognuno prova interloquendo con un altro. Anche la “giusta” distanza, che ognuno dovrà tenere in vicinanza di un’altra persona, va oltre quella “distanza intima” antropologica, in cui entrano in gioco tutti i nostri sensi. Essa, infatti, non permette di instaurare tra due interlocutori quel linguaggio non verbale che assieme a quello verbale contribuisce a fare comprendere gli effetti del relativo rapporto interpersonale.
Il confinamento, o lockdown, che tutti abbiamo subito per necessità, ha evidenziato sia l’idea falsa della scienza, che i non addetti ai lavori possiedono, sia un duffuso analfabetismo scientifico. Chi vuole avere l’idea della scienza, dovrebbe conoscere anche il pensiero del medico greco antico Ippocrate (V sec. a.C.), noto a tutti come il padre della medicina moderna, secondo cui esistono solo due fatti: scienza e opinione; la prima genera conoscenza, la seconda ignoranza. La conoscenza, tuttavia, non ha validità assoluta perché la conoscenza crea altra conoscenza.
In tutto ciò che è stato connesso con il Sars-Cov-2, la scienza ha mostrato il suo valore e la sua vera fisionomia. Ambedue questi caratteri sono basati sul metodo scientifico che, a sua volta, si fonda, in merito alla ricerca, inizialmente su pareri contrastanti dei diversi ricercatori interessati, i quali, però, come insegna l’evoluzione del pensiero scientifico, messi a confronto porteranno ad una sintesi che metterà tutti d’accordo
L’analfabetismo scientifico è dovuto soprattutto al fatto che la scuola italiana mantiene ancora lo stampo della riforma gentiliana (1923), che è consistita nella separazione delle materie umanistiche da quelle scientifiche privilegiando le prime soprattutto negli indirizzi scolastici non tecnico-professionali. A ciò si aggiunge il fatto che le materie scientifiche, in assenza di laboratori adeguati, vengano insegnate in modo teorico trasmettendo l’idea che esse siano caratterizzate da “certezza” mentre, in effetti, il carattere che distingue le scienze nella formulazione delle sue teorie è il “dubbio”. Le scienze e, in particolare, quelle ritenute esatte, dovrebbero essere insegnate attraverso il metodo scientifico, quello stesso che viene usato dai ricercatori nei laboratori in cui lavorano. Esso si basa su due momenti consequenziali: il momento induttivo, in cui si eseguono osservazioni e misurazioni (soggette ad errori) e si avanzano ipotesi, e il conseguente momento deduttivo in cui vengono verificate le ipotesi, che se saranno convalidate, permetteranno di formulare una teoria (che verrà pubblicata su riviste scientifiche accreditate). Quest’ultima non risulta mai definitiva perché è soggetta ad essere modificata perché ha carattere oggettivo-sperimentale o, addirittura, ad essere sostituita del tutto, nel caso in cui prove successive daranno informazioni che ne mettono in evidenza gli aspetti non validi. Ciò comporta che le teorie scientifiche sono sottoposte a continui controlli e questo dimostra che la ricerca non ha fine. I ricercatori sono dei razionalisti, o meglio usano la ragione (che è il contrario di uno strumento di potere e di violenza) e, a riguardo, il filosofo Karl Popper, nel saggio Alla ricerca di un mondo migliore (1989), scrive che “un razionalista è semplicemente una persona a cui importa più di imparare che di avere ragione; che è pronto ad imparare da altri, non semplicemente accettando l’opinione degli altri, ma piuttosto lasciando volentieri criticare le proprie idee da altri e criticando volentieri le idee altrui”.
Queste brevi considerazioni servono soltanto a chiarire che le contrapposizioni degli scienziati emerse durante le varie interviste che gli sono state fatte, rientrano nel loro continuo e normale lavoro di ricerca.
Francesco Giuliano
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