Apocalisse

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Nell’Apocalisse l’angelo giura che il tempo non esisterà più. È molto giusto, preciso, esatto.  Quando tutto l’uomo raggiungerà la felicità, il tempo non esiste più, perché non ce ne sarà più bisogno. È un’idea giustissima.                                                    Fëdor Dostoevskij,  I demoni

         Il termine Apocalisse, che dà il nome all’ultimo libro del Nuovo Testamento, e quindi della Bibbia, significa svelamento  o rivelazione in quanto offre una visione della fine dei tempi e si riferisce soprattutto a visioni del tempo futuro, ultimo, e ai segni che lo preannunciano. Lo sviluppo delle apocalissi ha dato origine ad un genere letterario e teologico (l’apocalittica) fiorito soprattutto nel giudaismo pre e post-cristiano.

Gli autori di apocalittica vi annunciano la vittoria finale di Dio e degli eletti mediante rivelazioni, visioni fantastiche e scenari di grandi combattimenti tra i messaggeri di Dio e le forze del male. Si tratta soprattutto di scritti di incoraggiamento e di speranza per i credenti perseguitati.

             Il libro dell’Apocalisse, scritto dall’evangelista Giovanni di Patmos e commentato dal cardinale Gianfranco Ravasi (edizioni Piemme), è un testo sconcertante, colmo di “visioni”, immagini, simboli e colpi di scena che, da sempre, ha incuriosito credenti  e non credenti e messo a dura prova la capacità ermeneutica di insigni studiosi, artisti, poeti e scrittori, nell’interpretare i segni dei tempi individuabili nel presente.

Scrive Ravasi nell’Introduzione: «è un libro della creatività sfrenata, capace di creare scene allucinate che sembrano anticipare il pittore Bosch o lo scrittore Kafka o i registi Bergman e Buňuel»; ma è anche uno scritto teologico perché s’interroga sul fine del mondo e della storia.

         L’Apocalisse nelle prime pagine è costituita da sette lettere indirizzate alle sette Chiese dell’Asia Minore (il numero sette è la cifra della perfezione) e l’architettura letteraria complessa del libro è colma di simboli, immagini, segni, metafore e paragoni che sono presenti in tutte le altre pagine.

Vi è, infatti, un simbolismo onirico fatto di sogni e di visioni che hanno una grande potenza e fascino; un simbolismo cosmico, che ha come base i quattro punti cardinali che coinvolgono le stelle, il sole, la luna, la grandine, il fuoco, il cielo, la terra, il mare, i fiumi e altri elementi naturali; un simbolismo zoomorfo che si riferisce ad esseri “viventi” mostruosi, oltre al leone, al vitello e all’aquila; un simbolismo somatico composto da personaggi da cui emergono teste e corna, fronti e mani, bocche e femori; un simbolismo cromatico che ha come base il bianco, il colore della luce, della risurrezione e dell’eternità, e il rosso che evoca il sangue; un simbolismo numerico fatto di cifre, di numeri cardinali, ordinali e di frazioni che evocano personaggi biblici.                                    

L’Apocalisse, come libro del presente e del futuro, nell’immaginario collettivo è stata abbinata all’idea di catastrofe, di eversioni ed è stata nel tempo una fonte, un arsenale iconografico molto ricco e quindi saccheggiato nel campo della letteratura, dell’arte, del cinema e della musica.

Il libro dell’Apocalisse, espresso attraverso un linguaggio simbolico tipico e molto diffuso nei due secoli prima e dopo Cristo, è un racconto del destino umano, la rivelazione in nome di Dio del senso teologico della storia delle vicende umane, del male, della speranza, della salvezza e della venuta storica di Cristo.

         Nel Prologo l’autore ritiene l’Apocalisse come una grande ideale cattedrale letteraria, teologica e spirituale, dove Giovanni, il testimone, si rivolge alle sette Chiese dell’Asia Minore (Efeso, Smirne, Pergamo, Tiàtira, Sardi, Filadelfia e Laodicea) presentando Cristo come «il principe dei re della terra». Cristo, il «Figlio d’uomo»  e «Figlio di Dio», viene descritto come il supremo sacerdote dell’alleanza, accompagnato dagli angeli (sette stelle) e dalle sette chiese (sette candelabri), che tiene in mano le chiavi, simbolo di potere, destinate ad aprire e chiudere le porte della città dei morti, l’Ade.

         Giovanni, quasi sotto dettatura, scrive a queste sette Chiese messaggi epistolari mettendo in risalto i loro splendori e le loro miserie, le loro luci e le loro ombre, i loro slanci e le loro tentazioni idolatriche e le loro degenerazioni religiose. Inoltre in queste lettere elargisce elogi e rimproveri, giudizi severi, appelli calorosi e consigli per essere svegli nel conservare e custodire la parola di Dio, la fede nel Signore.

Nella parte centrale e fondamentale dell’Apocalisse è descritta la sala del trono celeste, un seggio regale con l’arcobaleno, dove più in basso ci sono 24 troni con 24 personaggi anziani, che simboleggiano le 12 tribù e i 12 apostoli, che partecipano con Dio al governo del mondo. Intorno al trono vi sono 4 esseri viventi diventati i simboli dei 4 evangelisti e al centro della sala del trono celeste vi è un libro chiuso con 7 sigilli, dove è racchiuso il senso della storia, il senso ultimo degli eventi umani che sarà svelato da Cristo. Nella stessa sala vi è un Agnello, dotato di 7 corna e 7 occhi, pronto a dissuggellare il libro della vita e della storia per rivelarlo all’umanità in attesa.

Nello sciogliere i 7 sigilli del libro misterioso della storia umana,  l’Agnello in un loro colossale apparato scenografico trova nei primi 4 sigilli guerra, violenza, fame e morte che corrono come cavalieri per le strade del mondo seminando sofferenza e angoscia; negli altri sigilli vi sono martiri e visioni di terremoti e di sconvolgimenti cosmici, visioni di folle di giusti che indossano tuniche bianche e agitano palme, segno di vittoria sul male. Con l’apertura del settimo sigillo in cielo dilaga un silenzio magico e surreale segno di sbigottimento e di contemplazione fatta di stupore.

Un nuovo settenario è dato dai sette angeli con la tromba, simbolo dell’irrompere dei tempi ultimi del mondo e dell’umanità. Per ogni squillo di tromba vengono descritte delle scene drammatiche (catastrofi, flagelli, inquinamenti, devastazioni) riguardanti il giudizio divino, non finale e definitivo, sulla storia umana.

         Una delle pagine più celebri dell’Apocalisse è la contrapposizione, il conflitto tra la donna incinta e colpita dalle doglie e il potente drago, il mostro demoniaco (il diavolo,  satana, il seduttore dell’umanità) che rappresenta il grande scontro tra il Bene e i Male. Davanti a Giovanni, all’autore sacro, secondo un flusso narrativo quasi impressionistico, si presentano altre visioni che riguardano le Bestie simboliche: quella marina dalle 10 corna, dalle 7 teste e dai 10 diademi, che rappresentano i regni oppressivi della storia (l’impero romano, persiano, dei Medi e babilonese) e quella terrestre dalle 2 corna.

Seguono altre visioni riguardanti l’Agnello Cristo che, rientrando in scena, appare ritto sul monte Sion, accompagnato da una serie di angeli del giudizio che annunciano che «è giunta l’ora del giudizio divino», evento che dà senso e ordine alla storia. Un nuovo grande scenario di giudizio sul male del mondo è formato da 7 flagelli e 7 coppe dello sdegno di Dio che esprime veritieri e giusti giudizi sulla storia degli uomini, sulla loro ottusità, egoismo e arroganza.

 Nell’ultima parte dell’Apocalisse è descritto il giudizio divino sul male incarnato dall’infedele città di Babilonia (identificata nella Roma imperiale), madre delle prostitute, simbolo del male e del potere demoniaco, alla quale subentrerà la città sposa, la nuova Gerusalemme celeste, perfetta e pacifica, abitata dai giusti.

L’autore dell’Apocalisse raffigura, con l’annuncio di due angeli, il giudizio su Babilonia, grande metropoli e grande corruttrice dell’umanità, città perversa, prostituta per eccellenza, arrogante superpotenza del male, altezzosa gloria politica ed economica che, avvolta nella rete delle sue idolatrie e del piacere, viene distrutta.

         Ulteriormente viene descritta la visione dell’estremo duello tra il Bene e il Male, tra il Verbo di Dio, raffigurato da un Cavaliere celeste, assiso su un cavallo bianco, e la Bestia satanica con i suoi seguaci fanatici, ovvero i potenti della terra. Lo scontro finale tra il Bene e il Male sfocia nel giudizio finale, l’ultimo atto della storia che inaugura l’eternità, l’infinito, dove tempo e spazio cessano di esistere.

Negli ultimi due capitoli Giovanni intona e dirige la «sinfonia del nuovo mondo» di Dio, descrive l’affresco della santa nuova Gerusalemme celeste, con le sue alte mura e le dodici porte, dove risiede l’umanità fedele e giusta, pronta a entrare in comunione, in alleanza con Dio, che accoglie tutti i popoli nella tenda.

Nell’ultima pagina dell’Apocalisse, che si rivolge a tutti, ai giusti e agli empi e ai  malvagi, l’angelo “interprete” annuncia all’interno di un’assemblea liturgica «quello che deve accadere presto», cioè la venuta storica nel mondo di Cristo giudice e salvatore, l’intervento divino nella storia a sostegno dei giusti.

         L’Apocalisse non è un libro sulla fine catastrofica  del mondo, ma la celebrazione di un Dio che stringe alleanza con gli uomini e le donne nella nuova Gerusalemme celeste, la città della speranza, l’oasi paradisiaca, dove si raduneranno le nazioni in un abbraccio di fraternità e di pace.

L’Apocalisse, oltre che libro della lotta e dell’attesa, della paura e della gioia, del giudizio e della gloria, di descrizioni di immagini realistiche e di visioni, scritto con un linguaggio apocalittico, impressionistico e persino surreale, è anche un testo di preghiera che raccoglie il respiro di lode e di ringraziamento che sale ininterrottamente a Dio dal mondo.

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